È morto David Riondino, aveva 73 anni. L'autore, musicista e attore toscano era da qualche tempo malato. da anni risiedeva nalla Capitale. La sua ultima iniziativa, incompiuta, è la Scuola dei Giullari
Nato il 10 giugno 1952 a Firenze, figlio di Luigi, un maestro elementare, David muove i primi passi da cantautore negli anni Settanta. La sua è stata una lunga carriera, tra impegno e leggerezza.
Aveva il dono dell'umorismo, a tratti sconfinante nel sarcasmo, ma sempre all'insegna del buongusto e dell'intelligenza, doti che lo contraddistinguevano.
Nel 1979, pubblica con l'etichetta Ultima spiaggia il primo album, “David Riondino”. Tra il dicembre 1978 e il gennaio 1979 ha l'occasione unica di aprire i concerti nella tournée di Fabrizio De André con la Premiata forneria Marconi. L'anno successivo esce il secondo disco “Boulevard”.
E' tra i fondatori del Collettivo Vìctor Jara cooperativa di teatro-musica-animazione. Collabora con numerose riviste satiriche: Tango, Cuore, Il male, Comix, Boxer, ed interviene sul quotidiano Il manifesto.
Negli anni ottanta l'apparizione in “Maledetti vi amerò”, film d'esordio di Marco Tullio Giordana, in seguito l'interpretazione del guru dei fattorini nel secondo film di Gabriele Salvatores “Kamikazen”.
Nel 1975 scrive insieme a Lu Colombo la canzone “Maracaibo”, che diventerà la colonna sonora dell'estate 1981 e un pezzo di culto della musica italiana di quegli anni. Dopo “Maracaibo” scrive sempre con Lu Colombo i brani “Dance alla nite”, nel 1983 e “Aurora” nel 1984.
Il dbutto in televisione nel 1987, collaborando dapprima con Lupo solitario e poi negli anni successivi con “Zanzibar”, “Fuori orario”, “Aperto per ferie”, “Maurizio Costanzo show”, “Quelli che il calcio”. Come cantautore gli anni Ottanta vedono Riondino autore del disco “Tango dei miracoli” con le illustrazioni di Milo Manara.
“Romanzo Picaresco” è il titolo dell'opera del suo debutto a teatro, nel 1989 cui seguono “Chiamatemi Kowalski” e “La commedia da due lire” insieme a Paolo Rossi.
Nella stagione teatrale 1993-1994 è in scena con “O patria mia”, diretto da Giuseppe Bertolucci con Sabina Guzzanti, Paolo Bessegato e Antonio Catania.
Debutta alla regia cinematografica nel 1997 con "Cuba libre" primo di una serie di documentari.
Due matrimoni e una figlia, Giada, Riondino in passato è stato legato a Sabina Guzzanti. L’attrice e regista della loro storia aveva detto: «Siamo stati insieme tanti anni. Un amore bello e complesso, lui colto e gentile. Una storia lunga, complicata, ma oggi siamo molto amici».
I funerali martedì a Roma alla Chiesa degli artisti di piazza del Popolo.
Sandokan Sandokan Giallo è il sole, la forza mi dà Sandokan Sandokan Dammi forza ogni giorno, ogni notte il coraggio verrà
Fisico
possente, portamento elegante, sguardo magnetico, Kabir Bedi ha
conservato il fascino con cui aveva conquistato l'Italia quando apparve
sul piccolo schermo per interpretare Sandokan, la serie tv diretta da
Sergio Sollima che incollò la bellezza di 27
milioni di telespettatori davanti al video.
Oggi spegne 80 candeline
con a fianco Parveen Dusanj, la
quarta moglie, sposata nel 2016 dopo dieci anni di felice convivenza, 80 primavere sulle spalle, ma il tempo per lui sembra essersi fermato. Certo, qualche chilo in più
c'è, ma quel sorriso che trasmette serenità conferma che è sempre lo
stesso, un uomo aperto verso il prossimo oltre che un grande attore.
Il
prode Kabir vive per gran parte
dell'anno a Mumbai e attualmente collabora a progetti umanitari come
Care&Share Foundation che lo portano in tutto
il mondo come testimonial delle iniziative che questo ente benefico persegue.
Attraverso i social manda spesso e volentieri
messaggi agli amici
italiani di incoraggiamento, gentilezza e fratellanza. All'Italia del
resto deve tutto, perchè come ci aveva confidato in una delle tante
interviste, dimostrando non solo un'ottima conoscenza della nostra
lingua ma anche dei nostri modi di dire, in Italia aveva trovato
l'America.
con la Perla di Labuan
E in effetti partecipando come protagonista a quella storica serie
televisiva, ha spiccato il volo verso una fortunata carriera da divo
internazionale a fianco di grandi attori e in produzioni hollywodiane.
Un boom televisivo che tra l'altro, permise a molti di conoscere attraverso la tv, prima che sui
libri, l'opera di Emilio Salgari, tutto grazie a quel volto con gli occhi bistrati di kajal, che identificava la Tigre di
Mompracem.
Sei puntate trasmesse esattamente 50 anni fa, dal 6 gennaio all'8 febbraio 1976, ricche di colpi di scena e
avventure con un cast di prim'ordine che vedeva tra gli altri Philippe
Leroy (Yanez), Carole André (Lady
Marianna - la perla di Labuan) e i bravi Adolfo Celi e Andrea Giordana.
