domenica 29 marzo 2026

Addio David Riondino

 di FRANCESCO TRONCARELLI

È morto David Riondino, aveva 73 anni. L'autore, musicista e attore toscano era da qualche tempo malato. da anni risiedeva nalla Capitale. La sua ultima iniziativa, incompiuta, è la Scuola dei Giullari

Nato il 10 giugno 1952 a Firenze, figlio di Luigi, un maestro elementare, David muove i primi passi da cantautore negli anni Settanta. La sua è stata una lunga carriera, tra impegno e leggerezza.

Aveva il dono dell'umorismo, a tratti sconfinante nel sarcasmo, ma sempre all'insegna del buongusto e dell'intelligenza, doti che lo contraddistinguevano.

Nel 1979, pubblica con l'etichetta Ultima spiaggia il primo album, “David Riondino”. Tra il dicembre 1978 e il gennaio 1979 ha l'occasione unica di aprire i concerti nella tournée di Fabrizio De André con la Premiata forneria Marconi. L'anno successivo esce il secondo disco “Boulevard”.

E' tra i fondatori del Collettivo Vìctor Jara cooperativa di teatro-musica-animazione. Collabora con numerose riviste satiriche: Tango, Cuore, Il male, Comix, Boxer, ed interviene sul quotidiano Il manifesto. 

Negli anni ottanta l'apparizione in “Maledetti vi amerò”, film d'esordio di Marco Tullio Giordana, in seguito l'interpretazione del guru dei fattorini nel secondo film di Gabriele Salvatores “Kamikazen”.

Nel 1975 scrive insieme a Lu Colombo la canzone “Maracaibo”, che diventerà la colonna sonora dell'estate 1981 e un pezzo di culto della musica italiana di quegli anni. Dopo “Maracaibo” scrive sempre con Lu Colombo i brani “Dance alla nite”, nel 1983 e “Aurora” nel 1984.

Il dbutto in televisione nel 1987, collaborando dapprima con Lupo solitario e poi negli anni successivi con “Zanzibar”, “Fuori orario”, “Aperto per ferie”, “Maurizio Costanzo show”, “Quelli che il calcio”. Come cantautore gli anni Ottanta vedono Riondino autore del disco “Tango dei miracoli” con le illustrazioni di Milo Manara.

“Romanzo Picaresco” è il titolo dell'opera del suo debutto a teatro, nel 1989 cui seguono “Chiamatemi Kowalski” e “La commedia da due lire” insieme a Paolo Rossi.

Nella stagione teatrale 1993-1994 è in scena con “O patria mia”, diretto da Giuseppe Bertolucci con Sabina Guzzanti, Paolo Bessegato e Antonio Catania.

Debutta alla regia cinematografica nel 1997 con "Cuba libre" primo di una serie di documentari.

Due matrimoni e una figlia, Giada, Riondino in passato è stato legato a Sabina Guzzanti. L’attrice e regista della loro storia aveva detto: «Siamo stati insieme tanti anni. Un amore bello e complesso, lui colto e gentile. Una storia lunga, complicata, ma oggi siamo molto amici». 

 I funerali martedì a Roma alla Chiesa degli artisti di piazza del Popolo.




venerdì 16 gennaio 2026

Kabir Bedi, 80 anni da Sandokan

 di FRANCESCO TRONCARELLI

Sandokan Sandokan
Giallo è il sole, la forza mi dà
Sandokan Sandokan
Dammi forza ogni giorno, ogni notte il coraggio verrà

Fisico possente, portamento elegante, sguardo magnetico, Kabir Bedi ha conservato il fascino con cui aveva conquistato l'Italia quando apparve sul piccolo schermo per interpretare Sandokan, la serie tv diretta da Sergio Sollima che incollò la bellezza di 27 milioni di telespettatori davanti al video.

Oggi spegne 80 candeline con a fianco Parveen Dusanj, la quarta moglie, sposata nel 2016 dopo dieci anni di felice convivenza, 80 primavere sulle spalle, ma il tempo per lui sembra essersi fermato. Certo, qualche chilo in più c'è, ma quel sorriso che trasmette serenità conferma che è sempre lo stesso, un uomo aperto verso il prossimo oltre che un grande attore.

Il prode Kabir vive per gran parte dell'anno a Mumbai e attualmente collabora a progetti umanitari come Care&Share Foundation che lo portano in tutto il mondo come testimonial delle iniziative che questo ente benefico persegue.

Attraverso i social manda spesso e volentieri messaggi agli amici italiani di incoraggiamento, gentilezza e fratellanza. All'Italia del resto deve tutto, perchè come ci aveva confidato in una delle tante interviste, dimostrando non solo un'ottima conoscenza della nostra lingua ma anche dei nostri modi di dire, in Italia aveva trovato l'America.

con la Perla di Labuan 

E in effetti partecipando come protagonista a quella storica serie televisiva, ha spiccato il volo verso una fortunata carriera da divo internazionale a fianco di grandi attori e in produzioni hollywodiane.

Un boom televisivo che tra l'altro, permise a molti di conoscere attraverso la tv, prima che sui libri, l'opera di Emilio Salgari, tutto grazie a quel volto con gli occhi bistrati di kajal, che identificava la Tigre di Mompracem. 

