lunedì 27 gennaio 2025

Luigi Tenco, l'ultima notte

di FRANCESCO TRONCARELLI

 

Il 27 gennaio del 1967, la parabola umana e artistica di Luigi Tenco si chiudeva tragicamente nella stanza 219 dell’hotel Savoy di Sanremo, dopo aver cantato per l’ultima volta la canzone su cui aveva puntato tutto per ottenere un’affermazione presso il grande pubblico. Una vicenda che ancora oggi nonostante il tempo trascorso, suscita interesse, dubbi e molte domande destinate a restare senza risposta, oltre al naturale dispiacere per la fine così drammatica di questo grande cantautore. Sono in molti a domandarsi "perchè", sono in tanti a restare ancora adesso smarriti per quella fine così tragica.

Il Festival rappresentava l’antitesi assoluta dei suoi principi, tesi piuttosto ad una ricerca artistica orientata verso la mediazione di ideali, sentimenti, aspirazioni e grandi speranze. Ma il passaggio sul palco del Casinò era diventato quasi obbligato per la sua carriera, non solo per le pressioni dei discografici che volevano farlo diventare un personaggio popolare e quindi vendibile sul mercato (vedi la scelta della affermata e internazionale Dalida come partner nella esecuzione e relativo paparazzato flirt), ma anche per una sua scelta maturata seppur tra mille dubbi e perplessità, che intravedeva in quella partecipazione un riconoscimento definitivo delle sue qualità.

Anticonformista e anticonvenzionale, con una personalità fragile ed inquieta, dotato di una voce aspra e profonda venata da quella malinconia che contraddistingueva il suo modo di essere artista, il mancato ingegnere Luigi Tenco avviato alla musica dalla passione per il pianoforte e il sassofono, era un personaggio in anticipo sui tempi, tra i primi a dissacrare la rima cuore-amore (“Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare” 1962), che cantava in modo struggente i sentimenti (“Angela”, “Lontano lontano”) e la disperazione esistenziale (“Vedrai vedrai”, “Un giorno dopo l’altro”).

A ventinove anni, con alle spalle una delle più importanti etichette italiane, la RCA, andava a Sanremo dunque per la sua consacrazione. Non a caso alla vigilia del festival, il suo ottimismo era palpabile, come si avverte da una delle ultime interviste rilasciata al settimanale “Sorrisi e Canzoni”: “Il pubblico mostra un interesse nuovo per quella linea melodica che si allaccia al folklore. Il problema è quindi quello di inserire, nel mondo sonoro di oggi, canzoni che si ispirano ad antiche melodie. Il campo è così vasto che ogni cantante può attingervi secondo la propria vena, mantenendo intatta la propria personalità”.

Un entusiasmo da idealista e appassionato della sua musica, tipico di chi come lui nonostante una naturale predisposizione a situazioni crepuscolari era convinto che un giorno “il mondo cambierà”, e che ben presto però si sarebbe scontrato con la mercificazione dell’arte così come la intendeva lui e ovviamente con le esigenze commerciali dell’industria discografica elevate alla massima potenza nella kermesse festivaliera.

E “Ciao amore, ciao”, ultimo brano della sua produzione, è proprio la rappresentazione di questo travaglio artistico che Tenco aveva avuto negli ultimi tempi della sua vita prima di quella drammatica notte del 26 gennaio del 67, un cambiamento da autore sensibile e al tempo stesso insoddisfatto, alla ricerca della canzone che doveva aprire una nuova strada nella musica leggera italiana. Una canzone popolare nel vero senso del termine e non solo di protesta.

La sua attenzione e creatività era infatti indirizzata non più e non solo su componimenti dedicati all'amore, ma sui problemi sociali e politici di una Italia che sembrava aver ottenuto la sua stabilità e il suo benessere economico tendendo però a rimuovere ingiustizie palesi e difficoltà nel quotidiano tramite la spensieratezza delle canzonette dei juke box.