Nato il 16 gennaio del 1946 a Lahore, nel Punjab pachistano
(allora parte del dominio coloniale britannico), figlio di Baba Bedi, un sik maestro spirituale e filosofo, ha frequenta lo Sherwood College di
Nainital.
Ha recitato in centinaia di pellicole, molte a Bollywood, ed è conosciuto
a livello mondiale. Tra i film più noti si ricorda quello di James Bond
"Octopussy" (007 Operazione Piovra) nel ruolo dell'avversario di
Roger Moore che ha fatto epoca.
Kabir e Roger Moore 007
Tra le innumerevoli produzioni, ha lavorato
accanto a Michael Caine nel film "Ashanti", ne "Il ladro di
Bagdad", ne "Il corsaro nero". E' stato Lord Rama in "General
Hospital" di Ahmed Kamal nell'episodio Miraggio di Riptide, Farouk Ahmed in "Dynasty", Malcolm nell'episodio "Legend of the
Lost Art" di Magnum P.I., il Principe Omar di "Beautiful" nelle
stagioni '94 e '95 e guest appearence in "Supercar".
Ma non solo,
perchè si nasce tigre di Mompracem ma si finisce a friggere pakora in
casa di
nonno Libero. A dimostrazione della sua proverbiale professionalità che
l'ha portato a interpretare qualsiasi ruolo con il massimo impegno e in
questo caso con tanta autoirona.
Kabir Bedi infatti era un ristoratore indiano in "Un medico in famiglia"(edizione del 2007), prima in contrasto poi amico di Lino Banfie motivo di un cedimento sentimentale della colf Cettina.
Nonostante questo ruolo da commedia brillante (e una partecipazione all'Isola dei famosi e al Grande Fratello Vip) per tutti resta Sandokan,
l'eroe che fece scoprire l'esotismo e le avventure dei pirati ribelli in terra
di Malesia, permettendo agli italiani di staccare la spina agli italiani dalle cupe atmosfere degli Anni di piombo.
con Lino Banfi e Milena Vukotic nel Medico in famiglia
Un successo incredibile che dette il via a una serie di prodotti commerciali che sfruttavano la sua popolarità e la sua immagine come le figurine, il diario e il proiettore con schermo e telecomando Cinevisor che offriva sei storie inedite con lui.
Il ricordo di quel successo ha dato l'idea alla Lux Video (Don Matteo, ecc) di realizzare la nuova serie tv sul Pirata della Malesia che è andata in onda recentemente e che ha visto il turco Can Yaman nelle vesti del protagonista. Una narrazione diversa della storia, adeguata ai gusti attuali e girata con tecnologie diverse che ha ottenuto ottimi ascolti.
Naturalmente ed inevitabilmente sui social i paragoni tra i due Sandokan, lo storico e quello attuale, sono stati numerosissimi, a ciascuno il suo pirata, ma la prima cosa che viene in mente al di là delle interpretazionie dei due attori e dei relativi gusti e giudizi del pubblico è che i tempi sono comunque cambiati.
Basti pensare
che Kabir per sostenere il provino definitivo venne a Roma a sue spese
dall'India e che dopo essere diventato ultra popolare (vinse anche il Telegatto, l'Oscar Tv), riuscì nell'impresa
insolita di essere accolto dagli
operai della Mirafiori con i romanzi di Salgari
in mano.
E c'è anche un'altra considerazione da fare. La sigla del "vecchio" Sandokan era parte integrante di quel successo oltre ad essere un pezzo gradevole, trascinante nella musica e nel testo. E quindi non assolutamente da riproporre con altro arrangiamento e da altri interpreti come è stato fatto.
il disco
Venne realizzato dai fratelli Guido e Maurizio De Angelis,
conosciuti come Oliver Onions, che dopo il debutto come duo cantautorale, avevano trovato la loro strada
nella composizione di musiche per film e per la tv.
La prima fu
per il film di Nino
Manfredi “Per grazia ricevuta”, poi vennero quelle per le pellicole di
Terence
Hill e Bud Spencer e di famose serie televisive a conferma della loro
capacità e talento nel saper sottolineare storie e situazioni diverse
con la loro musica.
Il loro brano "Sandokan" ("Sweet Lady Blue" eraq il lato B del 45 giri), molto ritmato e introdotto dal nome della Tigre urlato a squarciagola, ebbe un boom strepitoso conquistando i vertici della Hit
parade italiana (18 settimane nella Top ten) e poi di altri paesi. E ancora oggi emoziona.
Come Kabir Bedi, attore di razza e dal grande carisma che oggi compie gli anni. Auguri unico e inimitabile Sandokan!
Inghilterra-Italia non è mai stata una partita come tutte le altre, soprattutto per noi, perchè
giocare contro i “Maestri” d’Oltremanica, inventori della maggior
parte degli sport praticati in età contemporanea, è sempre stato un
avvenimento molto sentito dalla critica sportiva.
Ma anche da parte dei tifosi, stanchi di dovere prendere ad ogni partita lezioni di calcio da parte dei bianchi di Sua Maestà senza diritto di appello. Una situazione insostenibile e comunque pesante, fino al 14 novembre 1973, il giorno in cui la Nazionale italiana trionfò per la prima volta in Inghilterra violando il sacro tempio del calcio mondiale di Wembley.
Una data importante per il nostro Calcio e soprattutto una vittoria storica a cui partecipò concretamente Giorgio Chinaglia, centravanti della Lazio e che con la maglia azzurra ebbe un rapporto
difficile, durato solo tre anni e finito col clamoroso gesto verso la panchina nel mondiale tedesco, diffuso in mondovisione.