Sei puntate trasmesse esattamente 50 anni fa, dal 6 gennaio all'8 febbraio 1976, ricche di colpi di scena e avventure con un cast di prim'ordine che vedeva tra gli altri Philippe Leroy (Yanez), Carole André (Lady Marianna - la perla di Labuan) e i bravi Adolfo Celi e Andrea Giordana. 

Nato il 16 gennaio del 1946 a Lahore, nel Punjab pachistano (allora parte del dominio coloniale britannico), figlio di Baba Bedi, un sik maestro spirituale e filosofo, ha frequenta lo Sherwood College di Nainital. 

Ha recitato in centinaia di pellicole, molte a Bollywood, ed è conosciuto a livello mondiale. Tra i film più noti si ricorda quello di James Bond "Octopussy" (007 Operazione Piovra) nel ruolo dell'avversario di Roger Moore che ha fatto epoca. 

Kabir e Roger Moore 007

Tra le innumerevoli produzioni, ha lavorato accanto a Michael Caine nel film "Ashanti", ne "Il ladro di Bagdad", ne "Il corsaro nero". E' stato Lord Rama in "General Hospital" di Ahmed Kamal nell'episodio Miraggio di Riptide, Farouk Ahmed in "Dynasty", Malcolm nell'episodio "Legend of the Lost Art" di Magnum P.I., il Principe Omar di "Beautiful" nelle stagioni '94 e '95 e guest appearence in "Supercar". 

Ma non solo, perchè si nasce tigre di Mompracem ma si finisce a friggere pakora in casa di nonno Libero. A dimostrazione della sua proverbiale professionalità che l'ha portato a interpretare qualsiasi ruolo con il massimo impegno e in questo caso con tanta autoirona.

Kabir Bedi infatti era un ristoratore indiano in "Un medico in famiglia" (edizione del 2007), prima in contrasto poi amico di Lino Banfi e motivo di un cedimento sentimentale della colf Cettina. 

Nonostante questo ruolo da commedia brillante (e una partecipazione all'Isola dei famosi e al Grande Fratello Vip) per tutti resta Sandokan, l'eroe che fece scoprire l'esotismo e le avventure dei pirati ribelli in terra di Malesia, permettendo agli italiani di staccare la spina agli italiani dalle cupe atmosfere degli Anni di piombo.

con Lino Banfi e Milena Vukotic nel Medico in famiglia
Un successo incredibile che dette il via a una serie di prodotti commerciali che sfruttavano la sua popolarità e la sua immagine come le figurine, il diario e il proiettore con schermo e telecomando Cinevisor che offriva sei storie inedite con lui.
 
Il ricordo di quel successo ha dato l'idea alla Lux Video (Don Matteo, ecc) di realizzare la nuova serie tv sul Pirata della Malesia che è andata in onda recentemente e che ha visto il turco Can Yaman nelle vesti del protagonista. Una narrazione diversa della storia, adeguata ai gusti attuali e girata con tecnologie diverse che ha ottenuto ottimi ascolti.  

Naturalmente ed inevitabilmente sui social i paragoni tra i due Sandokan, lo storico e quello attuale, sono stati numerosissimi, a ciascuno il suo pirata, ma la prima cosa che viene in mente al di là delle interpretazionie dei due attori e dei relativi gusti e giudizi del pubblico è che i tempi sono comunque cambiati.

Basti pensare che Kabir per sostenere il provino definitivo venne a Roma a sue spese dall'India e che dopo essere diventato ultra popolare (vinse anche il Telegatto, l'Oscar Tv), riuscì nell'impresa insolita di essere accolto dagli operai della Mirafiori con i romanzi di Salgari in mano. 

E c'è anche un'altra considerazione da fare. La sigla del "vecchio" Sandokan era parte integrante di quel successo oltre ad essere un pezzo gradevole, trascinante nella musica e nel testo. E quindi non assolutamente da riproporre con altro arrangiamento e da altri interpreti come è stato fatto. 

il disco

Venne realizzato dai fratelli Guido e Maurizio De Angelis, conosciuti come Oliver Onions, che dopo il debutto come duo cantautorale, avevano trovato la loro strada nella composizione di musiche per film e per la tv. 

La prima fu per il film di Nino Manfredi “Per grazia ricevuta”, poi vennero quelle per le pellicole di Terence Hill e Bud Spencer e di famose serie televisive a conferma della loro capacità e talento nel saper sottolineare storie e situazioni diverse con la loro musica.

Il loro brano "Sandokan" ("Sweet Lady Blue" eraq il lato B del 45 giri), molto ritmato e introdotto dal nome della Tigre urlato a squarciagola, ebbe un boom strepitoso conquistando i vertici della Hit parade italiana (18 settimane nella Top ten) e poi di altri paesi. E ancora oggi emoziona.

Come Kabir Bedi, attore di razza e dal grande carisma che oggi compie gli anni. Auguri unico e inimitabile Sandokan!   

venerdì 14 novembre 2025

La rivincita del "cameriere" Chinaglia

di FRANCESCO TRONCARELLI

Inghilterra-Italia non è mai stata una partita come tutte le altre, soprattutto per noi, perchè giocare contro i “Maestri” d’Oltremanica, inventori della maggior parte degli sport praticati in età contemporanea, è sempre stato un avvenimento molto sentito dalla critica sportiva. 