In questo contesto “Ciao amore, ciao” è la canzone più sofferta di Tenco. E non tanto perché ha accompagnato il suo tragico epilogo ma per come è arrivata al festival, cioè alla versione definitiva che tutti conoscono, attraverso alcuni stati evolutivi del testo.

Il titolo originale infatti era “Li vidi tornare”, e si riferiva ad un brano dai sapori antimilitaristi come si sarebbe detto all’epoca, che raccontava il sogno di un bambino che immagina di vedere tornare a casa i soldati morti in guerra. Parole semplici ma profonde e che fanno riflettere, fra le quali c’era una citazione da “La spigolatrice di Sapri” del poeta Luigi Mercatini:

Li vidi passare
vicino al mio campo
ero un ragazzino
stavo lì a giocare
Erano trecento
erano giovani e forti
andavano al fronte


col sole negli occhi
E cantavano cantavano
tutti in coro
ciao amore ciao amore
ciao amore ciao… 


Il tema della guerra poi venne abbandonato a favore di un riferimento più attuale e diretto per il nostro paese quale poteva essere quello delle migrazioni interne e i relativi cambiamenti che si determinavano nella vita di chi lasciava la sua terra per tentare una nuova vita nella città e soprattutto nella modernità.

Il testo definitivo che venne composto dopo una cena al ristorante Antico Falcone di Roma sul retro di un menù e vari tovaglioli, parla infatti di un contadino che, stanco della vita di campagna e del lavoro nei campi soggetto alla variabilità delle condizioni atmosferiche (“guardare ogni giorno, se piove o c’è il sole”), si decide a partire per la città (“andare via lontano a cercare un altro mondo”), alla ricerca di nuove esperienze e opportunità (“dire addio al cortile, andandosene sognando”).

Quel cambiamento tanto agognato, genera però addii alle persone amate e un profondo smarrimento davanti alla realtà metropolitana che disconosce valori e tradizioni consolidate (“in un mondo di luci, sentirsi nessuno” ed ancora “saltare cent’anni in un giorno solo, dai carri dei campi, agli aerei nel cielo”).

Tanto che si arriva a pentirsi della decisione presa (“e non capirci niente e aver voglia di tornare da te”), perché sopraffatti dallo spaesamento che si prova in un ambiente che non ti appartiene e che tutto sommato ti emargina. Un disagio quasi premonitore di quello che Tenco proverà sul palcoscenico al momento della sua sofferta interpretazione, davanti al pubblico presente nel salone delle feste del Casinò e quello del piccolo schermo.

Il brano fu infatti eseguito da Tenco e da Dalida in occasione della prima serata del 17° Festival di Sanremo, che si svolse il 26 gennaio 1967. Poco prima di salire sul palco, Tenco disse al conduttore della manifestazione Mike Bongiorno “Questa è l’ultima volta”, “che canti un brano folk” rispose il presentatore, “no con tutto” la precisazione del cantante che riconsiderata a posteriori rivela un disagio forte e inquietante dell’artista per la situazione che stava vivendo.

L'esibizione eccessivamente sotto tono di “Ciao amore, ciao” da parte del cantautore, fu condizionata, si disse, dall'assunzione di barbiturici ed alcol, tanto che lo stesso maestro Giampiero Reverberi fece fatica a seguirlo. Altri sostennero invece che l’esecuzione fu volutamente lenta in polemica con la versione della cantante francese che ne aveva fatto a giudizio di Tenco una "marcetta". Al termine di tutte le esibizioni di quella serata, “Ciao amore, ciao” aveva ottenuto solamente 38 preferenze su 900, risultando dodicesima su sedici brani in gara e fu quindi, per il momento, eliminata.

L'ultima speranza era affidata alla Commissione di ripescaggio, composta dall’organizzatore Gianni Ravera, dai giornalisti Rai Ugo Zatterin e Lello Bersani e dal regista televisivo Lino Procacci, che preferì recuperare, nonostante l’opposizione del giornalista Lello Bersani che poi si dimise, “La rivoluzione” interpretata da Gianni Pettenati e Gene Pitney.

