Criticato dagli addetti ai lavori e dai tifosi a seguito della serie di sconfitte subite dalla Lazio Maurizio Sarri si è dimesso.
La notizia è stata diffusa da Ilario di Giovambattista sui social e si è propagata immediatamente nel mondo Lazio.
Ora si attende l'ufficialità da parte della Società che aspettava con interesse (economico) questo passo da parte dell'allenatore.
Una scelta di coscienza da parte del tecnico toscano che si era reso conto dopo l'ultima partita persa con l'Udinese di non avere più il polso della situazione.
Ora si attende di conoscere il sostituto che erediterà questa situazione, ambientale e tecnica, esplosiva. Si parla di Tommaso Rocchi.
Di Sarri laziale restano i numerosi derby vinti e soprattutto il secondo posto della scorsa stagione che ha fatto sognare la gente laziale.
Ma i sogni se non sono suffragati dai fatti da parte di chi gestisce il tutto sono destinati a rimanere tali.
L'artefice dello Scudetto laziale del 12 maggio 1974 nel nuovo libro di Francesco Troncarelli. Un ritratto in punta di penna di Tommaso Maestrelli attraverso documenti inediti e foto private recuperate dall'archivio della famiglia dell'allenatore.
"Caro Maestro" è un racconto ricco di notizie, curiosità e dettagli poco conosciuti su uno degli uomini di Sport più amati di sempre e benvoluto da tutti e mai divisivo.
Un allenatore che si comportava da padre di famiglia con i suoi ragazzi risolvendogli i problemi e tirando fuori il meglio del loro carattere per il bene della squadra.
Il rapporto con Chinaglia, i tributi che gli sono stati dedicati nel corso degli anni a cominciare dal Busto a Tor di Quinto per proseguire con l'opera teatrale e finire con le canzoni che parlano di lui, alcuni dei capitoli del libro.
Impreziosiscono il volume la prefazione testimonianza di Giancarlo Oddi e la postfazione del presidente della Lazio Generale Antonio Buccioni.
Peppino Gagliardi è stato uno dei grandi protagonisti della scena
musicale italiana. Apprezzato e applaudito per le sue qualità artistiche
di autore e interprete dal pubblico e dalla critica è conosciuto in
tutto il mondo per brani come "Che vuole questa musica stasera" che è
stato inserito nelle colonne sonore di ben dieci film fra cui produzioni
inernazionali come la serie su Maradona e Operazione UNCLE.
Ha
partecipato a svariati Festival negli anni Sessanta e Settanta
(l'ultima partecipazione è del 93), conquistando spesso il podio e
guadagnandosi l'appellativo di "eterno secondo" per aver sfiorato più volte la vittoria con pezzi come "Se tu non fossi qui", "Come le viole" e "Come un
ragazzino" divenuti dei
grandi successi .
Polistrumentista ecellente (piano, fisarmonica,
chitarra) ha trovato nei suoi brani il giusto equilibrio tra la musica leggera
classica e quella popolare napoletana, incentrando la melodia in refrain
molto orecchiabili ma mai scontati e sempre molto elaborati.
Gentiluomo
napoletano d'altri tempi dopo una vita spesa per la musica, se n'è
andato in punta di piedi lo scorso agosto, ma la sua scomparsa è stata
quasi oscurata dai media nonostante la grande popolarità di cui ha
sempre goduto testimoniata dai milioni di visualizzazioni su Youtube delle sue
canzoni più famose come "Settembre", "Tamo e t'amerò" e "Sempre sempre".
Sarebbe opportuno e doveroso che Sanremo, che ha visto la sua consacrazione come interprete di successo, lo ricordi con un omaggio particolare, recuperando così anche la "distrazione" dei media nei suoi confronti al momento della sua scomparsa.
Conoscendo la Sua sensibilità e competenza, siamo certi che il tributo a questo artista richiesto dai microfoni della nostra Radio e sostenuto on line
tramite i social, venga accolto affinchè il grande pubblico televisivo possa concedere l'ultimo applauso a Peppino Gagliardi.
