di FRANCESCO TRONCARELLI
venerdì 27 giugno 2025
Peppino di Capri, il quinto Beatles
mercoledì 14 maggio 2025
Sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio del 2000...
Questo e molto altro è stato il tricolore conquistato dalla Prima squadra della Capitale il 14 maggio del 2000, nell'anno del Centenario e di una città in festa perenne per i propri beniamini e per le loro vittorie, tra cortei di gioia alternati a marce di protesta senza soluzione di continuità nel corso di un campionato giocato all'attacco e con il grande risultato finale come premio per tutti.
Uno scudetto emozionante, il più lungo della storia del calcio, arrivato nel terzo tempo quando tutto era già finito negli altri campi e tutti erano incollati alle radioline per sapere come andava a finire mentre l'Olimpico occupato persino sul terreno di gioco attendeva trepidante il risultato da Perugia.
La Lazio infatti aveva fatto il suo dovere sino in fondo asfaltando la Reggina con tre gol siglati da Inzaghi, Veron e Simeone. La lunga ricorsa sulla Juve inziata con un distacco di sei punti prima della sfida vinta il primo aprile al Delle Alpi con un colpo di testa magico di Simeone, era giunta al capolinea.
Due i punti che dividevano la capolista, quella Vecchia Signora da sempre ammanicata col potere dalla Lazio, la società guidata da Sergio Cragnotti che voleva dire la sua contrastando quel potere per vincere solo con la forza dei suoi giocatori. Un'impresa, come quello che era successo la domenica precedente aveva dimostrato. Ricordate?
La penultima giornata infatti aveva scatenato polemiche furiose. La Lazio vince a Bologna contro i due ex Andersson e Signori (la partita finisce 3-2) e la Juventus batte il Parma per 1-0. Nell’occasione torna al gol Del Piero, ma non è quello lo scandalo.
Lo scandalo al sole che tutti vedono meno che uno, è un rigore non concesso agli emiliani e soprattutto un gol annullato al Parma al minuto 89, grazie al quale la Lazio avrebbe raggiunto la capolista a 69 punti.
Una decisione così ingiustificata da parte dell’arbitro (lo stacco di testa di Cannavaro appare a tutti più che regolare) scatena l’ira generale e per una volta tifosi e stampa urlano “vergogna” all’unisono. Forse basterebbe una voce umile e autorevole, quella del mister Carlo Ancelotti, a placare le polemiche, ma non c'è la volontà.
Anzi, a esacerbare gi animi ci penserà il Direttore generale bianconero Luciano Moggi. Le sue parole e quel tono arrogante che gli è abituale gettano benzina sul fuoco. Basta non se ne può più. C'è il rischio del biscotto per la Mitica dopo lo scudetto perso per un punto nella stagione precedente.
La piazza biancoceleste allora si mobilitò, venne organizzato un sit in a via Allegri sotto la sede della Federazione gioco calcio, una protesta pacifica che poi degenerò in incidenti, traffico impazzito, cariche della polizia. Scene incredibili non certo volute da chi voleva solo gridare il proprio sedegno per quello che era successo.
Il 14 maggio dunque si era arrivati al redde rationem, la Lazio (entrata in campo con mezza curva Nord vuota per l'ennesima protesta al grido de "Il calcio è morto") il suo l'aveva fatto, bisognava vedere cosa sarebbe successo al Curi fra i perugini e la Juventus.
Quella domenica in cui si concludeva il campionato, su tutta l’Italia il tempo era buono. Solo sulla zona di Perugia si addensano nuvole minacciose. Anzi, per dirla tutta, sul capoluogo umbro ancora splendeva il sole. Gli addensamenti nuvolosi riguardavano soltanto Pian di Massiano, la zona extraurbana sulla quale sorge lo Stadio Renato Curi.
L’arbitro Collina, un fischietto con la schiena dritta, dopo l'inevitabile attesa e le dovute prove per constatare che il pallone rimbalzi, ritiene che si possa giocare. E così alle 17.11, quando Lazio-Reggina è già finita, a Perugia inizia la ripresa.
Nel momento in cui la palla viene portata al centro del campo, Lazio e Juventus hanno entrambe 72 punti e solo lo spareggio potrebbe dare un nome alla squadra campione d’Italia. Ma al 4°, avviene la svolta.