Ma anche da parte dei tifosi, stanchi di dovere prendere ad ogni partita lezioni di calcio da parte dei bianchi di Sua Maestà senza diritto di appello. Una situazione insostenibile e comunque pesante, fino al 14 novembre 1973, il giorno in cui la Nazionale italiana trionfò per la prima volta in Inghilterra violando il sacro tempio del calcio mondiale di Wembley.

Una data importante per il nostro Calcio e soprattutto una vittoria storica a cui partecipò concretamente  Giorgio Chinaglia, centravanti della Lazio e che con la maglia azzurra ebbe un rapporto difficile, durato solo tre anni e finito col clamoroso gesto verso la panchina nel mondiale tedesco, diffuso in mondovisione.

Un rapporto però che ebbe dopo l'esordio in Bulgaria (gol appena entrato e da debuttante in Azzurro direttamente dalla serie B), il momento più alto sicuramente dal punto di vista umano oltre che calcistico, proprio quella notte magica a Londra.

E questo perchè Long John era stato un emigrato in Galles da bambino con tutta la famiglia, come migliaia di italiani che lasciavano il nostro paese in cerca di fortuna all'estero, gente che si faceva in quattro per sbarcare i lunario, accettando spesso i lavori più umili, minatori, sguatteri e quando andava di lusso camerieri.

Una trafila che anche Giorgio, arrivato bambino insieme alla sorella Rita a Cardiff dove c'era il già padre Mario che aveva aperto dopo molta fatica un ristorante italiano, fece prima di iniziare a tirare i primi calci al pallone nella patria del football, sino ad approdare nello Swansea. 

Ecco perchè quella partita con la nostra Nazionale per lui era importantissima. Perchè tornava da calciatore vero in una terra che non lo aveva voluto come giocatore e nella quale aveva fatto di tutto per mantenersi indipedente e cullare il suo sogno. 

Anche ripulire dal fango e lustrare gli scarpini dei titolari della prima squadra che poi gli gettavano con diprezzo misto a superiorità, qualche moneta sul pavimento: una mancia all'italiano.


Una partita di grande orgoglio per lui quindi, ma che dopo i fatti di Lazio-Ipswich, i famosi incidenti in campo con la rissa tra giocatori che avevano portato alla squalifica della Lazio da tutte le competizioni europee, non si sarebbe giocata in un'atmosfera idilliaca.

Ad attizzare il fuoco delle polemiche e degli animi, ci avevano pensato i tabloid inglesi, che alla vigilia della partita ne scrissero di ogni, sino al titolo dispregiativo di alcuni giornali che annunciava la presenza sugli spalti dello stadio di "30.000 camerieri a tifare Italia”.

Ma questa miccia accesa dalla stampa, non fece altro che rafforzare i nostri connazionali sulle gradinate nel tifo incessante e gli azzurri in campo, guidati da un Chinaglia pronto alla battaglia e alla vittoria. La partita giocata sotto una pioggia incessante tra azioni tavolgenti, capovolgimenti di fronte e parate dei due numeri uno a cominciare dal grande Dino Zoff, ebbe il suo epilogo al 42° del secondo tempo.

Gli azzurri infatti su contropiede, ottengono il gol della vittoria clamorosa e storica. La difesa infatti si libera bene poggiando su Capello che a centrocampo controlla la palla e appoggia verso Chinaglia. Il centravanti scatta bene, allarga leggermente per evitare l’intervento di Mc Farland, lo dribbla e calcia forte trasversalmente. 

Il portiere inglese Shilton si oppone come può, a mani aperte, e il pallone rimbalza al limite dell’area piccola dove Capello, che ha seguito l’azione, lo aggancia e lo mette in rete con un tap in lieve. E' fatta, gli italiani sugli spalti esultano con un boato interminabile. La gioia è ai massimi ed è stampata nel volto di Chinaglia che alza le braccia al cielo ed esulta felice.

I minuti finali sono un susseguirsi di emozioni, assalti degli inglesi, respinte degli azzurri e l'ennesima fuga in avanti di Giorgione per tentare il raddoppio. Il tiplice fischio finale dell'arbitro Lobo sancisce la vittoria italiana sui maestri britannici e scatena la gioia dei nostri tifosi che riescono ad entrare in campo col tricolore.

E' apoteosi, la "Nazionale del camerieri" aveva battuto per la prima volta nella sua storia gli Inglesi a casa loro, Chinaglia, figlio di un ex cameriere, a 18 anni a suo volta cameriere in un pub dove lavava le tazzine, viene portato in trionfo. 

Il cuore ha vinto sulla tecnica, Chinaglia sul suo passato e gli italiani in Inghilerra sul loro presente. E' una grandissima rivincita per tutti. E questa volta il piatto è servito, veramente.

martedì 7 ottobre 2025

Su c'è er Maestro...

 di FRANCESCO TRONCARELLI

Non solo un allenatore, ma anche un padre di famiglia, questo era Tommaso Maestrelli, un uomo di sport che insegnava calcio e considerava i suoi ragazzi come dei figli da proteggere, coccolare e all'occorrenza redarguire, ma sempre per il loro bene e per quello della comunità a cui appartenevano che era la squadra.

Un grande uomo di sport e una bella persona, semplice, alla mano, con quello sguardo che ispirava serenità e fiducia e che diceva tutto, un gran signore che aveva fatto tesoro di tutte le esperienza della sua vita a cominciare dalla guerra per proseguire con il calcio praticato ai massimi livelli, per capire il prossimo da psicologo dilettante ma dalla saggezza infinità.