I capelli sono bianchi, le rughe hanno svolto implacabili il loro mestiere, ma gli occhi che il mostro vorrebbe spegnere per sempre e quello sguardo da cerbiatto curioso con cui si affacciava sul mondo, sono rimasti gli stessi. Come il fascino, come la classe, come quell'eleganza innata che l'ha accompagnata nella sua quotidianità di artista e donna.
Francoise Hardy compie 80 anni e la Francia si stringe intorno a lei, non solo per gli auguri, ma anche per esserle accanto in questo momento che dovrebbe essere sì di festa ma che è pure di preghiera, empatia, vicinanza ad una delle sue figlie più amate e che dopo tante vittorie contro il male del secolo, è ritornata a soffrire recentemente passando il Natale in una casa di cura.
Oggi l'attende un compleanno da trascorrere nel suo appartamento silenzioso, con i rami degli alberi che sfiorano le ampie finestre, ai margini ovest di una Parigi modernista, austera e fuori dal tempo, come lei. Un compleanno che sa di speranza e rinascita, l'ennesima negli ultimi travagliati anni, come le augurano quelli, tanti, che le vogliono bene.
E non potrebbe essere altrimenti perchè Francoise Hardy, cantante, scrittrice, astrologa ed amante della filosofia, negli anni Sessanta è stata un'icona sia per la sua personalità che per la delicatezza delle sue canzoni, di una generazione ribelle e sognatrice che è cresciuta con lei con l'idea di cambiare il mondo. Uno dei simboli della femminilità più ammirati e seguiti.
Francoise Hardy oggi
Una femminilità peraltro avvolta di raffinatezza e dolcezza lontana
anni luce dai modelli che oggi ci vengono offerti dal mondo dello
Spettacolo e dei Social, una femminilità che brillava di luce propria e
che aggiunta ad un talento artistico unico e alla capacità di essere
autrice sia del testo che della musica di svariate canzoni che
proponeva, fecero di lei il sogno proibito di migliaia di adolescenti
dell'epoca.
Frangetta, capelli lunghi, fisico androgino e al
tempo stesso affascinante, Francosie ha rappresentato anche un punto di
riferimento per le donne, perchè in anni difficili per l'emacipazione
femminile ha saputo parlare di sentimenti in modo libero e intelligente
facendo valere il punto di vista di lei in tutte le sfumature dell'amore
ben prima della rivoluzione femminista esplosa nel 1968.
L'esordio
fu un boom clamoroso, nel 1962 con la canzone "Tous les garcons et les
filles" che vendendo tre milioni di copie in tutto il mondo, le diede
una notorietà internazionale. La canzone trattava del disagio
adolescenziale e la Hardy divenne uno dei miti della generazione yè yè
insieme a France Gall, Sheila e Sylvie Vartan, sue amiche e protagoniste
come lei di quella stagione del costume irripetibile.
Francoise colpiva perchè aveva una bellezza melanconica,
speciale, che risvegliava l’immaginazione introspettiva, fuori dai
canoni delle bellone maggiorate ed anche della perfezione delle tipe
francesi alla Brigitte Bardot e alla Catherine Deneuve. E colpiva perchè
aveva una voce particolare, esile, intonata, non eccelsa nei vocalizzi
ma sicuramente coinvolgente.
con Edoardo Vianello a Sanremo
Tempo fa, Hardy ha rilasciato un'’intervista via mail, sul suo addio definitivo alle
esibizioni a “Le Figaro” ed in un passaggio ha aggiunto una frase che ce
la fa sentire, se possibile, ancora più vicina, una compagna di viaggio
su questa terra su cui tutti siamo ospiti temporanei: “Non ho paura di
morire, ma di soffrire”. Parole difficili da accettare ma che rendono lidea perfettamente sul dramma che sta vivendo.
Francoise compie oggi 80 anni. Vicino a lei per spegnere le candeline della torta
il figlio Thomas, musicista affermato come i genitori, il marito
arrivato dalla Corsica e, idealmente, una
nazione che l'ha vista affermarsi e le dice grazie perchè con parole
semplici e comprensibili ha saputo cantare le profonde verità sui
rapporti fra uomo e donna impersonando con la sua vita i sogni di tutti.
