Lo vogliamo ricordare così, sorridente, lui che era un professionista serio ma anche un gran simpatico, con la battuta pronta e sempre disponibile con i media.
Ora che se n'è andato a 80 anni, vissuti sino all'ultimo facendo il suo mestiere di allenatore, il mondo del Calcio piange il mister carismatico e l'uomo integerrimo che ha dato tutto se stesso allo sport piu bello del mondo.
Era nato a Bucarest, 29 luglio 1945 e aveva giocato da nella Dinamo, poi mediano nello Stijntia e nel Corvinul Hunedoara.
In nazionale rumena vantava 65 presenze e 9 reti, ricco il Palmares come giocatore con 7 Campionati rumeni (1962-63, 1963-64, 1964-65, 1970-71, 1972-73, 1974-75, 1976-77) e 1 Coppa di Romania (1967-68).
Come allenatore aveva iniziato col Corvinul Hunedoara (1978-82), passando poi alla nazionale rumena (commissario tecnico: 1982-86), alla Dinamo Bucarest (1986-90), per poi sbarcare in Italia chiamato da Romeo Anvonetsni alla guida del Pisa (1990-91).
Poi al Brescia (1991-96), alla Reggiana (1996-97), al Rapid Bucarest (1997-99), all Inter (1999), per tornare in poi in Romania al Rapid Bucarest (1999-2000), e poi innTirchia al Galatasaray (2000-02).
Vincendo un Campionato rumeno (1989-90), una Coppa di Romania (1989-90), una Supercoppa Europea (2000).
Attualmente era l'allenatore della nazionale del suo paese che aveva diretto dieci giorni fa nella semifinale contro la Turchia, ultimo capitolo di una bella storia di calcio prima di entrare in coma dopo un infarto.
L'ex allenatore di Inter e Brescia è ricoverato in terapia intensiva all'Ospedale Universitario di Bucarest, venerdì era stato colpito da un doppio infarto.
Poco più di una settimana fa, a 80 anni compiuti, era regolarmente in panchina al Play Stadium di Instambul per la semifinale playoff persa dalla sua Romania contro la Turchia.
Oggi però le condizioni di Mircea Lucescu appaiono disperate. L'ex allenatore - tra le altre - di Brescia e Inter aveva accusato un problema cardiaco durante l'allenamento di preparazione alla sfida con la Slovacchia.
Si trattava di un infarto che aveva reso necessaria l'installazione di un defibrillatore. Lucescu era stato così costretto a lasciare l'incarico di Ct e ad annullare la trasferta di Bratislava.
Ora l'ultimo bollettino diramato dallo staff medico che lo ha in cura e ricovero, annuncia un peggioramento delle condizioni generali. E la notizia sta facendo il giro del mondo.
Rieccolo. A 81 anni ancora in pista E questa volta per un motivo molto importante e significativo. C'era un Ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones compue gli anni
Il brano, tra i piu famosi del Gianni nazionale, è stato scritto nel 1966 ma da allora è cambiato ben poco perchè dal Vietnam all'Iran e all'Ucraina la Pace è sempre stata una chimera.
Ora Morandi porterà in un tour nei palasport C'era un Ragazzo - Gianni Morandi Story , una tournée prodotta da Trident Music che si annuncia da titto esaurito.
Questi spettacoli saranno l'occasione per festeggiare i 60 anni del brano scritto appunto nel 1966 da Franco Migliacci e Mauro Lusini, e sicuramente il brano più rappresentativo e importante della sua carriera.
Il tour partirà da Conegliano il prossimo 15 aprile. La scaletta dei concerti ripercorrerà i grandi classici del suo repertorio, che continuano a essere tramandati di generazione in generazione, senza dimenticare i brani dell'ultimo progetto discografico Evviva! A legare e guidare la scaletta la nuova canzone Monghidoro che Jovanotti ha scritto per lui.
"Con Lorenzo siamo molto vicini - ha spiegato l'artista bolognese- quando mi sono bruciato la mano mi arriva una sua telefonata la sera, ero in ospedale a Cesena, non lo sentivo da un po'. Qualche chiacchierata e mi manda L'Allegria dicendo che... se ti va la canti. Poi per Sanremo mi ha scritto Apri tutte le Porte e ora mi ha detto che sapendo che parto con un tour e che serviva qualcosa per aprire lo spettacolo mi fa Monghidoro".