Era nato a Pisa il 7 ottobre del 1922, città che poi abbandonò a seguito dei trasferimenti del padre, dipendente delle Ferrovie, fino a quando, tredicenne, si stabilizzò con la famiglia a Bari. Qui entrò nei pulcini della squadra pugliese per poi debuttare a soli 16 anni in serie A.

Qui fece l'incontro più importante della sua vita.Conobbe infatti Angelina “Lina”, figlia di un vigile urbano, che il 2 agosto 1947 diventerà sua moglie dandogli quattro figli, Patrizia, Tiziana e i gemelli “portafortuna” Massimo e Maurizio.

Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il giovane Tommaso venne chiamato alle armi rimanendo tra l'altro ferito a una gamba lievemente in un combattimento che gli valse la Croce di Guerra al merito, proseguendo dopo l'Armistizio a combattere con i partigiani al confine nei Balcani.

Tommaso e LinaTerminara
Terminato il conflitto continuò a giocare con la Lucchese e la Roma sino ad approdare in Azzurro nella Nazionale di Pozzo alle Olimpiadi di Londra.

Appesi gli scarpini al chiodo, Tommaso iniziò i primi passi da allenatore nella Lucchese per poi trasmettere i suoi insegnamenti ai giocatori della Reggina di Granillo contribuuendo alla storica promozione della società calabrese in serie B e venendo premiato con il Seminatore d’oro (il primo).

Poi tre stagioni al Foggia, sfiorando nella prima la promozione in serie A e la vittoria della Coppa Italia  e centrandola nella seguente che gli valse il secondo “Seminatore d’oro”. 

In serie A, nel girone di andata della stagione 1970-71 il Foggia fu la squadra rivelazione, poi, inaspettatamente, nel ritorno la squadra perse brillantezza e retrocesse per differenza-reti. 

A quel punto la svolta della sua carriera da mister. Lenzini che era rimasto affascinato dal gioco del suo Foggia che gli aveva rifilato un sorprendente 5 a 2 lo volle come nuovo allenatore della Lazio al posto di Lorenzo. 

il primo giorno a Tor di Quinto  

E a Roma, con la Prima squadra della Capitale, Maestrelli compì il suo capolavoro portando la squadra biancoceleste dalla serie cadetta allo Scudetto in solo tre campionati. Un'operazione riuscita e un obiettivo centrato grazie al suo impegno e la sua preparazione e contro lo scetticismo della piazza e le contestazioni che lo avevano accolto.

Un nuovo corso entusiamante e vincente iniziato subito con la conferma di Giorgio Chinaglia al centro dell'attacco nonostante le richieste di acquisto pervenute a Lenzini (“Senza Chinaglia non posso garantire nulla” ripeteva), e via via con la costruzione di un "mosaico" rivelatosi formidabile grazie a calciatori del calibro di Mario Frustalupi, Sergio Petrelli, Felice Pulici, Luigi Martini, Luciano Re Cecconi, Franco Nanni, Pino Wilson, Giancarlo Oddi e il golden boy 

Tre stagioni da incorniciare e che ebbero il momento ovviamente migliore alla penultima giornata del campionato 1973-74, nella partita giocata all'Olimpico contro il Foggia, vecchia squadra di Tom. Un appuntamento cruciale con la storia a cui la Lazio arrivò partita dopo partita, giocando sempre ai massimi livelli. 

La Lazio infatti aveva iniziato subito bene battendo il Lanerossi, aveva vinto i due derby e battuto la Juve sua concorrente diretta per 3a1. Alla penultima giornata, il 12 maggio, Long John su rigore ottenuto da Garlaschelli batté il Foggia e sancì la conquista del primo scudetto laziale con una giornata di anticipo. 

12 maggio 1974

La foto che immortala Maestrelli quel giorno in piedi davanti alla panchina subito dopo il triplice fischio dell'arbitro Panzino di Catanzaro, dice tutto su di lui, sul suo stato d'animo, sull'emozione che stava vivendo, su quella gioia mista a stordimento che lo stava travolgendo e sull'impresa che aveva compiuto diventando in quel momento l'uomo più felice del mondo.  

La squadra ebbe la migliore difesa per il secondo anno consecutivo e il primato di gol per Chinaglia capocannoniere del torneo con 24 reti. A fine stagione fu assegnato a Maestrelli il suo terzo "Seminatore d'oro" (unico allenatore a riceverlo per ciascuno dei tre campionati professionistici), riconoscimento meritatissimo che sancì la sua definitiva affermazione fra i migliori tecnici del nostro campionato.

La Lazio Campione d'Italia nel 74 fu un sogno per il popolo biancoceleste e una vera impresa calcistica, visto lo strapotere economico e mediatico delle squadre del Nord e senza dubbio artefice di quella impresa fu proprio Tommaso Maestrelli che seppe guidare con i suoi insegnamenti tecnico tattici e plasmare con la sua proverbiale umanità e comprensione, quei calciatori divisi su tutto durante la settimana ma che poi si ritrovavano uniti come un sol uomo la domenica. 
 
Maestrelli con il suo calcio all'olandese che aveva ammaliato Gianni Agnelli che lo voleva alla Juve e i vertici della Federazione Gioco Calcio a cui disse no per non tradire i suoi ragazzi e i tifosi, avrebbe potuto aprire un ciclo, foriero di ulteriori successi e vittorie, ma le cose purtroppo come è noto non andarono così. 