L'eliminazione di “Ciao, amore ciao” fu comunicata al cantautore mentre stava dormendo su un tavolo da biliardo. Alla notizia Tenco ebbe uno scatto d’ira e se la prese con Marcello Minerbi del gruppo Los Marcellos Ferial, imputandogli di essere stato colui che l'aveva introdotto nel mondo della musica. Poi calmatosi grazie alle parole di Dalida, bevve qualcosa con lei, il suo ex marito e produttore Lucien Morisse e il reporter Renato Casari che gli scattò alcune foto e si ritirò nella sua
stanza per sempre.

Quello che sia successo prima del ritrovamento del suo cadavere alle 2 e 10 del 27 gennaio da parte di Dalida e Lucio Dalla (lei in lacrime e con le mani sporche di sangue per aver abbracciato il suo corpo esanime sul pavimento, lui sconvolto con indosso un pellicciotto perché svegliato dal trambusto e senza pigiama), da una certezza assoluta, è diventato nel tempo uno dei misteri d’Italia, al di là delle indagini, anche recenti, della magistratura che hanno confermato il suicidio dell’artista.

Resta sicuramente il dolore e lo stupore per la sua morte che comunque non fermò il festival e che venne archiviata in fretta dagli inquirenti mentre il circo di Sanremo andava avanti col matrimonio di Pitney, i flash impazziti e la passerella dei divi della canzone. Per cercare di capire quella tragedia ci viene incontro quello che scrisse il premio Nobel Salvatore Quasimodo qualche giorno dopo in un puntuale e illuminante articolo pubblicato su il settimanale “Tempo” la cui attualità per certi meccanismi tuttora in vigore, è peraltro impressionante:

“I cantanti, i divi, sono esseri viventi e non prodotti da lanciare sul mercato e da gettare via quando i gusti dei consumatori reclamano una nuova etichetta. Così avviene nel mondo dello spettacolo e soprattutto oggi in quello dell’industria discografica che va forte, a giri di miliardi. Chi è furbo capisce che le qualità sono difetti agli occhi del pubblico e che solo ciò che è generico e non agita le opinioni dei benpensanti va bene, è lecito.

“I capelloni, i beat, i folk e i canti di protesta sono accolti purché non superino l’avanguardia rivoluzionaria della Vispa Teresa. Luigi Tenco ha voluto colpire a sangue il sonno mentale dell’italiano medio. La sua ribellione che coincideva con una situazione personale di uomo arrivato alla resa dei conti con la carriera, ha però ancora una volta urtato contro il muro dell’ottusità. Chi non è in grado di domandare un minimo di intelligenza a una canzone non può certo capire una morte”.

 

sabato 4 gennaio 2025

Dieci anni senza Pino Daniele

 di FRANCESCO TRONCARELLI 

Dieci anni fa se ne andava improvvisamente Pino Daniele, artista di razza che ha saputo coniugare grande musica ad una scrittura di qualità, verace come la sua terra e profonda come la sua natura. E’ stato uno dei massimi esponenti di una rivoluzione musicale napoletana che nello stile compositivo e nella strumentazione si alimentava di Africa, Oriente, Sudamerica, bleus e jazz e in quei testi particolari fra il napoletano e l’inglese era capace di evocare la grande varietà di umori, atmosfere e palpiti di una Napoli che nessuno aveva colto prima.

La sua carriera è stata ricca di successi e apprezzamenti, quarant’anni di sound irresistibile nel corso dei quali ha saputo regalare emozioni a non finire. Quarant’anni di attività appassionata e spassionata che ha generato una produzione di alto livello, in cui Pino Daniele è stato sinonimo di Napoli in musica ovunque si sia esibito.

Quella Napoli colta, sempre alla ricerca di un ponte tra la ricchezza sonora della città e il mondo di fuori, fino a pescare nel blues e nel jazz tinte e atmosfere determinanti per la sua musica. Ma anche quella più decisamente popolare, con brani che hanno aggiunto colore e cuore alla sua terra e che fanno ormai parte del patrimonio comune.