Punizione di Rapaic, Conte fallisce in piena area la respinta e consegna la palla sui piedi del capitano perugino Calori. Il difensore tira di prima intenzione e infila nell'angolino alla destra di Van der Sar.
L'Olimpico che è collegato tramite gli altoparlanti alla radiocronaca della partita che tutta l'Italia sta seguendo, esplode in un boato assordante, qualcuno fra i tifosi storici, lo paragonerà a quello udito a Lazio-Milan vinta al 90° nel 1973 con un gran gol di Re Cecconi.
Ora la classifica dice Lazio 72, Juventus 71. Fare gioco su quella superficie non è semplice ma se può farlo il Perugia, possono farlo anche i loro avversari. I bianconeri tentano il tutto per tutto, mentre a Roma l’Olimpico, dopo il boato di felicità per il gol di Calori, si è trasformato in luogo di preghiera.
Comunione (d'intenti) e liberazione (dai torti subìti). In campo ci sono migliaia di tifosi scesi dalle tribune per una invasione simbolica, sugli spalti a quelli che hanno assistito alla partita si sono aggiunti i tifosi che stavano a casa per patecipare a questa attesa incredibile ed emozionante. I 70 mila dell'inizio delle ostilità sono via via diventati 80 mila.
Tuti sono concentarti, tesi, in silenzio ascoltano quello che sta succedendo sul campo del Perugia. Con la mente e il cuore sono a 200 km di distanza. Sull’ultimo assalto bianconero, con Pippo Inzaghi che mette fuori da pochi metri la palla del possibile spareggio, per un attimo scende il gelo, seguito poi da un urlo liberatorio.
Su quell’errore clamoroso l’arbitro fischia la fine e immediatamente il radiocronista Riccardo Cucchi annuncia: "Mentre in questo istante Collina dichiara concluso il confronto: sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio del 2000, la Lazio è Campione d’Italia 1999-2000, la Juventus è stata battuta per 1-0 a Perugia dalla squadra di Carletto Mazzone. Linea all’Olimpico”.
E' l'apotesosi. Per squadra e tifosi è una gioia più violenta di un pugno in pieno volto, più inaspettata della schedina vincente del Superenalotto milionario. Tutti esultano, molti si abbracciano, qualcuno piange. L'euforia è inarrestabile.
È la vittoria della tenacia, della giustizia, della fede in un Dio ("Dio es del Lazio titola la stampa estera) che ogni tanto si ricorda di esistere per mandar giù la pioggia purificatrice come nel finale dei Promessi sposi di Manzoni, per sanificare un campionato al centro dei peggiori sospetti e renderlo puro. Una volta al secolo, alla Lazio succede anche questo.
"Sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio del 2000 la Lazio è Campione d'Italia", parole entrate nella storia della Prima squadra della Capitale che sancivano la fine di un campionato incredibile conclusosi con la rocambolesca e meritata vittoria dei ragazzi Sven Goran Eriksson, "il perdente di successo" secondo certa stampa romana.
Una giornata di autentica passione per i tifosi biancocelesti, un trionfo figlio di una squadra stellare che con forza e determinazione riuscì a raggiungere un traguardo che resterà per sempre negli annali del Calcio italiano e che oggi venti anni dopo procura una tremenda nostalgia e una rinnovata emozione al solo pensiero. Sì, quel 14 maggio del 2000 è stato meraviglioso e resterà per sempre nella memoria collettiva della gente laziale.
lunedì 27 gennaio 2025
Luigi Tenco, l'ultima notte
di FRANCESCO TRONCARELLI
Il 27 gennaio del 1967, la parabola umana e artistica di Luigi Tenco si
chiudeva tragicamente nella stanza 219 dell’hotel Savoy di Sanremo, dopo
aver
cantato per l’ultima volta la canzone su cui aveva puntato tutto per
ottenere un’affermazione presso il grande pubblico. Una vicenda che
ancora oggi nonostante il tempo trascorso, suscita interesse, dubbi e
molte domande destinate a restare senza risposta, oltre al naturale
dispiacere per la fine così drammatica di questo grande cantautore. Sono
in molti a domandarsi "perchè", sono in tanti a restare ancora adesso
smarriti per quella fine così tragica.