Un rapporto però che ebbe dopo l'esordio in Bulgaria (gol appena entrato e da debuttante in Azzurro direttamente dalla serie B), il momento più alto sicuramente dal punto di vista umano oltre che calcistico, proprio quella notte magica a Londra.
E questo perchè Long John era stato un emigrato in Galles da bambino con tutta la famiglia, come migliaia di italiani che lasciavano il nostro paese in cerca di fortuna all'estero, gente che si faceva in quattro per sbarcare i lunario, accettando spesso i lavori più umili, minatori, sguatteri e quando andava di lusso camerieri.
Una trafila che anche Giorgio, arrivato bambino insieme alla sorella Rita a Cardiff dove c'era il già padre Mario che aveva aperto dopo molta fatica un ristorante italiano, fece prima di iniziare a tirare i primi calci al pallone nella patria del football, sino ad approdare nello Swansea.
Ecco perchè quella partita con la nostra Nazionale per lui era importantissima. Perchè tornava da calciatore vero in una terra che non lo aveva voluto come giocatore e nella quale aveva fatto di tutto per mantenersi indipedente e cullare il suo sogno.
Anche ripulire dal fango e lustrare gli scarpini dei titolari della prima squadra che poi gli gettavano con diprezzo misto a superiorità, qualche moneta sul pavimento: una mancia all'italiano.
Una partita di grande orgoglio per lui quindi, ma che dopo i fatti di Lazio-Ipswich, i famosi incidenti in
campo con la rissa tra giocatori che avevano portato alla squalifica della
Lazio da tutte le competizioni europee, non si sarebbe giocata in un'atmosfera idilliaca.
Ad attizzare il fuoco delle polemiche e degli animi, ci avevano pensato i tabloid inglesi, che alla vigilia
della partita ne scrissero di ogni, sino al titolo dispregiativo di alcuni giornali che annunciava la presenza sugli spalti dello stadio di "30.000 camerieri a tifare Italia”.
Ma questa miccia accesa dalla stampa, non fece altro che rafforzare i nostri connazionali sulle gradinate nel tifo incessante e gli azzurri in campo, guidati da un Chinaglia pronto alla battaglia e alla vittoria. La partita giocata sotto una pioggia incessante tra azioni tavolgenti, capovolgimenti di fronte e parate dei due numeri uno a cominciare dal grande Dino Zoff, ebbe il suo epilogo al 42° del secondo tempo.
Gli azzurri infatti su contropiede, ottengono il gol della vittoria clamorosa e storica. La difesa infatti si libera bene poggiando su Capello che a centrocampo
controlla la palla e appoggia verso Chinaglia. Il centravanti scatta bene,
allarga leggermente per evitare l’intervento di Mc Farland, lo dribbla e
calcia forte trasversalmente.
Il portiere inglese Shilton si oppone come può, a mani
aperte, e il pallone rimbalza al limite dell’area piccola dove
Capello, che ha seguito l’azione, lo aggancia e lo mette in rete con un
tap in lieve. E' fatta, gli italiani sugli spalti esultano con un boato interminabile. La gioia è ai massimi ed è stampata nel volto di Chinaglia che alza le braccia al cielo ed esulta felice.
I minuti finali sono un susseguirsi di emozioni, assalti degli inglesi, respinte degli azzurri e l'ennesima fuga in avanti di Giorgione per tentare il raddoppio. Il tiplice fischio finale dell'arbitro Lobo sancisce la vittoria italiana sui maestri britannici e scatena la gioia dei nostri tifosi che riescono ad entrare in campo col tricolore.
E' apoteosi, la "Nazionale del camerieri" aveva battuto per
la prima volta nella sua storia gli Inglesi a casa loro, Chinaglia, figlio di un ex cameriere, a 18 anni a suo volta cameriere in un pub dove lavava le tazzine, viene portato in trionfo.
Il cuore ha vinto sulla tecnica, Chinaglia sul suo passato e gli italiani in Inghilerra sul loro presente. E' una grandissima rivincita per tutti. E questa volta il piatto è servito, veramente.
poi d’improvviso lei sorrise e ancora prima di capire
mi trovai abbracciato a lei stretto come se non ci fosse
che lei…
E’
il 29 settembre e il pensiero corre subito a uno dei primi successi di
Lucio Battisti. Un brano che nonostante siano passati tanti anni, conserva
ancora la freschezza della prima volta, continuando a regalare emozioni oggi come allora perché è uno dei capolavori del nostro pop.
Quando uscì
il disco era il 1967, e quella era la terza canzone scritta da Mogol
insieme a Lucio, dopo 'Dolce di giorno' e 'Per una lira'. Un pezzo dal
titolo insolito, idealmente dedicato dal poeta della musica italiana
alla moglie Serenella che in quel giorno celebrava il suo compleanno.
"Lucio
veniva da me la mattina, alle 9 in punto –ricorda il paroliere-,
prendevamo un caffè e poi lui cominciava a suonare con la chitarra la
melodia sulla quale io costruivo il testo”, il brano fu completato in un
paio di giorni e una volta pronto si cercò nell’ambito della Ricordi,
la casa discografica milanese dove lavoravano entrambi, qualcuno a cui affidarlo.
Quel qualcuno fu presto individuato nell’Equipe 84, il
complesso beat più popolare di quegli anni composto dal “principe”
Maurizio Vandelli, voce solista del gruppo, il gigante Victor Sogliani,
bassista, il piccolo Alfio Cantarella, batterista e Franco Ceccarelli,
seconda voce e chitarrista.