E
con loro ci saranno anche quelli che in tutte le parti del mondo
l'hanno amata come farebbe ogni fan che si rispetti, quelli che hanno
ballato felici con le sue canzoni, quelli che si sono emozionati con la
sua voce e la sua musica. Auguri Francosise, ti siamo vicini.
"Fra qualche giorno finirà l'estate E sulla spiaggia niente resterà Le ore passate saranno un ricordo Che noi porteremo lontano, io e te.."
E' inevitabile. Quando finisce agosto e ci si accinge a voltare la
pagina del calendario il pensiero va subito a lei, ad una delle canzoni
più belle del nostro pop dedicata a Settembre, il mese che conclude le
vacanze e segna il ritorno alla vita di tutti i giorni, al lavoro, ai
problemi e a soprattutto ai ritmi della quotidianità.
Ma questa volta, riascoltando questa meravigliosa canzone, il pensiero andrà automaticamente al suo interprete, il grande Peppino Gagliardi che se n'è andato neanche un mese fa, in una calda giornata di agosto, lasciandoci più soli, senza la sua musica e soprattutto la sua saggezza da gentiluomo colto e raffinato del Sud, che dispensava con pillole quotidiane sui social.
E' stata una perdita gravissima, che ha emozionato i suoi innumerevoli fan come l'onda emotiva riversatasi sul web ha dimostrato ma che non ha toccato minimamente i cuori e le menti di chi tira le fila dei media, che hanno oscurato praticamente la notizia della scomparsa dopo qualche breve cenno, ignorandola poi del tutto nei principali TG della sera di tutte le Reti.
Una vergogna che dimostra ancora una volta la distanza che c'è tra il popolo e la casta anche in termini culturali, fra la sensibilità della gente comune e l'arroganza dei radical chic, tra ciò che vorrebbe il pubblico e quello che vogliono imporre i capoccioni delle televisioni. Una vergogna che dall'informazione è passata all'intrattenimento.
Il buon Peppino è stato ignorato infatti anche da Techetechetè, il programma estivo per eccellenza che volge lo sguardo al passato e che sempre in casi come questo (vedi l'anno scorso per Tonino dei Camaleonti e Vittorio dei New Trolls) e recentemente per Toto Cutugno, rende un doveroso omaggio.
E se per correre ai ripari lo ricorderanno ora con una canzone in un mischione di "scomparsi" di tutti i tempi sembrerà la classica toppa peggiore del buco, perchè Peppino è un numero uno che andava celebrato con una puntata intera al momento.
"Settembre" dunque, la canzone che accompgnava gli ultimi bagliori estivi e la fine di quegli amori vissuti quando il sole calava sulla spiaggia, per la prima volta assume un significao diversso, ancora più struggente e che nel verso "e tu non ci sarai" rimanda immediatamente alla mancanza di Gagliardi.
Peppino col figlio Massimiliano che lo accompagna al piano
Questo brano dell'artista napoletano dalla tipica melodia "all'italiana" è
un pezzo che ha fatto il giro del mondo, ascoltato e applaudito in
Giappone come in Sud America, in Nord Europa (Benny Andersson degli Abba
è un fan di Gagliardi) e in Medio Oriente, sulla scia della
popolarità internazionale del suo interprete.
E' una canzone che colpisce subito, di grande atmosfera, con una musica,
composta dallo stesso Peppino, che coinvolge chi ascolta e lo avvolge
di emozioni che rimandano a vicende che tutti hanno vissuto nella loro vita nella stagione delle vacanze.
Il testo di Gaetano Amendola si sposa alla perfezione alla
musica e le fornisce il valore aggiunto con i suoi versi malinconci e
suggestivi. Insomma è una canzone come si facevano una volta, scritta
bene, musicata meglio e arrangiata come si deve. E per questo senza
tempo e sempre emozionante.
Venne presentata da Gagliardi al "Disco per l'estate" del 1970.
Un'edizione fra le più seguite in assoluto di questa famosa
manifestazione canora realizzata dall A.F.I. e la Rai che in sostanza
presentava le novità discografiche della stagione estiva allo stesso
modo di quello che faceva il festival di Sanremo per il mercato
invernale.