Il Festival rappresentava l’antitesi assoluta dei suoi principi, tesi
piuttosto ad una ricerca artistica orientata verso la mediazione di
ideali, sentimenti, aspirazioni e grandi speranze. Ma il passaggio sul
palco del Casinò era diventato quasi obbligato per la sua carriera, non
solo per le pressioni dei discografici che volevano farlo diventare un
personaggio popolare e quindi vendibile sul mercato (vedi la scelta
della affermata e internazionale Dalida come partner nella esecuzione e
relativo paparazzato flirt), ma anche per una sua scelta maturata seppur
tra mille dubbi e perplessità, che intravedeva in quella partecipazione
un riconoscimento definitivo delle sue qualità.
Anticonformista e anticonvenzionale, con una personalità fragile ed
inquieta, dotato di una voce aspra e profonda venata da quella
malinconia che contraddistingueva il suo modo di essere artista, il
mancato ingegnere Luigi Tenco avviato alla musica dalla passione per il
pianoforte e il sassofono, era un personaggio in anticipo sui tempi, tra
i primi a dissacrare la rima cuore-amore (“Mi sono innamorato di te
perché non avevo niente da fare” 1962), che cantava in modo struggente i
sentimenti (“Angela”, “Lontano lontano”) e la disperazione esistenziale
(“Vedrai vedrai”, “Un giorno dopo l’altro”).
A ventinove anni, con alle spalle una delle più importanti etichette
italiane, la RCA, andava a Sanremo dunque per la sua consacrazione. Non a
caso alla vigilia del festival, il suo ottimismo era palpabile, come si
avverte da una delle ultime interviste rilasciata al settimanale
“Sorrisi e Canzoni”: “Il pubblico mostra un interesse nuovo per quella
linea melodica che si allaccia al folklore. Il problema è quindi quello
di inserire, nel mondo sonoro di oggi, canzoni che si ispirano ad
antiche melodie. Il campo è così vasto che ogni cantante può attingervi
secondo la propria vena, mantenendo intatta la propria personalità”.
E “Ciao amore, ciao”, ultimo brano della sua produzione, è proprio la rappresentazione di questo travaglio artistico che Tenco aveva avuto negli ultimi tempi della sua vita prima di quella drammatica notte del 26 gennaio del 67, un cambiamento da autore sensibile e al tempo stesso insoddisfatto, alla ricerca della canzone che doveva aprire una nuova strada nella musica leggera italiana. Una canzone popolare nel vero senso del termine e non solo di protesta.
La sua attenzione e creatività era infatti indirizzata non più e non solo su componimenti dedicati all'amore, ma sui problemi sociali e politici di una Italia che sembrava aver ottenuto la sua stabilità e il suo benessere economico tendendo però a rimuovere ingiustizie palesi e difficoltà nel quotidiano tramite la spensieratezza delle canzonette dei juke box.
In questo contesto “Ciao amore, ciao” è la canzone più sofferta di Tenco. E non tanto perché ha accompagnato il suo tragico epilogo ma per come è arrivata al festival, cioè alla versione definitiva che tutti conoscono, attraverso alcuni stati evolutivi del testo.
Il titolo originale infatti era “Li vidi tornare”, e si riferiva ad un brano dai sapori antimilitaristi come si sarebbe detto all’epoca, che raccontava il sogno di un bambino che immagina di vedere tornare a casa i soldati morti in guerra. Parole semplici ma profonde e che fanno riflettere, fra le quali c’era una citazione da “La spigolatrice di Sapri” del poeta Luigi Mercatini:
Li vidi passare
vicino al mio campo
ero un ragazzino
stavo lì a giocare
Erano trecento
erano giovani e forti
andavano al fronte
col sole negli occhi
E cantavano cantavano
tutti in coro
ciao amore ciao amore
ciao amore ciao…
Il tema della guerra poi venne abbandonato a favore di un riferimento più attuale e diretto per il nostro paese quale poteva essere quello delle migrazioni interne e i relativi cambiamenti che si determinavano nella vita di chi lasciava la sua terra per tentare una nuova vita nella città e soprattutto nella modernità.
Il testo definitivo che venne composto dopo una cena al ristorante Antico Falcone di Roma sul retro di un menù e vari tovaglioli, parla infatti di un contadino che, stanco della vita di campagna e del lavoro nei campi soggetto alla variabilità delle condizioni atmosferiche (“guardare ogni giorno, se piove o c’è il sole”), si decide a partire per la città (“andare via lontano a cercare un altro mondo”), alla ricerca di nuove esperienze e opportunità (“dire addio al cortile, andandosene sognando”).