Maestrelli un secondo padre per Chinaglia

Il tumore al fegato che lo colpì già la stagione successiva allo Scudetto, fu un duro contraccolpo per la squadra che accusò il colpo e arrivò quarta con Bob Lovati amico e primo consigliere del buon Tommaso in panchina. 

La stagione successiva 1975-1976, con Maestrelli ricoverato, il Presidente Umberto Lenzini cedette alcuni giocatori importanti come Nanni, Oddi e Frustalupi, e affidò la guida della squadra ad un allenatore emergente, Giulio Corsini, che dopo sette giornate si ritrovò a lottare per non retrocedere. 

Quindi le condizioni di Tommaso Maestrelli migliorarono grazie ad una cura sperimentale, e riprese il suo posto sulla panchina della Lazio. Nel finale di campionato il tecnico romano dovette anche fare a meno di Giorgio Chinaglia, partito improvvisamente per gli Stati Uniti. 

Maestrelli allora affidò la maglia n. 9 a un ragazzo proveniente dal settore giovanile, il trasteverino Bruno Giordano che lo ripaga con impegno e reti. La Lazio si salvò all'ultima giornata, pareggiando 2-2 a Como. Sotto di due reti, quando tutto ormai sembrava irrimediabilmente perso, rimontò con Giordano e Badiani. Questa volta la differenza reti fu favorevole alla Lazio e a retrocedere fu l'Ascoli,

la banda Maestrelli

Dopo questa salvezza accolta come un altro tricolore, il Maestro come era chiamato da tutti, si concesse una breve vacanza in Abruzzo dall’amico Mario Tontodonati ex compagno di squadra nel Bari e nella Roma, un momento di gioia e serenità prima della tragica fine.

In autunno infatti, debilitato dal ritorno in panchina, il male tornò inesorabile. Maestrelli raccomandò a Lenzini Vinicio come tecnico, salutò i ragazzi e iniziò il calvario finale. Il suo ultimo giorno da laziale lo visse il 28 novembre 1976, in clinica, ascoltando alla radio il derby. 

Giordano che aveva lanciato gli regalò l'ultima gioia segnando il gol della vittoria, Felice Pulici che aveva difeso quel gol parando l'imparabile, gli dedicò, trattenendo a stento la commozione, la vittoria dai microfoni di "Tutto il calcio". Maestrelli ascoltò le parole del suo numero uno poi entrò in coma e fu trasportato di corsa in clinica. 

Al suo capezzale nei giorni seguenti sfilò tutta la squadra e per ultimo e sino all'ultimo, accanto a lui e insieme ai familiari, anche Giorgio Chinaglia arrivato apposta dall'America. Il 2 dicembre Tommaso Maestrelli finiva di soffire e moriva a soli 54 anni lasciando un vuoto enorme in chi l'aveva conosciuto e apprezzato e in chi lo aveva amato come un padre. 

Da allora il suo ricordo è sempre vivo. E non poteva essere altrimenti perchè Tommaso Maestrelli è stato un grande uomo di sport che ha segnato con le sue gesta e l'intera vita il nostro Novecento. Caro Maestro che ci guardi da lassù, auguri ovunque tu sia, sicuramente nel paradiso degli Eroi biancocelesti.

Pino, Tommaso e Giorgio di nuovo insieme


lunedì 29 settembre 2025

Oggi, 29 settembre...

 di FRANCESCO TRONCARELLI

Seduto in quel caffè, io non pensavo a te
guardavo il mondo che girava intorno a me
poi d’improvviso lei sorrise e ancora prima di capire
mi trovai abbracciato a lei stretto come se non ci fosse
che lei…
 

E’ il 29 settembre e il pensiero corre subito a uno dei primi successi di Lucio Battisti. Un brano che nonostante siano passati tanti anni, conserva ancora la freschezza della prima volta, continuando a regalare emozioni oggi come allora perché è uno dei capolavori del nostro pop.

Quando uscì il disco era il 1967, e quella era la terza canzone scritta da Mogol insieme a Lucio, dopo 'Dolce di giorno' e 'Per una lira'. Un pezzo dal titolo insolito, idealmente dedicato dal poeta della musica italiana alla moglie Serenella che in quel giorno celebrava il suo compleanno.

"Lucio veniva da me la mattina, alle 9 in punto –ricorda il paroliere-, prendevamo un caffè e poi lui cominciava a suonare con la chitarra la melodia sulla quale io costruivo il testo”, il brano fu completato in un paio di giorni e una volta pronto si cercò  nell’ambito della Ricordi, la casa discografica milanese dove lavoravano entrambi, qualcuno a cui affidarlo.

Quel qualcuno fu presto individuato nell’Equipe 84, il complesso beat più popolare di quegli anni composto dal “principe” Maurizio Vandelli, voce solista del gruppo, il gigante Victor Sogliani, bassista, il piccolo Alfio Cantarella, batterista e Franco Ceccarelli, seconda voce e chitarrista.  

Con l'esaurirsi della vena di protesta beat che aveva scosso la gioventù “capellona”, i più accorti si erano resi conto che per sopravvivere senza farsi prendere alla sprovvista dai nuovi stili e dalle varie mode che iniziavano a farsi strada, bisognava avere l'occhio lungo e rinnovarsi.