Con Corrado e Gabriella Farinon in veste di cerimonieri della kermesse,
aveva in gara artisti del calibro di Claudio Baglioni, Johnny Dorelli,
Caterina Caselli, Orietta Berti, Franco IV e Franco I, Michele, i
Giganti, Le Orme, Romina Power, Mino Reitano, Bobby Solo, Herbert
Pagani, i New Trolls, I Nomadi, i Nuovi Angeli e tanti altri ancora.
I migliori fra i cantanti e i gruppi sulla cresta dell'onda in quel
periodo. Ma alla serata finale svoltasi nela salone del casinò di Saint
Vincent arrivarono solo in dodici, in base alle vendite dei dischi
effettuate nel corso della kermesse che era inziata alla radio qualche
tempo prima.
Il podio del Disco per l'Estate 1970
E per un pugno di 45 giri venduti in più fu Renato, in libera uscita dal
gruppo dei Profeti, che la spuntò proprio su Gagliardi col suo "Lady
Barbara", brano frizzante col ritornello a marcetta, che fece ovviamente
colpo sui giovanissimi che seguivano il complesso e sulle fan del suo
leader. Ma i cavalli di razza si vedono alla distanza.
Il pezzo del capellone Renato che impazzò in quell'anno fu sì il Disco
per l'estate 1970, ma "Settembre" di Gagliardi da quel momento sarà il
disco dell'estate per sempre. Nessuno canta più o ripropone nei servizi
dei media o sui social "Lady Barbara", brano ormai sconoscuto ai più e
finito nel dimenticatoio, tutti invece cantano con nostalgia e
sentimento "Settembre poi verrà ma senza sole e forse un novo amore
nascerà...".
"Settembre" peraltro è stato lo spartiacque della carriera dell'artista
napoletano già affermato per canzoni di grande successo come "T'amo e
t'amerò" e "Che vuole questa musica stasera" che detiene il record per
un disco italiano di utilizzazione nelle colonne sonore dei film (ben
8).
Da quella serata al casinò per la finale in cui arrivò secondo è stato
tutto un susseguirsi di successi e trionfi fra Canzonissima e Sanremo
con brani come "Sempre sempre", "Come un ragazzino", "Gocce di mare"
"Come le viole" e così via.
Ecco allora questo brano diventato da oltre 50 anni un cult del dopo vacanze e
della stagione dei bilanci estivi. Lo riascoltiamo, non certo senza un po' di commozione, dal video tratto
dall'esibizione di Peppino a "Senza rete", lo show del
sabato sera trasmesso dall'Auditorium Rai di Napoli, in cui
gli artisti cantavano senza il paracadute del playback dal
vivo.
Gaglardi canta dopo Aznavour, una sorta di investitura per lui in virtù
della partecipazione emotiva e carismatica con cui ha sempre affrontato
l'interpretazione dei suoi brani. E a conferma di quanto dicevamo circa
la validità della melodia del pezzo, fate caso al momento durante l'esecuzione, in
cui il maestro Pino Calvi lascia la direzione dell'orchestra per
sottolineare al piano l'inciso della canzone.
Un omaggio alla musica e al suo autore. Un omaggio che adesso che Peppino non c'è più vuol dire grazie.
Entrare nella storia della televisione senza saperlo. Essere
protagonisti di un pezzo del pop d'autore e non pensarci. Cantare
davanti a milioni di persone emozionandosi insieme a loro. Questo e
anche altro, accadeva esattamente 51 anni fa nel piccolo schermo grazie a
due miti assoluti della nostra musica, Lucio Battisti e Mina.
Un duetto incredibile e letteralmente coinvolgente,
un'accoppiata da brividi forti che ha fatto epoca e che per certi versi ha segnato la
fine di una stagione della nostra vita. Una gemma della durata di una manciata di minuti che
entusiasma ancora oggi.
Era domenica 23 aprile 1972, l'incontro avviene sul Secondo canale
(superfluo dire della Rai, allora c’era solo lei) al Teatro delle
Vittorie in Roma dove va in onda
"Teatro 10". La trasmissione è in bianco e nero, anzi soprattutto nel
bianco che più bianco non si può tipico delle scenografie dei
grandi show di Antonello Falqui. Don Lurio si occupa delle coreografie e
dei balletti.