Quel cambiamento tanto agognato, genera però addii alle persone amate e un profondo smarrimento davanti alla realtà metropolitana che disconosce valori e tradizioni consolidate (“in un mondo di luci, sentirsi nessuno” ed ancora “saltare cent’anni in un giorno solo, dai carri dei campi, agli aerei nel cielo”).
Tanto che si arriva a pentirsi della decisione presa (“e non capirci niente e aver voglia di tornare da te”), perché sopraffatti dallo spaesamento che si prova in un ambiente che non ti appartiene e che tutto sommato ti emargina. Un disagio quasi premonitore di quello che Tenco proverà sul palcoscenico al momento della sua sofferta interpretazione, davanti al pubblico presente nel salone delle feste del Casinò e quello del piccolo schermo.
Il brano fu infatti eseguito da Tenco e da Dalida in occasione della prima serata del 17° Festival di Sanremo, che si svolse il 26 gennaio 1967. Poco prima di salire sul palco, Tenco disse al conduttore della manifestazione Mike Bongiorno “Questa è l’ultima volta”, “che canti un brano folk” rispose il presentatore, “no con tutto” la precisazione del cantante che riconsiderata a posteriori rivela un disagio forte e inquietante dell’artista per la situazione che stava vivendo.
L'esibizione eccessivamente sotto tono di “Ciao amore, ciao” da parte del cantautore, fu condizionata, si disse, dall'assunzione di barbiturici ed alcol, tanto che lo stesso maestro Giampiero Reverberi fece fatica a seguirlo. Altri sostennero invece che l’esecuzione fu volutamente lenta in polemica con la versione della cantante francese che ne aveva fatto a giudizio di Tenco una "marcetta". Al termine di tutte le esibizioni di quella serata, “Ciao amore, ciao” aveva ottenuto solamente 38 preferenze su 900, risultando dodicesima su sedici brani in gara e fu quindi, per il momento, eliminata.
L'ultima speranza era affidata alla Commissione di ripescaggio, composta dall’organizzatore Gianni Ravera, dai giornalisti Rai Ugo Zatterin e Lello Bersani e dal regista televisivo Lino Procacci, che preferì recuperare, nonostante l’opposizione del giornalista Lello Bersani che poi si dimise, “La rivoluzione” interpretata da Gianni Pettenati e Gene Pitney.
L'eliminazione di “Ciao, amore ciao” fu comunicata al cantautore mentre stava dormendo su un tavolo da biliardo. Alla notizia Tenco ebbe uno scatto d’ira e se la prese con Marcello Minerbi del gruppo Los Marcellos Ferial, imputandogli di essere stato colui che l'aveva introdotto nel mondo della musica. Poi calmatosi grazie alle parole di Dalida, bevve qualcosa con lei, il suo ex marito e produttore Lucien Morisse e il reporter Renato Casari che gli scattò alcune foto e si ritirò nella sua
stanza per sempre.
Quello che sia successo prima del ritrovamento del suo cadavere alle 2
e 10 del 27 gennaio da parte di Dalida e Lucio Dalla (lei in lacrime e
con le mani sporche di sangue per aver abbracciato il suo corpo esanime
sul pavimento, lui sconvolto con indosso un pellicciotto perché
svegliato dal trambusto e senza pigiama), da una certezza assoluta, è
diventato nel tempo uno dei misteri d’Italia, al di là delle indagini,
anche recenti, della magistratura che hanno confermato il suicidio
dell’artista.
Resta sicuramente il dolore e lo stupore per la sua morte che
comunque non fermò il festival e che venne archiviata in fretta dagli
inquirenti mentre il circo di Sanremo andava avanti col matrimonio di
Pitney, i flash impazziti e la passerella dei divi della canzone. Per
cercare di capire quella tragedia ci viene incontro quello che scrisse
il premio Nobel Salvatore Quasimodo qualche giorno dopo in un puntuale e
illuminante articolo pubblicato su il settimanale “Tempo” la cui
attualità per certi meccanismi tuttora in vigore, è peraltro
impressionante:
“I cantanti, i divi, sono esseri viventi e non prodotti da lanciare
sul mercato e da gettare via quando i gusti dei consumatori reclamano
una nuova etichetta. Così avviene nel mondo dello spettacolo e
soprattutto oggi in quello dell’industria discografica che va forte, a
giri di miliardi. Chi è furbo capisce che le qualità sono difetti agli
occhi del pubblico e che solo ciò che è generico e non agita le opinioni
dei benpensanti va bene, è lecito.