Insieme a Troisi di cui era grande amico (aveva curato la colonna sonora dei suoi primi film: Ricomincio da tre, Le vie del Signore sono infinite, Pensavo che fosse amore…), aveva rappresentato negli anni Ottanta la rinascita artistica di una città spesso considerata solo centro del malaffare e che invece è sempre stata punto di riferimento di una cultura profonda e dai contenuti importanti.

Era stato infatti il catalizzatore con il grande sassofonista James Senese nel gruppo “Napoli Centrale” di quel sound partenopeo che aveva risvegliato la città dai ritmi lenti del tran tran quotidiano indirizzandola verso stimoli creativi più effervescenti per le nuove generazioni.

Tante le collaborazioni con nomi illustri della scena internazionale come ad esempio Eric Clapton, Gino Vannelli, Chick Corea e ovviamente con tutti i nostri big, da Vasco a Ligabue, da De Gregori a Pausini, momenti irripetibili di grande musica rimasti nell'immagiario collettivo.

Lontano dai giri che contano e dal gossip mediatico, dopo un periodo di pausa creativa in cui aveva preferito le session con gli amici e lo studio di nuove sonorità, aveva riassaporato il gusto dei concerti nei grandi spazi a contatto col pubblico, lui che era stato uno dei precursori di questo tipi di esibizione, un ritorno alle origini prima di morire.

Aveva così recuperato gli amici con cui aveva diviso l’epoca giovanile (Senese, De Picopo, Zurzolo, Elisabetta Serio), guardando con sempre maggiore attenzione alla chitarra, strumento di cui era cultore e ottimo esecutore ed era ripartito da dove aveva iniziato.

Col gioiello della sua produzione, quel “Nero a metà” (terzo album della sua discografia) che lo aveva imposto come un grande musicista rappresentandone al meglio l’originalità della sua proposta e della sua estetica con pezzi come “A me me piace o blues”, “Quanno chiove”, “ Nun me scoccià” e che aveva riproposto in una nuova versione.

Alla soglia dei 60 anni che avrebbe compiuto a marzo del 2015, quella scomparsa improvvisa e inaspettata dopo l'esibizione alla diretta per il capodanno della Rai da Courmayer, che lo fece uscire dalle scene proprio mentre il suo pubblico riassaporava il gusto della sua musica così mediterranea e così moderna che aveva accompagnato stagioni della vita di tutti. Una musica che resta per testimoniare per sempre la bravura e la classe di un autore di grande talento che all’apparire aveva sempre preferito l’essere, artista.

Ecco perché anche se sono passati dieci anni dalla sua scomparsa, si sente fortemente la mancanza di Pino Daniele, perché è stato una artista vero che ha dato tutto sé stesso sempre, senza risparmiarsi. E la sua città lo ricorda in questo anniversario attraverso omaggi con concerti, incontri, flash mob e programmazioni radiofoniche no stop che seguono il lancio a novembre del suo inedito "Again".

E anche noi lo vogliamo ricordare con un suo brano, uno di quelli che più lo rappresenta e che nonostante siano passati più di quarant’anni dalla pubblicazione, sembra sempre attuale: “Napule è”. Un pezzo che Daniele scrisse quando aveva 18 anni e che fu inserito nella raccolta “Terra mia” pubblicata nel '77, suo debutto da solista dopo l’esaltante esperienza con il gruppo Napoli Centrale.

E’ un brano stupendo, indimenticabile ed emozionante, dove il suono tremolante della chitarra e un avvolgente tappeto d’archi accompagnano una dopo l’altra le immagini di una terra che l’autore ama in modo viscerale. Pure con il degrado in perenne agguato, la perdita di tanti valori e la povertà dei vicoli infatti, Napoli è sempre piena di mille colori, inebriata dall'odore del mare e luogo ideale per vincere la solitudine. Come dire, malinconia, sentimento, poesia, musica, Pino Daniele. 


lunedì 25 novembre 2024

Che fine ha fatto il cappello di John Lennon?

 di FRANCESCO TRONCARELLI

Non è solo una biografia d'un grande artista quella scritta con partecipazione e competenza da Aurora Caporali, ma è un documento eccezionale di un stagione felice della nostra musica che coinvolge chi lo legge dalla prima all'ultima riga.