"Sono venuto a Bologna a 13 anni nel 1958 -ricorda Gianni-, portato dal barbiere di Monghidoro. In quel periodo ho visto il mare per la prima volta quando andai in Romagna a cantare. Mio padre mi diede 500 lire e una fetta di cocomero ne costava 25. Poi mi arrivava qualche mancia dal pubblico del caffè concerto; lì c'era pure un flipper che non avevo mai visto prima. I quotidiani costavano 25".
"Mi sono emozionato quando in un jukebox ho sentito per la prima volta la mia voce, cantavo Andavo a Cento all'Ora : mi nascondevo, come accadde per la mia prima volta in televisione, il programma era Alta Pressione con Enzo Trapani e mi fece effetto, pensavo subito a mia madre che era fan di Claudio Villa. Quando vinsi Sanremo nel 1987 lo stesso giorno morì Claudio Villa...la numerologia delle date è stranissima".
Dai favolosi Sessanta a oggi, Morandi con la sua voglia di cantare energia e carica umana è sempre sulla breccia, e a 81 anni riempe ancora i palasport, esauriti quasi ovunque. E vuole continuare così, "come Aznavour, che ha cantato per tutta la sua vita fino all'ultimo". Lunga vita all'Eterno Ragazzo della canzone italiana.
È morto David Riondino, aveva 73 anni. L'autore, musicista e attore toscano era da qualche tempo malato. da anni risiedeva nalla Capitale. La sua ultima iniziativa, incompiuta, è la Scuola dei Giullari
Nato il 10 giugno 1952 a Firenze, figlio di Luigi, un maestro elementare, David muove i primi passi da cantautore negli anni Settanta. La sua è stata una lunga carriera, tra impegno e leggerezza.
Aveva il dono dell'umorismo, a tratti sconfinante nel sarcasmo, ma sempre all'insegna del buongusto e dell'intelligenza, doti che lo contraddistinguevano.
Nel 1979, pubblica con l'etichetta Ultima spiaggia il primo album, “David Riondino”. Tra il dicembre 1978 e il gennaio 1979 ha l'occasione unica di aprire i concerti nella tournée di Fabrizio De André con la Premiata forneria Marconi. L'anno successivo esce il secondo disco “Boulevard”.
E' tra i fondatori del Collettivo Vìctor Jara cooperativa di teatro-musica-animazione. Collabora con numerose riviste satiriche: Tango, Cuore, Il male, Comix, Boxer, ed interviene sul quotidiano Il manifesto.
Negli anni ottanta l'apparizione in “Maledetti vi amerò”, film d'esordio di Marco Tullio Giordana, in seguito l'interpretazione del guru dei fattorini nel secondo film di Gabriele Salvatores “Kamikazen”.
Nel 1975 scrive insieme a Lu Colombo la canzone “Maracaibo”, che diventerà la colonna sonora dell'estate 1981 e un pezzo di culto della musica italiana di quegli anni. Dopo “Maracaibo” scrive sempre con Lu Colombo i brani “Dance alla nite”, nel 1983 e “Aurora” nel 1984.
Il dbutto in televisione nel 1987, collaborando dapprima con Lupo solitario e poi negli anni successivi con “Zanzibar”, “Fuori orario”, “Aperto per ferie”, “Maurizio Costanzo show”, “Quelli che il calcio”. Come cantautore gli anni Ottanta vedono Riondino autore del disco “Tango dei miracoli” con le illustrazioni di Milo Manara.
“Romanzo Picaresco” è il titolo dell'opera del suo debutto a teatro, nel 1989 cui seguono “Chiamatemi Kowalski” e “La commedia da due lire” insieme a Paolo Rossi.
Nella stagione teatrale 1993-1994 è in scena con “O patria mia”, diretto da Giuseppe Bertolucci con Sabina Guzzanti, Paolo Bessegato e Antonio Catania.
Debutta alla regia cinematografica nel 1997 con "Cuba libre" primo di una serie di documentari.
Due matrimoni e una figlia, Giada, Riondino in passato è stato legato a Sabina Guzzanti. L’attrice e regista della loro storia aveva detto: «Siamo stati insieme tanti anni. Un amore bello e complesso, lui colto e gentile. Una storia lunga, complicata, ma oggi siamo molto amici».