Vandelli così si tuffa su questo brano melodico che segna la consacrazione come autori della premiata ditta "Mogol & Battisti" e lo trasforma con un lavoro geniale di arrangiamento ricco di sonorità nuove e di rielaborazione dei tempi musicali in un disco che farà epoca. 

Questo brano infatti sarà considerato il primo pezzo italiano di rock psichedelico, anticipando di tre mesi persino “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band” dei Beatles, ritenuto il capolavoro mondiale di quel genere.

La canzone è la storia di un tradimento. Un uomo è seduto in un bar quando improvvisamente incontra il sorriso di una donna e ancora prima di mettere a fuoco la situazione, si ritrova sottobraccio a lei mentre la serata si svolge tra un ristorante ed un locale da ballo per poi finire nel letto del protagonista, dove lui si sveglia mentre una voce scandisce al Giornale Radio il nuovo giorno, 30 settembre. Era tutto un sogno?

L'utilizzo di un vero speaker della Rai ingaggiato per l’occasione (un'idea dell'ultimo momento, quando il pezzo era stato già registrato) che attraverso due annunci del giornale radio scandiva l’arco temporale (29 e 30 settembre) in cui si svolge la storia è un'idea che si rivela vincente.

Un'idea innovativa che resta scolpita nell'immaginario collettivo, come sono altrettanto all’avanguardia il testo e  la ricerca di un sound che trasmetta a chi ascolta, una sorta di atmosfera onirica dell'incontro con "l'altra".

Il valore aggiunto a quello che diventerà un successo enorme, è dato dalla voce di Maurizio Vandelli, capace di salire di tonalità come nessun altro frontman dei gruppi più in voga di quel periodo e che riesce a vocalizzare l'angoscia del brusco risveglio alla realtà, ben coadiuvato nei cori dagli altri tre compagni di avventura musicale.

 

“29 settembre” insomma è un brano veramente moderno, arrangiato in modo eccellente e che si avvicina alla produzione dei Beach Boys o dei Beatles ma senza peraltro scimmiottarli o prenderli ad esempio, è un’altra cosa.

Se il menestrello Donovan e i fantastici Kinks in Inghilterra cercano nuove strade alla loro musica, l'italianissima Equipe 84 cerca nuove sonorità a casa propria confermandosi il complesso, come si chiamavano allora le band, numero uno.

Quello più preparato e quindi capace di rinnovarsi senza sussulti e difficoltà, l'unico a potersi permettere certi esperimenti all'infuori del classico pezzo beat chitarra-basso sostenuto magari da una tastiera Farfisa, come tutti.

Alle registrazioni effettuate presso gli Studi Ricordi, che in quegli anni si trovavano in Via dei Cinquecento a Milano, partecipò anche l'Orchestra Sinfonica della Scala di Milano e fu effettuata su un registratore a otto piste, il primo utilizzato in uno studio di registrazione italiano che esordì proprio con questa canzone. 

Le manipolazioni di Vandelli sul master originale e svariate sovraincisioni riuscirono poi a dare a quel brano un suono particolare e cristallino. Nuovo e accattivante. Due anni dopo, nel 1969, anche Battisti cantò questa canzone inserendola nel suo primo album, “Lucio Battisti”. 

La sua interpretazione è più tradizionale rispetto a quella dell'Equipe e risente delle atmosfere tipicamente melodiche di gran parte della sua produzione. Nella sua versione, più lenta e armoniosa, la voce dello speaker è sostituita da un assolo di chitarra e il contrappunto di un flauto e quello di altri fiati come l’oboe, conferiscono una suggestione particolare molto accattivante.

Oggi, 29 settembre, a più di 50 anni da quel trionfo che squarciò gli orizzonti della musica leggera, riascoltiamo Lucio Battisti nella versione restaurata direttamente dai nastri analogici originali e rimasterizzata con tecniche digitali d’avanguardia, che ci restituisce il genio che ha rivoluzionato il nostro pop nel suo splendore artistico e creativo. 

venerdì 27 giugno 2025

Peppino di Capri, il quinto Beatles

 di FRANCESCO TRONCARELLI 


Una serata in suo onore al Trianon organizzata da Marisa Laurito col teatro sold out da mesi, un libro che racconta la sua vita, un film per la TV girato da Cinzia TH Torrini visto da milioni di spettatori.

Da quando Amadeus ha accolto la mia proposta lanciata attraverso i social e supportata da migliaia di followers per un premio alla carriera a Sanremo, Peppino di Capri non si è più fermato.

A 85 anni sta vivendo una seconda giovinezza, applaudito e benvoluto da tutti come una volta quando piazzava i suoi brani in classifica ed era uno dei divi della canzone italiana.

Servizi nei programmi del pomeriggio televisivo, articoli su riviste e giornali e addirittura la cagnolina di Striscia la notizia che entra in scena tra Michelle Hunziker e Gerry Scotti sulle note di "Champagne" dopo che il sondaggio fra gli spettatori ha indicato quel nome per lei. 

Peppino, sempre Peppino, fortissimamente Peppino. E non finisce qui. In questi giorni si è tornato a parlare di lui perché si stanno celebrando i 60 anni del tour dei Beatles nel nostro paese. Era il 24 giugno del 1965 quando i Fab Four sbarcarono in Italia per tenere dei concerti a Milano, Genova e Roma.