Con l'esaurirsi della vena di
protesta beat che aveva scosso la gioventù “capellona”, i più accorti si
erano resi conto che per sopravvivere senza farsi prendere alla
sprovvista dai nuovi stili e dalle varie mode che iniziavano a farsi
strada, bisognava avere l'occhio lungo e rinnovarsi.
Vandelli
così si tuffa su questo brano melodico che segna la consacrazione come
autori della premiata ditta "Mogol & Battisti" e lo trasforma con un
lavoro geniale di arrangiamento ricco di sonorità nuove e di
rielaborazione dei tempi musicali in un disco che farà epoca.
Questo
brano infatti sarà considerato il primo pezzo italiano di rock
psichedelico, anticipando di tre mesi persino “Sgt. Pepper's Lonely
Hearts Club Band” dei Beatles, ritenuto il capolavoro mondiale di quel
genere.
La canzone è la storia di un tradimento. Un uomo è seduto
in un bar quando improvvisamente incontra il sorriso di una donna e
ancora prima di mettere a fuoco la situazione, si ritrova sottobraccio a
lei mentre la serata si svolge tra un ristorante ed un locale da ballo
per poi finire nel letto del protagonista, dove lui si sveglia mentre
una voce scandisce al Giornale Radio il nuovo giorno, 30 settembre. Era
tutto un sogno?
L'utilizzo di un vero speaker della Rai
ingaggiato per l’occasione (un'idea dell'ultimo momento, quando il
pezzo era stato già registrato) che attraverso due annunci del giornale
radio scandiva l’arco temporale (29 e 30 settembre) in cui si svolge la
storia è un'idea che si rivela vincente.
Un'idea innovativa che resta scolpita nell'immaginario collettivo, come sono altrettanto
all’avanguardia il testo e la ricerca di un sound che trasmetta a chi
ascolta, una sorta di atmosfera onirica dell'incontro con "l'altra".
Il
valore aggiunto a quello che diventerà un successo enorme, è dato dalla
voce di Maurizio Vandelli, capace di salire di tonalità come nessun
altro frontman dei gruppi più in voga di quel periodo e che riesce a
vocalizzare l'angoscia del brusco risveglio alla realtà, ben coadiuvato
nei cori dagli altri tre compagni di avventura musicale.
“29 settembre” insomma è un brano veramente moderno, arrangiato in
modo eccellente e che si avvicina alla produzione dei Beach Boys o dei
Beatles ma senza peraltro scimmiottarli o prenderli ad esempio, è
un’altra cosa.
Se il menestrello Donovan e i fantastici Kinks in
Inghilterra cercano nuove strade alla loro musica, l'italianissima
Equipe 84 cerca nuove sonorità a casa propria confermandosi il
complesso, come si chiamavano allora le band, numero uno.
Quello più
preparato e quindi capace di rinnovarsi senza sussulti e difficoltà,
l'unico a potersi permettere certi esperimenti all'infuori del classico
pezzo beat chitarra-basso sostenuto magari da una tastiera Farfisa, come
tutti.
Alle registrazioni effettuate presso gli Studi Ricordi,
che in quegli anni si trovavano in Via dei Cinquecento a Milano,
partecipò anche l'Orchestra Sinfonica della Scala di Milano e fu
effettuata su un registratore a otto piste, il primo utilizzato in uno
studio di registrazione italiano che esordì proprio con questa canzone.
Le manipolazioni di Vandelli sul master originale e svariate
sovraincisioni riuscirono poi a dare a quel brano un suono particolare e
cristallino. Nuovo e accattivante. Due anni dopo, nel 1969,
anche Battisti cantò questa canzone inserendola nel suo primo album,
“Lucio Battisti”.
La sua interpretazione è più tradizionale rispetto a
quella dell'Equipe e risente delle atmosfere tipicamente melodiche di
gran parte della sua produzione. Nella sua versione, più lenta e
armoniosa, la voce dello speaker è sostituita da un assolo di chitarra e
il contrappunto di un flauto e quello di altri fiati come l’oboe,
conferiscono una suggestione particolare molto accattivante.
Oggi,
29 settembre, a più di 50 anni da quel trionfo che squarciò gli
orizzonti della musica leggera, riascoltiamo Lucio Battisti nella
versione restaurata direttamente dai nastri analogici originali e
rimasterizzata con tecniche digitali d’avanguardia, che ci restituisce
il genio che ha rivoluzionato il nostro pop nel suo splendore artistico e
creativo.
Una
serata in suo onore al Trianon organizzata da Marisa Laurito col teatro
sold out da mesi, un libro che racconta la sua vita, un film per la TV
girato da Cinzia TH Torrini visto da milioni di spettatori.
Da
quando Amadeus ha accolto la mia proposta lanciata attraverso i social e
supportata da migliaia di followers per un premio alla carriera a
Sanremo, Peppino di Capri non si è più fermato.
A
85 anni sta vivendo una seconda giovinezza, applaudito e benvoluto da
tutti come una volta quando piazzava i suoi brani in classifica ed era
uno dei divi della canzone italiana.
Servizi
nei programmi del pomeriggio televisivo, articoli su riviste e giornali e
addirittura la cagnolina di Striscia la notizia che entra in scena tra
Michelle Hunziker e Gerry Scotti sulle note di "Champagne" dopo che il
sondaggio fra gli spettatori ha indicato quel nome per lei.