I funerali martedì a Roma alla Chiesa degli artisti di piazza del Popolo.
Sandokan Sandokan Giallo è il sole, la forza mi dà Sandokan Sandokan Dammi forza ogni giorno, ogni notte il coraggio verrà
Fisico
possente, portamento elegante, sguardo magnetico, Kabir Bedi ha
conservato il fascino con cui aveva conquistato l'Italia quando apparve
sul piccolo schermo per interpretare Sandokan, la serie tv diretta da
Sergio Sollima che incollò la bellezza di 27
milioni di telespettatori davanti al video.
Oggi spegne 80 candeline
con a fianco Parveen Dusanj, la
quarta moglie, sposata nel 2016 dopo dieci anni di felice convivenza, 80 primavere sulle spalle, ma il tempo per lui sembra essersi fermato. Certo, qualche chilo in più
c'è, ma quel sorriso che trasmette serenità conferma che è sempre lo
stesso, un uomo aperto verso il prossimo oltre che un grande attore.
Il
prode Kabir vive per gran parte
dell'anno a Mumbai e attualmente collabora a progetti umanitari come
Care&Share Foundation che lo portano in tutto
il mondo come testimonial delle iniziative che questo ente benefico persegue.
Attraverso i social manda spesso e volentieri
messaggi agli amici
italiani di incoraggiamento, gentilezza e fratellanza. All'Italia del
resto deve tutto, perchè come ci aveva confidato in una delle tante
interviste, dimostrando non solo un'ottima conoscenza della nostra
lingua ma anche dei nostri modi di dire, in Italia aveva trovato
l'America.
con la Perla di Labuan
E in effetti partecipando come protagonista a quella storica serie
televisiva, ha spiccato il volo verso una fortunata carriera da divo
internazionale a fianco di grandi attori e in produzioni hollywodiane.
Un boom televisivo che tra l'altro, permise a molti di conoscere attraverso la tv, prima che sui
libri, l'opera di Emilio Salgari, tutto grazie a quel volto con gli occhi bistrati di kajal, che identificava la Tigre di
Mompracem.
Sei puntate trasmesse esattamente 50 anni fa, dal 6 gennaio all'8 febbraio 1976, ricche di colpi di scena e
avventure con un cast di prim'ordine che vedeva tra gli altri Philippe
Leroy (Yanez), Carole André (Lady
Marianna - la perla di Labuan) e i bravi Adolfo Celi e Andrea Giordana.
Nato il 16 gennaio del 1946 a Lahore, nel Punjab pachistano
(allora parte del dominio coloniale britannico), figlio di Baba Bedi, un sik maestro spirituale e filosofo, ha frequenta lo Sherwood College di
Nainital.
Ha recitato in centinaia di pellicole, molte a Bollywood, ed è conosciuto
a livello mondiale. Tra i film più noti si ricorda quello di James Bond
"Octopussy" (007 Operazione Piovra) nel ruolo dell'avversario di
Roger Moore che ha fatto epoca.
Kabir e Roger Moore 007
Tra le innumerevoli produzioni, ha lavorato
accanto a Michael Caine nel film "Ashanti", ne "Il ladro di
Bagdad", ne "Il corsaro nero". E' stato Lord Rama in "General
Hospital" di Ahmed Kamal nell'episodio Miraggio di Riptide, Farouk Ahmed in "Dynasty", Malcolm nell'episodio "Legend of the
Lost Art" di Magnum P.I., il Principe Omar di "Beautiful" nelle
stagioni '94 e '95 e guest appearence in "Supercar".
Ma non solo,
perchè si nasce tigre di Mompracem ma si finisce a friggere pakora in
casa di
nonno Libero. A dimostrazione della sua proverbiale professionalità che
l'ha portato a interpretare qualsiasi ruolo con il massimo impegno e in
questo caso con tanta autoirona.
Kabir Bedi infatti era un ristoratore indiano in "Un medico in famiglia"(edizione del 2007), prima in contrasto poi amico di Lino Banfie motivo di un cedimento sentimentale della colf Cettina.