E Peppino c'era. Faceva parte di quel gruppo di artisti di supporto alle esibizioni degli Scarafaggi di Liverpool che precedevano la loro entrata in scena. Lui era il più importante, il più conosciuto di tutti, non a caso il suo nome fu l'unico ad essere indicato nei manifesti che annunciavano i concerti dei Beatles.
 


Un privilegio che la dice tutta sulla sua popolarità in quel periodo al di là del fatto che facesse parte della casa discografica Carish che distribuiva i dischi della Parlophone per cui incidevano Paul, John, Ringo e George. Peppino di Capri era un nome spendibile a livello pubblicitario, l'unico.

A sessant'anni da quello evento, spunta fuori una vera sorpresa, una grande quantità di foto inedite recuperate nell'archivio dell'istituto bancario Intesa Sanpaolo, immagni mai viste scattate dai reporter dell'agenzia Publifoto che seguirono in quei giorni frenetici i protagonisti dei concerto. I Beatles in primis e naturalmente Peppino di Capri. 

Il recupero di questo materiale prezioso si deve ad Annamaria De Caroli, esperta di comunicazione e soprattutto grande fan del gruppo inglese che ha setacciato e visionato un enorme quantitativo di foto che giacevano "sepolte" e dimenticate negli archivi delle più famose agenzie fotografiche dell'epoca per riunirle e catalogarle per preparare una grande mostra. 

Oltre 1400 foto inedite e spettacolari nel loro bianco e nero che ritraggono i Beatles durante i concerti e nel tour (conferenze stampa, viaggi, ecc.) tra le quali ci sono anche quelle degli artisti supporter con in testa un Peppino di Capri giovanissimo e tirato a lucido.
 
Alcune di queste immagini lo mostrano sul palco del Vigorelli insieme ai suoi Rockers, i bravissimi Mario Cenci, Bebè Falconieri, Gabriele Varano e Pino Amenta altre dietro il palco, e sono curiosissime. Peppino, quinto Beatles per acclamazione, è stato colto dall'obiettivo mentre armeggia con la sua cinepresa.
 
Di lì a poco riprenderà l'esibizione dei Fab Four, un filmato a colori mandato poi in onda in uno speciale sull'evento curato da Michele Bovi per la Rai quarant'anni dopo, quella stessa Rai che all'epoca ignorò il tutto credendo che quello dei ragazzi di Liverpool fossero una moda effimera, destinata a sparire. Le ultime parole famose...    
 










 


mercoledì 14 maggio 2025

Sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio del 2000...

di FRANCESCO TRONCARELLI

Lo scudetto della squadra più forte che si batteva contro i poteri forti, lo scudetto della felicità oltre ogni ragionevole speranza, lo scudetto di chi aveva creduto nelle sue possibilità, ma anche lo scudetto della gente che non ne poteva più di subire torti, di un popolo che aveva detto no alle ingiustizie, di una grande famiglia che si riconosceva nei valori dello sport e che per bandiera aveva i colori del cielo.

Questo e molto altro è stato il tricolore conquistato dalla Prima squadra della Capitale il 14 maggio del 2000, nell'anno del Centenario e di una città in festa perenne per i propri beniamini e per le loro vittorie, tra cortei di gioia alternati a marce di protesta senza soluzione di continuità nel corso di un campionato giocato all'attacco e con il grande risultato finale come premio per tutti.

Uno scudetto emozionante, il più lungo della storia del calcio, arrivato nel terzo tempo quando tutto era già finito negli altri campi e tutti erano incollati alle radioline per sapere come andava a finire mentre l'Olimpico occupato persino sul terreno di gioco attendeva trepidante il risultato da Perugia.

La Lazio infatti aveva fatto il suo dovere sino in fondo asfaltando la Reggina con tre gol siglati da Inzaghi, Veron e Simeone.  La lunga ricorsa sulla Juve inziata con un distacco di sei punti prima della sfida vinta il primo aprile al Delle Alpi con un colpo di testa magico di Simeone, era giunta al capolinea.


Due i punti che dividevano la capolista, quella Vecchia Signora da sempre ammanicata col potere dalla Lazio, la società guidata da Sergio Cragnotti che voleva dire la sua contrastando quel potere per vincere solo con la forza dei suoi giocatori. Un'impresa, come quello che era successo la domenica precedente aveva dimostrato. Ricordate?

La penultima giornata infatti aveva scatenato polemiche furiose. La Lazio vince a Bologna contro i due ex Andersson e Signori (la partita finisce 3-2) e la Juventus batte il Parma per 1-0. Nell’occasione torna al gol Del Piero, ma non è quello lo scandalo.

Lo scandalo al sole che tutti vedono meno che uno, è un rigore non concesso agli emiliani e soprattutto un gol annullato al Parma al minuto 89, grazie al quale la Lazio avrebbe raggiunto la capolista a 69 punti.

Una decisione così ingiustificata da parte dell’arbitro (lo stacco di testa di Cannavaro appare a tutti più che regolare) scatena l’ira generale e per una volta tifosi e stampa urlano “vergogna” all’unisono. Forse basterebbe una voce umile e autorevole, quella del mister Carlo Ancelotti, a placare le polemiche, ma non c'è la volontà.


Anzi, a esacerbare gi animi ci penserà il Direttore generale bianconero Luciano Moggi. Le sue parole e quel tono arrogante che gli è abituale gettano benzina sul fuoco. Basta non se ne può più. C'è il rischio del biscotto per la Mitica dopo lo scudetto perso per un punto nella stagione precedente. 