Peppino,
sempre Peppino, fortissimamente Peppino. E non finisce qui. In questi giorni si è tornato a parlare di lui perché si stanno celebrando i 60 anni
del tour dei Beatles nel nostro paese. Era il 24 giugno del 1965 quando i
Fab Four sbarcarono in Italia per tenere dei concerti a Milano, Genova e
Roma.
E Peppino c'era. Faceva parte di quel
gruppo di artisti di supporto alle esibizioni degli Scarafaggi di
Liverpool che precedevano la loro entrata in scena. Lui era il più
importante, il più conosciuto di tutti, non a caso il suo nome fu
l'unico ad essere indicato nei manifesti che annunciavano i concerti dei
Beatles.
Un privilegio che la dice tutta sulla
sua popolarità in quel periodo al di là del fatto che facesse parte
della casa discografica Carish che distribuiva i dischi della Parlophone
per cui incidevano Paul, John, Ringo e George. Peppino di Capri era un
nome spendibile a livello pubblicitario, l'unico.
A
sessant'anni da quello evento, spunta fuori una vera sorpresa, una
grande quantità di foto inedite recuperate nell'archivio dell'istituto
bancario Intesa Sanpaolo, immagni mai viste scattate dai reporter
dell'agenzia Publifoto che seguirono in quei giorni frenetici i
protagonisti dei concerto. I Beatles in primis e naturalmente Peppino di
Capri.
Il recupero di questo materiale prezioso si deve ad Annamaria De Caroli, esperta di comunicazione e soprattutto grande fan del gruppo inglese che ha setacciato e visionato un enorme quantitativo di foto che giacevano "sepolte" e dimenticate negli archivi delle più famose agenzie fotografiche dell'epoca per riunirle e catalogarle per preparare una grande mostra.
Oltre 1400 foto inedite e spettacolari nel loro bianco e nero che ritraggono i Beatles durante i concerti e nel tour (conferenze stampa, viaggi, ecc.) tra le quali ci sono anche quelle degli artisti supporter con in testa un Peppino di Capri giovanissimo e tirato a lucido.
Alcune di queste immagini lo mostrano sul palco del Vigorelli insieme ai suoi Rockers, i bravissimi Mario Cenci, Bebè Falconieri, Gabriele Varano e Pino Amenta altre dietro il palco, e sono curiosissime. Peppino, quinto Beatles per acclamazione, è stato colto dall'obiettivo mentre armeggia con la sua cinepresa.
Di lì a poco riprenderà l'esibizione dei Fab Four, un filmato a colori mandato poi in onda in uno speciale sull'evento curato da Michele Bovi per la Rai quarant'anni dopo, quella stessa Rai che all'epoca ignorò il tutto credendo che quello dei ragazzi di Liverpool fossero una moda effimera, destinata a sparire. Le ultime parole famose...
Lo scudetto della squadra più forte che si batteva contro i poteri
forti, lo scudetto della felicità oltre ogni ragionevole speranza, lo
scudetto di chi aveva creduto nelle sue possibilità, ma anche lo
scudetto della gente che non ne poteva più di subire torti, di un popolo
che aveva detto no alle ingiustizie, di una grande famiglia che si
riconosceva nei valori dello sport e che per bandiera aveva i colori del
cielo.
Questo e molto altro è stato il tricolore
conquistato dalla Prima squadra della Capitale il 14 maggio del 2000, nell'anno del Centenario e di una città in festa perenne per i propri
beniamini e per le loro vittorie, tra cortei di gioia alternati a marce
di protesta senza soluzione di continuità nel corso di un campionato giocato all'attacco e
con il grande risultato finale come premio per tutti.
Uno
scudetto emozionante, il più lungo della storia del calcio, arrivato
nel terzo tempo quando tutto era già finito negli altri campi e tutti
erano incollati alle radioline per sapere come andava a finire mentre
l'Olimpico occupato persino sul terreno di gioco attendeva trepidante il
risultato da Perugia.
La Lazio infatti aveva fatto il
suo dovere sino in fondo asfaltando la Reggina con tre gol siglati da
Inzaghi, Veron e Simeone. La lunga ricorsa sulla Juve inziata con un
distacco di sei punti prima della sfida vinta il primo aprile al Delle Alpi con un colpo di testa magico di Simeone, era giunta al capolinea.
Due i punti che dividevano la capolista, quella Vecchia Signora da sempre ammanicata col potere dalla Lazio, la società guidata da Sergio Cragnotti che voleva dire la sua contrastando quel potere per vincere solo con la forza dei suoi giocatori. Un'impresa, come quello che era successo la domenica precedente aveva dimostrato. Ricordate?
La penultima giornata infatti aveva scatenato polemiche furiose. La Lazio vince a Bologna contro i due ex Andersson e Signori
(la partita finisce 3-2) e la Juventus batte il Parma per 1-0.
Nell’occasione torna al gol Del Piero, ma non è quello lo scandalo.
Lo
scandalo al sole che tutti vedono meno che uno, è un rigore non concesso agli emiliani e soprattutto un gol
annullato al Parma al minuto 89, grazie al quale la Lazio avrebbe raggiunto
la capolista a 69 punti.
Una decisione così ingiustificata da parte
dell’arbitro (lo stacco di testa di Cannavaro appare a tutti più che
regolare) scatena l’ira generale e per una volta tifosi e stampa urlano
“vergogna” all’unisono. Forse basterebbe una voce umile e autorevole,
quella del mister Carlo Ancelotti, a placare le polemiche, ma non c'è la volontà.