Nonostante questo ruolo da commedia brillante (e una partecipazione all'Isola dei famosi e al Grande Fratello Vip) per tutti resta Sandokan,
l'eroe che fece scoprire l'esotismo e le avventure dei pirati ribelli in terra
di Malesia, permettendo agli italiani di staccare la spina agli italiani dalle cupe atmosfere degli Anni di piombo.
con Lino Banfi e Milena Vukotic nel Medico in famiglia
Un successo incredibile che dette il via a una serie di prodotti commerciali che sfruttavano la sua popolarità e la sua immagine come le figurine, il diario e il proiettore con schermo e telecomando Cinevisor che offriva sei storie inedite con lui.
Il ricordo di quel successo ha dato l'idea alla Lux Video (Don Matteo, ecc) di realizzare la nuova serie tv sul Pirata della Malesia che è andata in onda recentemente e che ha visto il turco Can Yaman nelle vesti del protagonista. Una narrazione diversa della storia, adeguata ai gusti attuali e girata con tecnologie diverse che ha ottenuto ottimi ascolti.
Naturalmente ed inevitabilmente sui social i paragoni tra i due Sandokan, lo storico e quello attuale, sono stati numerosissimi, a ciascuno il suo pirata, ma la prima cosa che viene in mente al di là delle interpretazionie dei due attori e dei relativi gusti e giudizi del pubblico è che i tempi sono comunque cambiati.
Basti pensare
che Kabir per sostenere il provino definitivo venne a Roma a sue spese
dall'India e che dopo essere diventato ultra popolare (vinse anche il Telegatto, l'Oscar Tv), riuscì nell'impresa
insolita di essere accolto dagli
operai della Mirafiori con i romanzi di Salgari
in mano.
E c'è anche un'altra considerazione da fare. La sigla del "vecchio" Sandokan era parte integrante di quel successo oltre ad essere un pezzo gradevole, trascinante nella musica e nel testo. E quindi non assolutamente da riproporre con altro arrangiamento e da altri interpreti come è stato fatto.
il disco
Venne realizzato dai fratelli Guido e Maurizio De Angelis,
conosciuti come Oliver Onions, che dopo il debutto come duo cantautorale, avevano trovato la loro strada
nella composizione di musiche per film e per la tv.
La prima fu
per il film di Nino
Manfredi “Per grazia ricevuta”, poi vennero quelle per le pellicole di
Terence
Hill e Bud Spencer e di famose serie televisive a conferma della loro
capacità e talento nel saper sottolineare storie e situazioni diverse
con la loro musica.
Il loro brano "Sandokan" ("Sweet Lady Blue" eraq il lato B del 45 giri), molto ritmato e introdotto dal nome della Tigre urlato a squarciagola, ebbe un boom strepitoso conquistando i vertici della Hit
parade italiana (18 settimane nella Top ten) e poi di altri paesi. E ancora oggi emoziona.
Come Kabir Bedi, attore di razza e dal grande carisma che oggi compie gli anni. Auguri unico e inimitabile Sandokan!
Inghilterra-Italia non è mai stata una partita come tutte le altre, soprattutto per noi, perchè
giocare contro i “Maestri” d’Oltremanica, inventori della maggior
parte degli sport praticati in età contemporanea, è sempre stato un
avvenimento molto sentito dalla critica sportiva.
Ma anche da parte dei tifosi, stanchi di dovere prendere ad ogni partita lezioni di calcio da parte dei bianchi di Sua Maestà senza diritto di appello. Una situazione insostenibile e comunque pesante, fino al 14 novembre 1973, il giorno in cui la Nazionale italiana trionfò per la prima volta in Inghilterra violando il sacro tempio del calcio mondiale di Wembley.
Una data importante per il nostro Calcio e soprattutto una vittoria storica a cui partecipò concretamente Giorgio Chinaglia, centravanti della Lazio e che con la maglia azzurra ebbe un rapporto
difficile, durato solo tre anni e finito col clamoroso gesto verso la panchina nel mondiale tedesco, diffuso in mondovisione.
Un rapporto però che ebbe dopo l'esordio in Bulgaria (gol appena entrato e da debuttante in Azzurro direttamente dalla serie B), il momento più alto sicuramente dal punto di vista umano oltre che calcistico, proprio quella notte magica a Londra.
E questo perchè Long John era stato un emigrato in Galles da bambino con tutta la famiglia, come migliaia di italiani che lasciavano il nostro paese in cerca di fortuna all'estero, gente che si faceva in quattro per sbarcare i lunario, accettando spesso i lavori più umili, minatori, sguatteri e quando andava di lusso camerieri.