“I capelloni, i beat, i folk e i canti di protesta sono accolti
purché non superino l’avanguardia rivoluzionaria della Vispa Teresa.
Luigi Tenco ha voluto colpire a sangue il sonno mentale dell’italiano
medio. La sua ribellione che coincideva con una situazione personale di
uomo arrivato alla resa dei conti con la carriera, ha però ancora una
volta urtato contro il muro dell’ottusità. Chi non è in grado di
domandare un minimo di intelligenza a una canzone non può certo capire
una morte”.
sabato 4 gennaio 2025
Dieci anni senza Pino Daniele
di FRANCESCO TRONCARELLI
Dieci anni fa se ne andava improvvisamente Pino Daniele, artista di razza che ha saputo coniugare grande musica ad una scrittura di qualità, verace come la sua terra e profonda come la sua natura. E’ stato uno dei massimi esponenti di una rivoluzione musicale napoletana che nello stile compositivo e nella strumentazione si alimentava di Africa, Oriente, Sudamerica, bleus e jazz e in quei testi particolari fra il napoletano e l’inglese era capace di evocare la grande varietà di umori, atmosfere e palpiti di una Napoli che nessuno aveva colto prima.La sua carriera è stata ricca di successi e apprezzamenti, quarant’anni di sound irresistibile nel corso dei quali ha saputo regalare emozioni a non finire. Quarant’anni di attività appassionata e spassionata che ha generato una produzione di alto livello, in cui Pino Daniele è stato sinonimo di Napoli in musica ovunque si sia esibito.
Quella Napoli colta, sempre alla ricerca di un ponte tra la ricchezza sonora della città e il mondo di fuori, fino a pescare nel blues e nel jazz tinte e atmosfere determinanti per la sua musica. Ma anche quella più decisamente popolare, con brani che hanno aggiunto colore e cuore alla sua terra e che fanno ormai parte del patrimonio comune.
Insieme a Troisi di cui era grande amico (aveva curato la colonna sonora dei suoi primi film: Ricomincio da tre, Le vie del Signore sono infinite, Pensavo che fosse amore…), aveva rappresentato negli anni Ottanta la rinascita artistica di una città spesso considerata solo centro del malaffare e che invece è sempre stata punto di riferimento di una cultura profonda e dai contenuti importanti.
Era stato infatti il catalizzatore con il grande sassofonista James Senese nel gruppo “Napoli Centrale” di quel sound partenopeo che aveva risvegliato la città dai ritmi lenti del tran tran quotidiano indirizzandola verso stimoli creativi più effervescenti per le nuove generazioni.
Tante le collaborazioni con nomi illustri della scena internazionale come ad esempio Eric Clapton, Gino Vannelli, Chick Corea e ovviamente con tutti i nostri big, da Vasco a Ligabue, da De Gregori a Pausini, momenti irripetibili di grande musica rimasti nell'immagiario collettivo.
Lontano
dai giri che contano e dal gossip mediatico, dopo un periodo di pausa
creativa in cui aveva preferito le session con gli amici e lo studio di
nuove sonorità, aveva riassaporato il gusto dei concerti nei grandi
spazi a contatto col pubblico, lui che era stato uno dei precursori di
questo tipi di esibizione, un ritorno alle origini prima di morire.
Aveva così recuperato gli
amici con cui aveva diviso l’epoca giovanile (Senese, De Picopo,
Zurzolo, Elisabetta Serio), guardando con sempre maggiore attenzione
alla chitarra, strumento di cui era cultore e ottimo esecutore ed era
ripartito da dove aveva iniziato.
Col gioiello della sua produzione,
quel “Nero a metà” (terzo album della sua discografia) che lo aveva
imposto come un grande musicista rappresentandone al meglio
l’originalità della sua proposta e della sua estetica con pezzi come “A
me me piace o blues”, “Quanno chiove”, “ Nun me scoccià” e che aveva riproposto in una nuova versione.