Anzi, a esacerbare gi animi ci penserà il Direttore generale bianconero Luciano Moggi. Le sue parole e quel tono arrogante che gli è abituale gettano benzina sul fuoco. Basta non se ne può più. C'è il rischio del biscotto per la Mitica dopo lo scudetto perso per un punto nella stagione precedente.
La piazza biancoceleste allora si mobilitò, venne organizzato un sit in a via Allegri sotto la sede della Federazione gioco calcio, una protesta pacifica che poi degenerò in incidenti, traffico impazzito, cariche della polizia. Scene incredibili non certo volute da chi voleva solo gridare il proprio sedegno per quello che era successo.
Il 14 maggio dunque si era arrivati al redde
rationem, la Lazio (entrata in campo con mezza curva Nord vuota per l'ennesima protesta al grido de "Il calcio è morto") il suo l'aveva fatto, bisognava vedere cosa sarebbe
successo al Curi fra i perugini e la Juventus.
Quella domenica in cui si concludeva il campionato, su tutta l’Italia il tempo era buono. Solo sulla zona di
Perugia si addensano nuvole minacciose. Anzi, per dirla tutta, sul
capoluogo umbro ancora splendeva il sole. Gli addensamenti nuvolosi
riguardavano soltanto Pian di Massiano, la zona extraurbana sulla quale
sorge lo Stadio Renato Curi.
E mentre all'Olimpico gli olè dei tifosi accompagnano le finte e i lanci di Simeone e compagani, sul Curi si scatena un temporale di
rara intensità, un diluvio che rende il campo un acquitrino. La partita è ferma
sullo 0-0 e ci vuole oltre un’ora per prendere una decisione.
L’arbitro
Collina, un fischietto con la schiena dritta, dopo l'inevitabile attesa e le dovute prove per constatare che il pallone rimbalzi, ritiene che si possa giocare. E così alle
17.11, quando Lazio-Reggina è già finita, a Perugia inizia la ripresa.
Nel momento in cui la palla viene portata al centro del campo, Lazio e
Juventus hanno entrambe 72 punti e solo lo spareggio potrebbe dare un
nome alla squadra campione d’Italia. Ma al 4°, avviene la svolta.
Punizione di Rapaic, Conte fallisce in
piena area la respinta e consegna la palla sui piedi del capitano perugino Calori. Il
difensore tira di prima intenzione e infila nell'angolino alla
destra di Van der Sar.
L'Olimpico che è collegato tramite gli altoparlanti alla radiocronaca della partita che tutta l'Italia sta seguendo, esplode in un boato assordante, qualcuno fra i tifosi storici, lo paragonerà a quello udito a Lazio-Milan vinta al 90° nel 1973 con un gran gol di Re Cecconi.
Ora la classifica dice
Lazio 72, Juventus 71. Fare gioco su quella superficie non è semplice ma
se può farlo il Perugia, possono farlo anche i loro avversari. I
bianconeri tentano il tutto per tutto, mentre a Roma l’Olimpico, dopo il
boato di felicità per il gol di Calori, si è trasformato in luogo di
preghiera.
Comunione (d'intenti) e liberazione (dai torti subìti). In campo ci sono migliaia di tifosi scesi dalle tribune per una invasione simbolica, sugli spalti a quelli che hanno assistito alla partita si sono aggiunti i tifosi che stavano a casa per patecipare a questa attesa incredibile ed emozionante. I 70 mila dell'inizio delle ostilità sono via via diventati 80 mila.
Tuti sono concentarti, tesi, in silenzio ascoltano quello che sta succedendo sul campo del Perugia. Con la mente e il cuore sono a 200 km di distanza. Sull’ultimo assalto bianconero, con
Pippo Inzaghi che mette fuori da pochi metri la palla del possibile spareggio,
per un attimo scende il gelo, seguito poi da un urlo liberatorio.
Su
quell’errore clamoroso l’arbitro fischia la fine e immediatamente il radiocronista Riccardo Cucchi annuncia: "Mentre in questo istante Collina dichiara concluso il
confronto: sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio del 2000, la Lazio è
Campione d’Italia 1999-2000, la Juventus è stata battuta per 1-0 a
Perugia dalla squadra di Carletto Mazzone. Linea all’Olimpico”.
E' l'apotesosi. Per squadra e tifosi è una gioia più violenta di un pugno in pieno volto,
più inaspettata della schedina vincente del Superenalotto milionario. Tutti esultano, molti si abbracciano, qualcuno piange. L'euforia è inarrestabile.
È la vittoria
della tenacia, della giustizia, della fede in un
Dio ("Dio es del Lazio titola la stampa estera) che ogni tanto si ricorda di esistere per mandar giù la pioggia purificatrice come nel finale dei Promessi sposi di Manzoni, per sanificare un campionato al centro dei peggiori sospetti e renderlo puro. Una
volta al secolo, alla Lazio succede anche questo.
"Sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio del 2000 la Lazio è Campione d'Italia", parole entrate nella storia della Prima squadra della Capitale che sancivano la fine di un campionato incredibile conclusosi con la rocambolesca e meritata vittoria dei ragazzi Sven Goran Eriksson, "il perdente di successo" secondo certa stampa romana.
Una giornata di autentica passione per i tifosi biancocelesti, un trionfo figlio di una squadra
stellare che con forza e determinazione riuscì a raggiungere un
traguardo che resterà per sempre negli annali del Calcio italiano e che
oggi venti anni dopo procura una tremenda nostalgia e una rinnovata emozione al solo pensiero. Sì, quel 14 maggio del 2000 è stato meraviglioso e resterà per sempre nella memoria collettiva della gente laziale.