Una trafila che anche Giorgio, arrivato bambino insieme alla sorella Rita a Cardiff dove c'era il già padre Mario che aveva aperto dopo molta fatica un ristorante italiano, fece prima di iniziare a tirare i primi calci al pallone nella patria del football, sino ad approdare nello Swansea.
Ecco perchè quella partita con la nostra Nazionale per lui era importantissima. Perchè tornava da calciatore vero in una terra che non lo aveva voluto come giocatore e nella quale aveva fatto di tutto per mantenersi indipedente e cullare il suo sogno.
Anche ripulire dal fango e lustrare gli scarpini dei titolari della prima squadra che poi gli gettavano con diprezzo misto a superiorità, qualche moneta sul pavimento: una mancia all'italiano.
Una partita di grande orgoglio per lui quindi, ma che dopo i fatti di Lazio-Ipswich, i famosi incidenti in
campo con la rissa tra giocatori che avevano portato alla squalifica della
Lazio da tutte le competizioni europee, non si sarebbe giocata in un'atmosfera idilliaca.
Ad attizzare il fuoco delle polemiche e degli animi, ci avevano pensato i tabloid inglesi, che alla vigilia
della partita ne scrissero di ogni, sino al titolo dispregiativo di alcuni giornali che annunciava la presenza sugli spalti dello stadio di "30.000 camerieri a tifare Italia”.
Ma questa miccia accesa dalla stampa, non fece altro che rafforzare i nostri connazionali sulle gradinate nel tifo incessante e gli azzurri in campo, guidati da un Chinaglia pronto alla battaglia e alla vittoria. La partita giocata sotto una pioggia incessante tra azioni tavolgenti, capovolgimenti di fronte e parate dei due numeri uno a cominciare dal grande Dino Zoff, ebbe il suo epilogo al 42° del secondo tempo.
Gli azzurri infatti su contropiede, ottengono il gol della vittoria clamorosa e storica. La difesa infatti si libera bene poggiando su Capello che a centrocampo
controlla la palla e appoggia verso Chinaglia. Il centravanti scatta bene,
allarga leggermente per evitare l’intervento di Mc Farland, lo dribbla e
calcia forte trasversalmente.
Il portiere inglese Shilton si oppone come può, a mani
aperte, e il pallone rimbalza al limite dell’area piccola dove
Capello, che ha seguito l’azione, lo aggancia e lo mette in rete con un
tap in lieve. E' fatta, gli italiani sugli spalti esultano con un boato interminabile. La gioia è ai massimi ed è stampata nel volto di Chinaglia che alza le braccia al cielo ed esulta felice.
I minuti finali sono un susseguirsi di emozioni, assalti degli inglesi, respinte degli azzurri e l'ennesima fuga in avanti di Giorgione per tentare il raddoppio. Il tiplice fischio finale dell'arbitro Lobo sancisce la vittoria italiana sui maestri britannici e scatena la gioia dei nostri tifosi che riescono ad entrare in campo col tricolore.
E' apoteosi, la "Nazionale del camerieri" aveva battuto per
la prima volta nella sua storia gli Inglesi a casa loro, Chinaglia, figlio di un ex cameriere, a 18 anni a suo volta cameriere in un pub dove lavava le tazzine, viene portato in trionfo.
Il cuore ha vinto sulla tecnica, Chinaglia sul suo passato e gli italiani in Inghilerra sul loro presente. E' una grandissima rivincita per tutti. E questa volta il piatto è servito, veramente.
Non solo un allenatore, ma anche un padre di famiglia, questo era Tommaso Maestrelli, un uomo di sport che insegnava calcio e considerava i suoi ragazzi come dei figli da proteggere, coccolare e all'occorrenza redarguire, ma sempre per il loro bene e per quello della comunità a cui appartenevano che era la squadra.
Un grande uomo di sport e una bella persona, semplice, alla mano, con quello sguardo che ispirava serenità e fiducia e che diceva tutto, un gran signore che aveva fatto tesoro di tutte le esperienza della sua vita a cominciare dalla guerra per proseguire con il calcio praticato ai massimi livelli, per capire il prossimo da psicologo dilettante ma dalla saggezza infinità.
Era nato a Pisa il 7 ottobre del 1922, città che poi abbandonò a seguito dei trasferimenti del padre, dipendente delle Ferrovie, fino a quando, tredicenne, si stabilizzò con la
famiglia a Bari. Qui entrò nei pulcini della squadra pugliese per poi debuttare a soli 16 anni in serie A.