La piazza biancoceleste allora si mobilitò, venne organizzato un sit in a via Allegri sotto la sede della Federazione gioco calcio,  una protesta pacifica che poi degenerò in incidenti, traffico impazzito, cariche della polizia. Scene incredibili non certo volute da chi voleva solo gridare il proprio sedegno per quello che era successo.

Il 14 maggio dunque si era arrivati al redde rationem, la Lazio (entrata in campo con mezza curva Nord vuota per l'ennesima protesta al grido de "Il calcio è morto") il suo l'aveva fatto, bisognava vedere cosa sarebbe successo al Curi fra i perugini e la Juventus. 

Quella domenica in cui si concludeva il campionato, su tutta l’Italia il tempo era buono. Solo sulla zona di Perugia si addensano nuvole minacciose. Anzi, per dirla tutta, sul capoluogo umbro ancora splendeva il sole. Gli addensamenti nuvolosi riguardavano soltanto Pian di Massiano, la zona extraurbana sulla quale sorge lo Stadio Renato Curi.


E mentre all'Olimpico gli olè dei tifosi accompagnano le finte e i lanci di Simeone e compagani, sul Curi si scatena un temporale di rara intensità, un diluvio che rende il campo un acquitrino. La partita è ferma sullo 0-0 e ci vuole oltre un’ora per prendere una decisione.

L’arbitro Collina, un fischietto con la schiena dritta, dopo l'inevitabile attesa e le dovute prove per constatare che il pallone rimbalzi, ritiene che si possa giocare.  E così alle 17.11, quando Lazio-Reggina è già finita, a Perugia inizia la ripresa.

Nel momento in cui la palla viene portata al centro del campo, Lazio e Juventus hanno entrambe 72 punti e solo lo spareggio potrebbe dare un nome alla squadra campione d’Italia. Ma al 4°, avviene la svolta.

Punizione di Rapaic, Conte fallisce in piena area la respinta e consegna la palla sui piedi del capitano perugino Calori. Il difensore tira di prima intenzione e infila nell'angolino alla destra di Van der Sar.


L'Olimpico che è collegato tramite gli altoparlanti alla radiocronaca della partita che tutta l'Italia sta seguendo, esplode in un boato assordante, qualcuno fra i tifosi storici, lo paragonerà a quello udito a Lazio-Milan vinta al 90° nel 1973 con un gran gol di Re Cecconi.

Ora la classifica dice Lazio 72, Juventus 71. Fare gioco su quella superficie non è semplice ma se può farlo il Perugia, possono farlo anche i loro avversari. I bianconeri tentano il tutto per tutto, mentre a Roma l’Olimpico, dopo il boato di felicità per il gol di Calori, si è trasformato in luogo di preghiera.

Comunione (d'intenti) e liberazione (dai torti subìti). In campo ci sono migliaia di tifosi scesi dalle tribune per una invasione simbolica, sugli spalti a quelli che hanno assistito alla partita si sono aggiunti i tifosi che stavano a casa per patecipare a questa attesa incredibile ed emozionante. I 70 mila dell'inizio delle ostilità sono via via diventati 80 mila.

Tuti sono concentarti, tesi, in silenzio ascoltano quello che sta succedendo sul campo del Perugia. Con la mente e il cuore sono a 200 km di distanza. Sull’ultimo assalto bianconero, con Pippo Inzaghi che mette fuori da pochi metri la palla del possibile spareggio, per un attimo scende il gelo, seguito poi da un urlo liberatorio.


Su quell’errore clamoroso l’arbitro fischia la fine e immediatamente il radiocronista Riccardo Cucchi annuncia: "Mentre in questo istante Collina dichiara concluso il confronto: sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio del 2000, la Lazio è Campione d’Italia 1999-2000, la Juventus è stata battuta per 1-0 a Perugia dalla squadra di Carletto Mazzone. Linea all’Olimpico”.

E' l'apotesosi. Per squadra e tifosi è una gioia più violenta di un pugno in pieno volto, più inaspettata della schedina vincente del Superenalotto milionario. Tutti esultano, molti si abbracciano, qualcuno piange. L'euforia è inarrestabile.

È la vittoria della tenacia, della giustizia, della fede in un Dio ("Dio es del Lazio titola la stampa estera) che ogni tanto si ricorda di esistere per mandar giù la pioggia purificatrice come nel finale dei Promessi sposi di Manzoni, per sanificare un campionato al centro dei peggiori sospetti e renderlo puro. Una volta al secolo, alla Lazio succede anche questo.

"Sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio del 2000 la Lazio è Campione d'Italia", parole entrate nella storia della Prima squadra della Capitale che sancivano la fine di un campionato incredibile conclusosi con la rocambolesca e meritata vittoria dei ragazzi Sven Goran Eriksson, "il perdente di successo" secondo certa stampa romana.

Una giornata di autentica passione per i tifosi biancocelesti, un trionfo figlio di una squadra stellare che con forza e determinazione riuscì a raggiungere un traguardo che resterà per sempre negli annali del Calcio italiano e che oggi venti anni dopo procura una tremenda nostalgia e una rinnovata emozione al solo pensiero. Sì, quel 14 maggio del 2000 è stato meraviglioso e resterà per sempre nella memoria collettiva della gente laziale.


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