Alla soglia
dei 60 anni che avrebbe compiuto a marzo del 2015, quella scomparsa
improvvisa e
inaspettata dopo l'esibizione alla diretta per il capodanno della Rai
da Courmayer, che lo fece uscire dalle scene proprio mentre il suo
pubblico
riassaporava il gusto della sua musica così mediterranea e così moderna
che aveva accompagnato stagioni della vita di tutti. Una musica che
resta per testimoniare per sempre la bravura e la classe di un autore di
grande talento che
all’apparire aveva sempre preferito l’essere, artista.
Ecco perché anche
se sono passati dieci anni dalla sua scomparsa, si sente fortemente la
mancanza di Pino Daniele, perché è stato una artista vero che ha dato
tutto sé stesso sempre, senza risparmiarsi. E la sua città lo ricorda in
questo anniversario attraverso omaggi con concerti, incontri, flash mob
e programmazioni radiofoniche no stop che seguono il lancio a novembre del suo inedito "Again".
E anche noi lo
vogliamo ricordare con un suo brano, uno di quelli che più lo
rappresenta e che nonostante siano passati più di quarant’anni dalla
pubblicazione, sembra sempre attuale: “Napule è”. Un pezzo che Daniele scrisse quando aveva 18
anni e che fu inserito nella raccolta “Terra mia” pubblicata nel '77, suo
debutto da solista dopo l’esaltante esperienza con il gruppo Napoli
Centrale.
E’ un brano stupendo, indimenticabile ed
emozionante, dove il suono tremolante della chitarra e un avvolgente
tappeto d’archi accompagnano una dopo l’altra le immagini di una terra
che l’autore ama in modo viscerale. Pure con il degrado in
perenne agguato, la perdita di tanti valori e la povertà dei vicoli
infatti, Napoli è sempre piena di mille colori, inebriata dall'odore del
mare e luogo ideale per vincere la solitudine. Come dire, malinconia,
sentimento, poesia, musica, Pino Daniele.
lunedì 25 novembre 2024
Che fine ha fatto il cappello di John Lennon?
di FRANCESCO TRONCARELLI
Non è solo una biografia d'un grande artista quella scritta con partecipazione e competenza da Aurora Caporali, ma è un documento eccezionale di un stagione felice della nostra musica che coinvolge chi lo legge dalla prima all'ultima riga.
La vita di Mario Cenci, chitarrista di talento, autore e arrangiatore dei brani di Peppino di Capri e componente dei mitici Rockers che lo accompagnavano (insieme a Bebè Falconieri, Pino Amenta e Gabriele Varano) è una testimonianza in presa diretta di un mondo affascinante.
Un mondo animato da nomi come quello dei Beatles, Ennio Morricone, Mina ma anche dallo Scià di Persia, Alberto Sordi, i Brutos, Patty Pravo di una società in fermento e di un costume che cambiava al tempo di Saint Tropez Twist nei night di Ischia e Madonna di Campiglio.
Tipi, siti e miti riportati e documentati grazie a Patrizia Cenci che con passione ha conservato e incrementato l'archivio paterno. 290 pagine che si leggono tutte d'un fiato che raccontano il grande Mario Cenci partito dalla Conca di Perugia alla conquista del mondo.
Per capire l'importanza che occupa una figura come quella di Mario Cenci mel nostro panorama musicale basta fare un semplice ma fondamentale considerazione. È uno dei pochissimi autori che può con vantarsi di avere il suo nome in "ditta" con Lennon e McCartney.
Lo si deve al brano "Girl" dei Fab Four che venne lanciato nella versione italiana da Peppino di Capri e i Rockers con il testo appunto di Cenci ma anche con il suono accattivante della sua chitarra che non fa rimpiangere quelle dei baronetti di Liverpool.
Che fine ha fatto il cappello di John Lennon? è un volume che non può mancare nella biblioteca di chi ama la musica e i suoi protagonisti. Assolutamente. Ma proposito, che fine ha fatto quel capello del caro John? Lo scoprirete leggendo il libro...
mercoledì 23 ottobre 2024
Gala per Peppino di Capri al Trianon
![]() |
| Marisa Laurito Direttrice artistica del Trianon |
![]() |
| Enzo Gragnaniello |
![]() |
| Francesco Troncarelli e Peppino di Capri |
venerdì 20 settembre 2024
Sofia Loren e la Lazio
di FRANCESCO TRONCARELLI
Nel corso della sua lunga carriera ha recitato in capolavori come "La ciociara" (per cui ha vinto l’Oscar come miglior attrice), "Una giornata particolare" e "Matrimonio all'italiana" questi ultimi insieme a Marcello Mastroianni con cui ha formato una applaudita coppia artistica.