Qui fece l'incontro più importante della sua vita.Conobbe infatti Angelina
“Lina”, figlia di un vigile urbano,
che il 2 agosto 1947 diventerà sua moglie dandogli quattro figli,
Patrizia, Tiziana e i gemelli “portafortuna” Massimo e Maurizio.
Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il giovane Tommaso venne chiamato alle armi rimanendo tra l'altro ferito a una gamba lievemente in un combattimento che gli valse la Croce di Guerra al merito, proseguendo dopo l'Armistizio a combattere con i partigiani al confine nei Balcani.
Tommaso e LinaTerminara
Terminato il conflitto continuò a giocare con la Lucchese e la Roma sino ad approdare in Azzurro nella Nazionale di Pozzo alle Olimpiadi di Londra.
Appesi gli scarpini al chiodo, Tommaso iniziò i primi passi da allenatore nella Lucchese per poi trasmettere i suoi insegnamenti ai giocatori della Reggina di Granillo contribuuendo alla storica promozione della società
calabrese in serie B e venendo premiato con il Seminatore d’oro (il primo).
Poi tre stagioni al Foggia, sfiorando
nella prima la promozione in serie A e la vittoria della Coppa Italia e centrandola nella
seguente che gli valse il secondo “Seminatore d’oro”.
In
serie A, nel girone
di andata della stagione 1970-71 il Foggia fu la squadra rivelazione,
poi, inaspettatamente, nel ritorno la squadra perse brillantezza e
retrocesse per differenza-reti.
A quel punto la svolta della sua
carriera da mister. Lenzini che era rimasto affascinato dal gioco del
suo Foggia che gli aveva rifilato un sorprendente 5 a 2 lo volle come
nuovo allenatore della Lazio al posto di Lorenzo.
il primo giorno a Tor di Quinto
E a Roma, con la Prima squadra della Capitale, Maestrelli compì il suo capolavoro portando la squadra biancoceleste dalla serie cadetta allo Scudetto in solo tre campionati. Un'operazione riuscita e un obiettivo centrato grazie al suo impegno e la sua preparazione e contro lo scetticismo della piazza e le contestazioni che lo avevano accolto.
Un nuovo corso entusiamante e vincente iniziato subito con la conferma di Giorgio Chinaglia al centro dell'attacco nonostante le richieste di acquisto pervenute a Lenzini (“Senza Chinaglia non
posso garantire nulla” ripeteva), e via via con la costruzione di un "mosaico" rivelatosi formidabile grazie a calciatori del calibro di Mario Frustalupi, Sergio Petrelli, Felice Pulici, Luigi Martini, Luciano Re Cecconi, Franco Nanni, Pino Wilson, Giancarlo Oddi e il golden boy
Tre stagioni da incorniciare e che ebbero il momento ovviamente migliore alla penultima giornata del campionato 1973-74, nella partita giocata all'Olimpico contro il Foggia, vecchia squadra di Tom. Un appuntamento cruciale con la storia a cui la Lazio arrivò partita dopo partita, giocando sempre ai massimi livelli.
La
Lazio infatti aveva iniziato subito bene battendo il Lanerossi, aveva
vinto i due derby e battuto la Juve sua concorrente diretta per 3a1. Alla penultima giornata, il 12
maggio, Long John su rigore ottenuto da Garlaschelli batté
il Foggia e sancì la conquista del primo scudetto laziale con una
giornata di anticipo.
12 maggio 1974
La
foto che immortala Maestrelli quel giorno in piedi davanti alla
panchina subito dopo il triplice fischio dell'arbitro Panzino di
Catanzaro, dice tutto su di lui, sul suo stato d'animo, sull'emozione
che stava vivendo, su quella gioia mista a stordimento che lo stava
travolgendo e sull'impresa che aveva compiuto diventando in quel momento
l'uomo più felice del mondo.
La
squadra ebbe la migliore difesa per il secondo anno consecutivo e il
primato di gol per Chinaglia capocannoniere del torneo con 24 reti. A
fine stagione fu assegnato a Maestrelli il suo terzo "Seminatore d'oro"
(unico allenatore a riceverlo per ciascuno dei tre campionati
professionistici),
riconoscimento meritatissimo che sancì la sua definitiva affermazione
fra i migliori tecnici del nostro campionato.