La vita di Mario Cenci, chitarrista di talento, autore e arrangiatore dei brani di Peppino di Capri e componente dei mitici Rockers che lo accompagnavano (insieme a Bebè Falconieri, Pino Amenta e Gabriele Varano) è una testimonianza in presa diretta di un mondo affascinante.

Un mondo animato da nomi come quello dei Beatles, Ennio Morricone, Mina ma anche dallo Scià di Persia, Alberto Sordi, i Brutos, Patty Pravo  di una società in fermento e di un costume che cambiava al tempo di Saint Tropez Twist nei night di Ischia e Madonna di Campiglio.

Tipi, siti e miti riportati e documentati grazie a Patrizia Cenci che con passione ha conservato e incrementato l'archivio paterno. 290 pagine che si leggono tutte d'un fiato che raccontano il grande Mario Cenci partito dalla Conca di Perugia alla conquista del mondo.

Per capire l'importanza che occupa una figura come quella di Mario Cenci mel nostro panorama musicale basta fare un semplice ma fondamentale considerazione. È uno dei pochissimi autori che può con vantarsi di avere il suo nome in "ditta" con Lennon e McCartney. 

Lo si deve al brano "Girl" dei Fab Four che venne lanciato nella versione italiana da Peppino di Capri e i Rockers con il testo appunto di Cenci ma anche con il suono accattivante della sua chitarra che non fa rimpiangere quelle dei baronetti di Liverpool.

Che fine ha fatto il cappello di John Lennon? è un volume che non può mancare nella biblioteca di chi ama la musica e i suoi protagonisti. Assolutamente. Ma proposito, che fine ha fatto quel capello del caro John? Lo scoprirete leggendo il libro...



mercoledì 23 ottobre 2024

Gala per Peppino di Capri al Trianon

di ROBERTO TAGLIERI


Sarà una serata indimenticabile. Un omaggio caloroso e sentito a uno degli artisti napoletani più famosi e apprezzati in tutto il mondo, eccellenza del Bel paese che ha portato la musica italiana ovunque riscuotendo sempre successo.

Venerdì 25 ottobre il Teatro Trianon-Raffaele Viviani apre la stagione con un gala in onore di Peppino di Capri. Un evento fortemente voluto da Marisa Laurito, che ha coinvolto numerosi artisti e personaggi dello spettacolo per il meritato tributo a un cantante che da più di 65 anni è sinonimo di melodia e buona musica.

Marisa Laurito Direttrice artistica del Trianon
 
All'appello lanciato dalla Direttrice artistica del celebre teatro ubicato nel cuore della città partenopea e da sempre punto di riferimento per la canzone napoletana, hanno risposto nomi importanti come quelli di Eugenio Bennato, Giovanni Block, Rosa Chiodo, Enzo Gragnaniello, Piera Montercorvino, Marco Zurzolo,Ciccio Merolla, Dario Sansone, Lorenzo Henger.

Renzo Arbore amico nonché fan storico dello chansonnier caprese insieme a Ornella Vanoni, Fausto Leali, Beppe Barra, Patty Pravo e Maurizio De Giovanni parteciperanno al gala con dei videomessaggi speciali.

Enzo Gragnaniello
 
Ci saranno anche dei giornalisti che racconteranno con aneddoti inediti e vere e proprie curiosità, la storia è i successi di Peppino di Capri. Dario Salvatori parlerà dei brani più insoliti e particolari che ha interpretato, Marco Molendini della sua importanza nella scena musicale italiana.

Federico Vacalabre di come ha rivoluzionato la musica napoletana aprendo la strada al Napoletan sound mentre Francesco Troncarelli che a suo tempo propose per Peppino di Capri il Premio alla carriera a Sanremo, richiesta poi accolta da Amadeus, ricorderà come Peppino è diventato il Re del Twist.