Ultima star del firmamento del nostro Cinema, conosciuta e apprezzata in tutto il mondo, ha avuto anche una parentesi biancoceleste nel suo privato che vogliamo ricordare, un momento speciale e simpatico che merita l'approfondimento.
Tutto avvenne grazie alla banda Maestrelli, quella Lazio meravigliosa che 50 anni fa vinceva il primo scudetto della sua storia. L'Italia rimase folgorata da quei ragazzi con l'Aquila sul petto e come spesso accadde, nuovi tifosi spuntarono dappertutto.
Tra questi Carlo Ponti junior il giovane figlio della Loren, detto Cipì, che rimase estasiato dalle gesta di Chinaglia e company. Un'infatuazione che molti ragazzini ebbero in quegli anni e che poi divenne vera e propria passione sportiva e tifo sugli spalti.
![]() |
| foto di gruppo con Sophia |
L'occasione dell'incontro fra la Diva acclamata e i neo Campioni d'Italia avvenne l'8 giugno del 1974 nell'ambito delle amichevoli post-campionato della Lazio per celebrare la conquista dello scudetto nella regione.
La partita si svolse nello stadio comunale di Marino contro una selezione dei Castelli romani. Per questa gara, assenti Chinaglia, Wilson e Re Cecconi per gli impegni con la Nazionale, venne dato spazio a molte riserve che avevano giocato poco durante il torneo e qualche giocatore della primavera che si era messo in luce durante il campionato.
La partita senza storia, finì con cinque reti dei biancazzurri: due reti di Mazzola, poi Nanni, Garlaschelli e il giovane Amato. Il tutto fra l'entusiasmo dei presenti assiepati sulle tribune dello stadio.
L'amichevole ebbe un'appendice mondana nella stupenda villa della Loren. L'attrice. per la gioia del figlio, organizzò un ricevimento per la Lazio, che Maestrelli e i fratelli Lenzini gradiscono molto.
![]() |
| Sophia con Aldo Lenzini e Gigi Bezzi |
Ma non solo loro. Basta dare un'occhiata alle foto del servizio che pubblicò il settimanale OGGI per farsi un'idea. Ecco lo sguardo sornione di Frustalupi e quello interessato di Polentes mentre donna Sophia accoglie l'allenatore della Lazio Maestrelli.
Poi nel gruppo il sorriso compiaciuto di Lovati e quello meravigliato di D'Amico lo sguardo intenso di Manservisi. Eppoi la felicità dei fratelli Lenzini, di Gigi Bezzi semicoperto vicino al raggiante Tonello, poi Moriggi e Borgo alle loro spalle e Di Chiara di cui si vedono i capelli ricci e biondi.
Ancora Recchia, Vespasiani, Trippanera, il dottor Ziaco sorridente, Oddi colto all'improvviso dal fotografo, Inselvini, Labrocca, Tinaburri, Franzoni che fa capocella. Facco in fondo e in basso il piccolo Stefano Lovati e Petrelli in pole position.
Su tutti, ovviamente, svetta Sophia Loren, elegante e col suo proverbiale charme, una presenza che domina e illumina la scena. Le è accanto il marito Carlo Ponti. Davanti a loro il piccolo aquilotto Cipì con frangettone come andava di moda con alcuni amici.
Fu una giornata memorabile per tutti. Con tanta Lazio e tanta Loren. Un evento da ricordare in un giorno di bilanci e ricordi come oggi. Auguri Sophia!
![]() |
| una giornata di Lazialità |
Teddy Reno, 100 anni cantando
di FRANCESCO TRONCARELLI Teddy Reno oggi entra nella storia della canzone e non solo. Il motivo? Compie 100 anni, un traguardo importante ...
-
di FRANCESCO TRONCARELLI Un sorriso che ti conquistava, i lunghi capelli castani che incorniciavano il volto, un fisico da indossatrice ...
-
di FRANCESCO TRONCARELLI L'attore svizzero Mario Adorf è morto a Parigi l'8 aprile dopo una bteve malattia. La notizia è stata ril...
-
di FRANCESCO TRONCARELLI Se n'è andato in punta di piedi nella sua amata isola Peppino di Capri, dopo una vita da protagonista assolut...
