La
Lazio Campione d'Italia nel 74 fu un sogno per il popolo biancoceleste e una
vera impresa calcistica, visto lo strapotere economico e mediatico delle
squadre del Nord e senza dubbio artefice di quella impresa fu proprio
Tommaso Maestrelli che seppe guidare con i suoi insegnamenti tecnico
tattici e plasmare con la sua proverbiale umanità e comprensione, quei calciatori divisi su tutto durante la settimana ma che
poi si ritrovavano uniti come un sol uomo la domenica.
Maestrelli con il suo calcio all'olandese che aveva ammaliato Gianni
Agnelli che lo voleva alla Juve e i vertici della Federazione Gioco Calcio a cui disse no per
non tradire i suoi ragazzi e i tifosi, avrebbe potuto aprire
un ciclo, foriero di ulteriori successi e vittorie, ma le cose purtroppo
come è noto non andarono così.
Maestrelli un secondo padre per Chinaglia
Il
tumore al fegato che lo colpì già la stagione successiva allo Scudetto,
fu un duro contraccolpo per la squadra che accusò il colpo e arrivò
quarta con Bob Lovati amico e primo consigliere del buon Tommaso in
panchina.
La
stagione successiva 1975-1976, con Maestrelli ricoverato, il
Presidente Umberto Lenzini cedette alcuni giocatori importanti come
Nanni, Oddi e Frustalupi, e affidò la guida della squadra ad un
allenatore emergente, Giulio Corsini, che dopo sette giornate si ritrovò
a lottare per non retrocedere.
Quindi le condizioni di Tommaso
Maestrelli migliorarono grazie ad una cura sperimentale, e riprese il
suo posto sulla panchina della Lazio. Nel finale di campionato il
tecnico romano dovette anche fare a meno di Giorgio Chinaglia, partito
improvvisamente per gli Stati Uniti.
Maestrelli
allora affidò la maglia
n. 9 a un ragazzo proveniente dal settore giovanile, il trasteverino
Bruno
Giordano che lo ripaga con impegno e reti. La Lazio si salvò all'ultima
giornata, pareggiando 2-2 a Como. Sotto di due reti, quando tutto ormai
sembrava irrimediabilmente perso, rimontò con Giordano e Badiani. Questa
volta la
differenza reti fu favorevole alla Lazio e a retrocedere fu l'Ascoli,
la banda Maestrelli
Dopo
questa salvezza accolta come un altro tricolore, il Maestro come era
chiamato da tutti, si concesse una breve vacanza in Abruzzo dall’amico
Mario Tontodonati ex compagno di squadra
nel Bari e nella Roma, un momento di gioia e serenità prima della
tragica fine.
In
autunno infatti, debilitato dal ritorno in
panchina, il male tornò inesorabile. Maestrelli raccomandò a Lenzini
Vinicio come tecnico, salutò i ragazzi e iniziò il calvario finale. Il
suo ultimo giorno da laziale lo visse il 28 novembre 1976, in clinica,
ascoltando alla radio il derby.
Giordano
che aveva lanciato gli regalò l'ultima gioia segnando il gol della
vittoria, Felice Pulici che aveva difeso quel gol parando l'imparabile,
gli dedicò, trattenendo a stento la commozione, la vittoria dai
microfoni di "Tutto il calcio". Maestrelli ascoltò le parole del suo
numero uno poi entrò in coma e fu trasportato di corsa in clinica.
Al
suo capezzale nei giorni seguenti sfilò tutta la squadra e per ultimo e
sino all'ultimo, accanto a lui e insieme ai familiari, anche Giorgio
Chinaglia arrivato apposta dall'America. Il 2 dicembre Tommaso
Maestrelli finiva di soffire e moriva a soli 54 anni lasciando un vuoto
enorme in chi l'aveva conosciuto e apprezzato e in chi lo aveva amato
come un padre.
Da
allora il suo ricordo è sempre vivo. E non poteva essere altrimenti perchè Tommaso Maestrelli è
stato un grande uomo di sport che ha segnato con le sue gesta e l'intera
vita il nostro Novecento. Caro Maestro che ci guardi da lassù, auguri
ovunque tu sia, sicuramente nel paradiso degli Eroi biancocelesti.