Il 27 gennaio del 1967, la parabola umana e artistica di Luigi Tenco si
chiudeva tragicamente nella stanza 219 dell’hotel Savoy di Sanremo, dopo
aver
cantato per l’ultima volta la canzone su cui aveva puntato tutto per
ottenere un’affermazione presso il grande pubblico. Una vicenda che
ancora oggi nonostante il tempo trascorso, suscita interesse, dubbi e
molte domande destinate a restare senza risposta, oltre al naturale
dispiacere per la fine così drammatica di questo grande cantautore. Sono
in molti a domandarsi "perchè", sono in tanti a restare ancora adesso
smarriti per quella fine così tragica.
Il Festival rappresentava l’antitesi assoluta dei suoi principi, tesi
piuttosto ad una ricerca artistica orientata verso la mediazione di
ideali, sentimenti, aspirazioni e grandi speranze. Ma il passaggio sul
palco del Casinò era diventato quasi obbligato per la sua carriera, non
solo per le pressioni dei discografici che volevano farlo diventare un
personaggio popolare e quindi vendibile sul mercato (vedi la scelta
della affermata e internazionale Dalida come partner nella esecuzione e
relativo paparazzato flirt), ma anche per una sua scelta maturata seppur
tra mille dubbi e perplessità, che intravedeva in quella partecipazione
un riconoscimento definitivo delle sue qualità.
Anticonformista e anticonvenzionale, con una personalità fragile ed
inquieta, dotato di una voce aspra e profonda venata da quella
malinconia che contraddistingueva il suo modo di essere artista, il
mancato ingegnere Luigi Tenco avviato alla musica dalla passione per il
pianoforte e il sassofono, era un personaggio in anticipo sui tempi, tra
i primi a dissacrare la rima cuore-amore (“Mi sono innamorato di te
perché non avevo niente da fare” 1962), che cantava in modo struggente i
sentimenti (“Angela”, “Lontano lontano”) e la disperazione esistenziale
(“Vedrai vedrai”, “Un giorno dopo l’altro”).
A ventinove anni, con alle spalle una delle più importanti etichette
italiane, la RCA, andava a Sanremo dunque per la sua consacrazione. Non a
caso alla vigilia del festival, il suo ottimismo era palpabile, come si
avverte da una delle ultime interviste rilasciata al settimanale
“Sorrisi e Canzoni”: “Il pubblico mostra un interesse nuovo per quella
linea melodica che si allaccia al folklore. Il problema è quindi quello
di inserire, nel mondo sonoro di oggi, canzoni che si ispirano ad
antiche melodie. Il campo è così vasto che ogni cantante può attingervi
secondo la propria vena, mantenendo intatta la propria personalità”.
Un entusiasmo da idealista e appassionato della sua musica, tipico di
chi come lui nonostante una naturale predisposizione a situazioni
crepuscolari era convinto che un giorno “il mondo cambierà”, e che ben
presto però si sarebbe scontrato con la mercificazione dell’arte così
come la intendeva lui e ovviamente con le esigenze commerciali
dell’industria discografica elevate alla massima potenza nella kermesse
festivaliera.
E “Ciao amore, ciao”, ultimo brano della sua produzione, è proprio la
rappresentazione di questo travaglio artistico che Tenco aveva avuto
negli ultimi tempi della sua vita prima di quella drammatica notte del
26 gennaio del 67, un cambiamento da autore sensibile e al tempo stesso
insoddisfatto, alla ricerca della canzone che doveva aprire una nuova
strada nella musica leggera italiana. Una canzone popolare nel vero
senso del termine e non solo di protesta.
La sua attenzione e creatività era infatti indirizzata non più e non
solo su componimenti dedicati all'amore, ma sui problemi sociali e
politici di una Italia che sembrava aver ottenuto la sua stabilità e il
suo benessere economico tendendo però a rimuovere ingiustizie palesi e
difficoltà nel quotidiano tramite la spensieratezza delle canzonette dei
juke box.
In questo contesto “Ciao amore, ciao” è la canzone più sofferta di
Tenco. E non tanto perché ha accompagnato il suo tragico epilogo ma per
come è arrivata al festival, cioè alla versione definitiva che tutti
conoscono, attraverso alcuni stati evolutivi del testo.
Il titolo originale infatti era “Li vidi tornare”, e si riferiva ad
un brano dai sapori antimilitaristi come si sarebbe detto all’epoca, che
raccontava il sogno di un bambino che immagina di vedere tornare a casa
i soldati morti in guerra. Parole semplici ma profonde e che fanno
riflettere, fra le quali c’era una citazione da “La spigolatrice di
Sapri” del poeta Luigi Mercatini:
Li vidi passare vicino al mio campo ero un ragazzino stavo lì a giocare Erano trecento erano giovani e forti andavano al fronte
col sole negli occhi E cantavano cantavano tutti in coro ciao amore ciao amore ciao amore ciao…
Il tema della guerra poi venne abbandonato a favore di un riferimento
più attuale e diretto per il nostro paese quale poteva essere quello
delle migrazioni interne e i relativi cambiamenti che si determinavano
nella vita di chi lasciava la sua terra per tentare una nuova vita nella
città e soprattutto nella modernità.