Francesco Troncarelli e Peppino di Capri
 
Sold out già da un mese, il Trianon si appresta a vivere una serata all'insegna della grande musica, tra emozioni e ricordi legati ai brani di Peppino entrati nella storia del nostro pop e della Canzone napoletana che saranno eseguiti dagli artisti che interverranno.

Naturalmente anche il festeggiato, proporrà alcune pezzi del suo ricco repertorio con quell'inconfondibile stile e la proverbiale classe dell'entertainer di razza che lo hanno fatto diventare uno degli artisti più amati dal pubblico da sempre. L'apertura del gala la farà con "Luna caprese" il gran finale con "Champagne". Ovviamente.

venerdì 20 settembre 2024

Sofia Loren e la Lazio

 di FRANCESCO TRONCARELLI


Sophia Loren compie oggi 90 anni. La grande Diva, vera icona del cinema italiano, è nata il 20 settembre 1934 a Roma, ma è cresciuta in condizioni difficilissime a Pozzuoli. Il successo per lei è arrivato negli Anni Cinquanta.

Nel corso della sua lunga carriera ha recitato in capolavori come "La ciociara" (per cui ha vinto l’Oscar come miglior attrice), "Una giornata particolare" e "Matrimonio all'italiana" questi ultimi insieme a Marcello Mastroianni con cui ha formato una applaudita coppia artistica.

Ultima star del firmamento del nostro Cinema, conosciuta e apprezzata in tutto il mondo, ha avuto anche una parentesi biancoceleste nel suo privato che vogliamo ricordare, un momento speciale e simpatico che merita l'approfondimento.

Tutto avvenne grazie alla banda Maestrelli, quella Lazio meravigliosa che 50 anni fa vinceva il primo scudetto della sua storia. L'Italia rimase folgorata da quei ragazzi con l'Aquila sul petto e come spesso accadde, nuovi tifosi spuntarono dappertutto.

Tra questi Carlo Ponti junior il giovane figlio della Loren, detto Cipì, che rimase estasiato dalle gesta di Chinaglia e company. Un'infatuazione che molti ragazzini ebbero in quegli anni e che poi divenne vera e propria passione sportiva e tifo sugli spalti.

foto di gruppo con Sophia

L'occasione dell'incontro fra la Diva acclamata e i neo Campioni d'Italia avvenne l'8 giugno del 1974 nell'ambito delle amichevoli post-campionato della Lazio per celebrare la conquista dello scudetto nella regione. 

La partita si svolse nello stadio comunale di Marino contro una selezione dei Castelli romani. Per questa gara, assenti Chinaglia, Wilson e Re Cecconi per gli impegni con la Nazionale, venne dato spazio a molte riserve che avevano giocato poco durante il torneo e qualche giocatore della primavera che si era messo in luce durante il campionato. 

La partita senza storia, finì con cinque reti dei biancazzurri: due reti di Mazzola, poi Nanni, Garlaschelli e il giovane Amato. Il tutto fra l'entusiasmo dei presenti assiepati sulle tribune dello stadio.

L'amichevole ebbe un'appendice mondana nella stupenda villa della Loren. L'attrice. per la gioia del figlio, organizzò un ricevimento per la Lazio, che Maestrelli e i fratelli Lenzini gradiscono molto.

Sophia con Aldo Lenzini e Gigi Bezzi

Ma non solo loro. Basta dare un'occhiata alle foto del servizio che pubblicò il settimanale OGGI per farsi un'idea. Ecco lo sguardo sornione di Frustalupi e quello interessato di Polentes mentre donna Sophia accoglie l'allenatore della Lazio Maestrelli.

Poi nel gruppo il sorriso compiaciuto di Lovati e quello meravigliato di D'Amico lo sguardo intenso di Manservisi. Eppoi la felicità dei fratelli Lenzini, di Gigi Bezzi semicoperto vicino al raggiante Tonello, poi Moriggi e Borgo alle loro spalle e Di Chiara di cui si vedono i capelli ricci e biondi.