E' un classico varietà del sabato sera, ma spostato alla domenica per lasciare la
vigilia del dì di festa al "Pinocchio" di Comencini, in modo che i bambini lo
potessero vedere anche se arrivava dopo Carosello.
Introdotti dal gran
cerimoniere Alberto Lupo, a "Teatro" 10 sfilavano i nomi più importanti
dello showbiz internazionale, incorniciati dalla voce di madama Mazzini
che cantava da sola, duettava con un ospite e poi mandava tutti a nanna
con "Parole parole parole".
Qualità garantita insomma, com’era la regola
dell’allora deprecata e oggi rimpianta tivù di Ettore Bernabei. Quella sera in
scaletta c'erano il re del rock francese Johnny Hallyday, Enrico
Montesano
con le sue macchiette, le gemelle Kessler
per un annunciato spogliarello, che in cinque minuti
mostrò meno epidermide di cinque
secondi di un qualsiasi "Grande Fratello" e addirittura il grande
violinista classico Salvatore Accardo.
E
poi, naturalmente, i due mostri non ancora sacri, ma già affermati Mina e Lucio. Alle
21,47, scatta l’ora di questo
evento eccezionale. Per la prima, unica e ultima volta cantano insieme i
due giganti di quella che allora veniva chiamata "musica leggera".
I
due artisti più
geniali e irregolari del Bel paese canterino, i due miti che poi
sceglieranno entrambi di sparire dalle scene dopo averle occupate fino alla
massima capienza,
grazie a una combinazione eccezionale di genio e carisma.
Finalmente in coppia davanti alla grande platea televisiva, dopo i
successi discografici di "Insieme", "Amor Mio" ed "Io e Te da Soli" e "La mente torna",
firmati da Mogol-Battisti e interpretati dalla Tigre di Cremona, che hanno trionfato nelle classifiche di vendita.
Sono questi gli
ingredienti giusti per creare il duetto per eccellenza, quello che dopo cinquant'anni nessuno è riuscito ad eguagliare nè
superare.
L’evento
dura otto minuti e 59 secondi.
Mina: "Senti Lucio, volevo dire una
cosa. Tu, di solito, canti le tue
canzoni, cioè: canti soltanto quelle, proprio. Io molto spesso canto
le tue canzoni. Cosa dici: per una volta le cantiamo insieme queste
canzoni?".
Battisti: "Bè, io sarei anche d'accordo...", Mina: "Eh!?!
Grazie". Battisti: "No anzi, sono d'accordo, perché, tra l'altro, mi
hanno accompagnato cinque amici da Milano...". Mina: "Apposta".
Battisti: "Proprio per questa cosa qui...". Mina: "Bene".
Battisti e il suo gruppo con Mina
I
cinque amici che hanno accompagnato da Milano il cantautore sono Gianni
Dall'Aglio alla batteria, sodale da sempre di Celentano e componente
dei Ribelli. Angel Salvador al basso componente dello stesso gruppo,
Gabriele Lorenzi organista della Formula 3, il trio che accompagnava nei
concerti Battisti, Massimo Luca alla chitarra acustica e Eugenio
Guarraia alla chitarra elettrica, entrambi turnisti alla "Numero Uno",
la neonata etichetta discografica di Lucio.
La magia ha inizio con "Insieme",
ma non è Mina ad interpretarla, bensì Lucio Battisti che con la sua
inconfondibile voce naïve conduce con garbo gli spettatori
nel microcosmo del duetto. Subito dopo entra Mina, timbro sicuro e
caldo, che intona "Mi ritorni in mente", un'esecuzione tecnicamente ed
emotivamente perfetta, a cui si unisce Battisti.
Il medley continua con "Motocicletta", "E penso a te", "Io e te da
soli", "Eppur mi son scordato di te", in un alternanza e scambio di voci
agli antipodi che però si fondano e si esaltano a vicenda che cattura
tutti i presenti in sala e quelli davanti il piccolo schermo fino alla
conclusione con la stupenda "Emozioni" che Mina sente sua
interpretandola chiudendo gli occhi e facendosi accompagnare da qualche
vocalizzo di Lucio.