Il testo definitivo che venne composto dopo una cena al ristorante
Antico Falcone di Roma sul retro di un menù e vari tovaglioli, parla
infatti di un contadino che, stanco della vita di campagna e del lavoro
nei campi soggetto alla variabilità delle condizioni atmosferiche
(“guardare ogni giorno, se piove o c’è il sole”), si decide a partire
per la città (“andare via lontano a cercare un altro mondo”), alla
ricerca di nuove esperienze e opportunità (“dire addio al cortile,
andandosene sognando”).
Quel cambiamento tanto agognato, genera però addii alle persone amate
e un profondo smarrimento davanti alla realtà metropolitana che
disconosce valori e tradizioni consolidate (“in un mondo di luci,
sentirsi nessuno” ed ancora “saltare cent’anni in un giorno solo, dai
carri dei campi, agli aerei nel cielo”).
Tanto che si arriva a pentirsi della decisione presa (“e non capirci
niente e aver voglia di tornare da te”), perché sopraffatti dallo
spaesamento che si prova in un ambiente che non ti appartiene e che
tutto sommato ti emargina. Un disagio quasi premonitore di quello che
Tenco proverà sul palcoscenico al momento della sua sofferta
interpretazione, davanti al pubblico presente nel salone delle feste del
Casinò e quello del piccolo schermo.
Il brano fu infatti eseguito da Tenco e da Dalida in occasione della
prima serata del 17° Festival di Sanremo, che si svolse il 26 gennaio
1967. Poco prima di salire sul palco, Tenco disse al conduttore della
manifestazione Mike Bongiorno
“Questa è l’ultima volta”, “che canti un brano folk” rispose il
presentatore, “no con tutto” la precisazione del cantante che
riconsiderata a posteriori rivela un disagio forte e inquietante
dell’artista per la situazione che stava vivendo.
L'esibizione eccessivamente sotto tono di “Ciao amore, ciao” da parte
del cantautore, fu condizionata, si disse, dall'assunzione di
barbiturici ed alcol, tanto che lo stesso maestro Giampiero Reverberi
fece fatica a seguirlo. Altri sostennero invece che l’esecuzione fu
volutamente lenta in polemica con la versione della cantante francese
che ne aveva fatto a giudizio di Tenco una "marcetta". Al termine di
tutte le esibizioni di quella serata, “Ciao amore, ciao” aveva ottenuto
solamente 38 preferenze su 900, risultando dodicesima su sedici brani in
gara e fu quindi, per il momento, eliminata.
L'ultima speranza era affidata alla Commissione di ripescaggio,
composta dall’organizzatore Gianni Ravera, dai giornalisti Rai Ugo
Zatterin e Lello Bersani e dal regista televisivo Lino Procacci,
che preferì recuperare, nonostante l’opposizione del giornalista Lello
Bersani che poi si dimise, “La rivoluzione” interpretata da Gianni
Pettenati e Gene Pitney.
L'eliminazione di “Ciao, amore ciao” fu comunicata al cantautore mentre
stava dormendo su un tavolo da biliardo. Alla notizia Tenco ebbe uno
scatto d’ira e se la prese con Marcello Minerbi del gruppo Los Marcellos
Ferial,
imputandogli di essere stato colui che l'aveva introdotto nel mondo
della musica. Poi calmatosi grazie alle parole di Dalida, bevve qualcosa
con lei, il suo ex marito e produttore Lucien Morisse e il reporter
Renato Casari che gli scattò alcune foto e si ritirò nella sua
stanza per sempre.
Quello che sia successo prima del ritrovamento del suo cadavere alle 2
e 10 del 27 gennaio da parte di Dalida e Lucio Dalla (lei in lacrime e
con le mani sporche di sangue per aver abbracciato il suo corpo esanime
sul pavimento, lui sconvolto con indosso un pellicciotto perché
svegliato dal trambusto e senza pigiama), da una certezza assoluta, è
diventato nel tempo uno dei misteri d’Italia, al di là delle indagini,
anche recenti, della magistratura che hanno confermato il suicidio
dell’artista.
Resta sicuramente il dolore e lo stupore per la sua morte che
comunque non fermò il festival e che venne archiviata in fretta dagli
inquirenti mentre il circo di Sanremo andava avanti col matrimonio di
Pitney, i flash impazziti e la passerella dei divi della canzone. Per
cercare di capire quella tragedia ci viene incontro quello che scrisse
il premio Nobel Salvatore Quasimodo qualche giorno dopo in un puntuale e
illuminante articolo pubblicato su il settimanale “Tempo” la cui
attualità per certi meccanismi tuttora in vigore, è peraltro
impressionante:
“I cantanti, i divi, sono esseri viventi e non prodotti da lanciare
sul mercato e da gettare via quando i gusti dei consumatori reclamano
una nuova etichetta. Così avviene nel mondo dello spettacolo e
soprattutto oggi in quello dell’industria discografica che va forte, a
giri di miliardi. Chi è furbo capisce che le qualità sono difetti agli
occhi del pubblico e che solo ciò che è generico e non agita le opinioni
dei benpensanti va bene, è lecito.
“I capelloni, i beat, i folk e i canti di protesta sono accolti
purché non superino l’avanguardia rivoluzionaria della Vispa Teresa.
Luigi Tenco ha voluto colpire a sangue il sonno mentale dell’italiano
medio. La sua ribellione che coincideva con una situazione personale di
uomo arrivato alla resa dei conti con la carriera, ha però ancora una
volta urtato contro il muro dell’ottusità. Chi non è in grado di
domandare un minimo di intelligenza a una canzone non può certo capire
una morte”.