Ancora Recchia, Vespasiani, Trippanera, il dottor Ziaco sorridente, Oddi colto all'improvviso dal fotografo, Inselvini, Labrocca, Tinaburri, Franzoni che fa capocella. Facco in fondo e in basso il piccolo Stefano Lovati e Petrelli in pole position.

Su tutti, ovviamente, svetta Sophia Loren, elegante e col suo proverbiale charme, una presenza che domina e illumina la scena. Le è accanto il marito Carlo Ponti. Davanti a loro il piccolo aquilotto Cipì con frangettone come andava di moda con alcuni amici. 

Fu una giornata memorabile per tutti. Con tanta Lazio e tanta Loren. Un evento da ricordare in un giorno di bilanci e ricordi come oggi. Auguri Sophia! 

una giornata di Lazialità










mercoledì 11 settembre 2024

Addio Caterina Valente

 di FRANCESCO TRONCARELLI 


Caterina Valente, artista che ha calcato i più importanti palcoscenici del mondo si è spenta a 93 anni nella sua casa di Lugano in Svizzera. Ne hanno dato notizia i familiari ad esequie avvenute.
È stata un'artista immensa, conosciuta e applaudita ovunque.

Apparteneva a un mondo dello Spettacolo che non esiste più, quello fatto da professionisti con tanta gavetta alle spalle. Una cosa impensabile oggi, dove l'ultimo degli arrivati con una semplice foto su Instagram raccoglie migliaia di follower. Senza fare nulla.

Era tornata d'attualità tempo fa grazie all'enorme successo del suo "Bongo Cha Cha" ripreso e rimixato dai Goodboys che ne avevano fatto un tormentone estivo.

Figlia di artisti di varietà e nata casualmente a Parigi, ha avuto una carriera lunghissima (dagli anni Quaranta al 2000) in cui ha inciso più di 1.500 brani in dodici lingue diverse (elemento che le vale un posto nel Guinness dei primati difficilmente eguagliabile).

Decine di milioni di dischi venduti in epoche in cui il mercato non era liquido e così usa e getta come adesso, numero uno nelle classifiche di vendita dei più importanti Paesi, dagli USA (che le hanno assegnato tra gli altri il Fame Award come miglior cantante della tv americana) all’Inghilterra, dalla Germania all’Italia, dalla Francia alla Russia, dal Sudamerica al Giappone.

Applaudite tournée mondiali ed esibizioni assieme alle maggiori star del pianeta, Perry Como, Dean Martin, Bing Crosby, Danny Kaye, Ella Fitzgerald, Louis Armstrong, Chet Baker, Count Basie, Tommy Dorsey, Woody Herman, per citarne solo alcuni, nomination ai Grammy come Miglior Cantante Femminile nonché la presenza ad oltre 1000 varietà delle principali emittenti televisive di ogni continente.

"Till", "Personalità", "Nessuno al mondo", "Precipitevolissimevolmente", brani dal sapore frizzante ma anche di ampio respiro (e ripresi da Celentano, Peppino di Capri e Mina, sua devota fan), come imponeva la moda del tempo, e senza indulgere ai suoi gusti più spiccatamente jazz e new bossa, dove le sue qualità di chitarrista lasciavano stupite le platee internazionali. 

Musicista, ballerina, showgirl, l'unica artista italiana che è stata veramente conosciuta all'estero, una eccellenza europea prima che si facesse l'Europa unita. 

Brava ma incredibilmente poco considerata. Per trovare un'intervista che le renda merito occorra risalire al 1983 quando Enzo Biagi (una delle nostre firme più prestigiose) la riportò in Rai a raccontare, con l’umile discrezione dei grandi, la sua storia di donna e di artista. 

Troppo internazionale, troppo cosmopolita, troppo donna emancipata nel Paese dei maschi per antonomasia, per essere amata e trattata come avrebbe meritato.