All’ultima nota suonata dal chitarrista, il
pubblico esplode in un applauso scrosciante pari all’intensità di quello
evento a cui ha assistito. I due protagonisti si avvicinano, lei
sussura
qualcosa nell’orecchio di lui che la ringrazia e poi si tengono per
qualche istante per mano.
Quella esibizione per molti cambiò l’immaginario collettivo
degli italiani, non solo perché molto semplicisticamente la tv sarebbe
diventata a colori dopo qualche tempo, ma anche perché il clima sociale stava
cambiando, purtroppo in peggio, i famosi Anni di piombo erano in agguato.
Dalle metriche cantate da Mina e Battisti presto
le parole ricorrenti divennero crisi economica, Brigate Rosse, assassinio di
Calabresi, paura, austerity. In quell’inizio di anni Settanta l’Italia stava per perdere
la propria innocenza e la parola fine di quel periodo quasi
spensierato lo avevano interpretato proprio Mina e Battisti, i due amici amatissimi.
1971, la Lazio è in serie B e per risalire la china Lenzini
si affida ad un nuovo tecnico, Tommaso Maestrelli. Ma la piazza, sobillata dai
fan del vecchio mister, il carismatico Lorenzo, è in fermento.
Alcuni tifosi
però decidono di essere il più possibile vicini alla squadra. Sono tutti
ragazzi di Monteverde, che si uniscono per fondare il primo gruppo organizzato
del tifo giovanile a Roma, il CML.
Da quel momento i Commandos Monteverde Lazio con il loro maxi striscione, saranno sempre presenti in tutti gli stadi d’Italia al seguito della prima squadra della Capitale, accompagnadola così al trionfo dello
Scudetto.
"COME ERAVAMO" di Francesco Troncarelli racconta le gesta di “quelli che hanno portato il tifo in curva”,
quali erano i riti, i miti e i tipi che davano il la al tifo biancoceleste dal
Muretto, là dove si riunivano i tifosi più caldi, uno su tutti il Tassinaro.
lo storico striscione del CML
L’autore che ha vissuto giovanissimo in prima persona questi avvenimenti,
ci porta indietro nel tempo tra pantaloni a zampa d’elefante, capelli lunghi,
eskimo d’ordinanza e le canzoni di Lucio Battisti a fare da colonna sonora.
Con una prosa brillante descrive fatti e misfatti di una gioventù ribelle al conformismo del tifo
ingessato e casareccio che esisteva all’Olimpico prima dell’avvento di Giorgio
Chinaglia, simbolo e mito di tutti i tifosi laziali.
Venti
capitoli che si leggono tutti d’un fiato tra foto inedite e rigorosamente vintage che riportano
indietro nel tempo e racconti che appassionano anche chi non è tifoso.
E' un libro
che mancava nella biblioteca biancazzurra perchéscritto da chi era sugli spalti e ha conosciuto
in presa diretta gli avvenimenti di cui si parla.
Giancarlo Oddi e Francesco Troncarelli
Giornalista
e conduttore radiofinico, Francesco Troncarelli ha firmato articoli di
Costume e Spettacolo per il Messaggero e ha collaborato ai settimanli Europeo e Guerin Sportivo.
Romano da svariate generazioni e laziale "di padre in figlio" ha fondato e diretto le riviste Eagles Supporters e La Lazio e ha realizzato alcuni cortometraggi fra cui "Ultimo mambo all'Olimpico" e "Una vita da tassinaro".
Adesso
ha dato alle stampre questo bel libro sul tifo, Chinaglia e lo scudetto
del 74, pubblicato dalle edizioni Reality Book e reperibile in tutte le
librerie e sulle piattaforme dedicate on line.
A firmare la
prefazione di “COME ERAVAMO” è Giancarlo Oddi, campione d’Italia con quella
Lazio leggendaria ed unico romano della squadra.
Le sue sono parole emozionantiche introducono nel modo migliore la
narrazione coinvolgente di Troncarelli.