Nonostante il suo valore e quello che ha fatto, per lei non c'è stato mai un posto nella cultura e nella storia della nostra musica. Anche Mamma Rai l'ha sempre ignorata. Una dimenticanza grave che la dice lunga su chi si occupa oggi di Spettacolo.

lunedì 13 maggio 2024

Lo Scudetto dei tifosi

 di FRANCESCO TRONCARELLI 

Il Tassinaro scardinò una porta dei bagni della curva, se la caricò sulle spalle e scese nel parterre, dove erano i posti in piedi per vedere la partita.

Sgomitando a fatica fra la folla si fece largo ed arrivò al fossato che divideva quel settore dello stadio dal terreno di gioco, lì appoggiò la porta come fosse un ponte levatoio permettendo ai tifosi l'invasione di campo.

Il primo a entrare sulla prato dell'Olimpico fu Lupo seguito da me, poi arrivarono Vincenzo e Palmierino, poi Zambonini, Tartaruga e via via tutti gli altri del Muretto tranne Gino che si sacrificò per non abbandonare lo striscione dei CML sugli spalti.

Erano le 17e45 del 12 maggio 1974 e il sogno dello Scudetto per la banda Maestrelli e tutta la gente laziale finalmente si avverava. 50 anni dopo, il 12 maggio del 2024 sono tornato sul prato verde dell'Olimpico dopo Lazio-Empoli.

Una sensazione incredibile che mi ha molto emozionato pensando a quel giorno indimenticabile e a tutto quello che avvenne sul campo e sugli spalti.

l'omaggio

Da tempo immaginavo questo momento, rimettere il piede su quella erba verde calpestata dai giocatori, i ragazzi del 74 che fecero l'impresa allora, e quelli di adesso che hanno cercato di onorarli vincendo con l'Empoli.

Un modo concreto per rivivere quella giornata ma anche un'azione che ho compiuto col pensiero rivolto a chi era con me allora ed oggi purtroppo non c'è più.

Lo dovevo a loro, a quegli amici con cui ho vissuto giornate memorabili, con cui ho condiviso gioie e dolori, risate e panini, con cui difesi la nostra squadra del cuore in ritiro prederby all'hotel Americana dagli attacchi dei romanisti. 

Lo dovevo a Gino con cui avevo fondato il CML, a Lupo sempre in prima fila al mio fianco, al Tassinaro, fedelissimo temuto e rispettato in tutti gli stadi d'Italia e amico vero. Tre protagonisti della meglio gioventù biancoceleste che si ritrovava sul Muretto della Sud degli anni 70 dove si dava il la al tifo per la Lazio.

Ho così deposto sul prato tre sciarpe con i loro nomi, un omaggio alla loro memoria e a quello che hanno rappresentato per il tifo, come a dire 50 anni dopo anche voi festeggiate con noi. Noi tifosi.

Il Tassinaro con Adriano e Tonino Di Vizio a una cena di tifosi

Si perché nelle celebrazioni del Cinquantennale dello Scudeto del 74 il tifoso è stato il grande assente. Nessuno ha speso una parola per chi in quegli anni dette anima e corpo per Chinaglia e compagnia bella.

Per chi ha fatto sacrifici anteponendo gli interessi della Lazio ai propri, spesso trascurando la famiglia e altrettanto spesso anticipando fondi poi non recuperati per organizzare treni speciali e le famose carovane biancazzurre di pullman.

Niente. Lazio maledetta di qua, pistole e tric e trac di là, libri di ogni tipo su, iniziative varie giù, ma non una riga su personaggi carismatici come Tonino di Vizio, sempre presente col suo sorriso sornione e la sua diplomazia proverbiale

Non una foto di Adriano Basaia, uomo d'azione senza macchia e senza paura, non un frammento video con Gino Camiglieri, navigato presidente dei Club e imbattibile organizzatore di eventi, contestazioni, tifo.

Tonino, Garlaschelli e Gino Camiglieri

E che dire di Rosaria Romani "la tifosa laziale del Secolo" come la proclamò Gianni Elsner dopo un seguitissimo referendum lanciato dalla sua mitica trasmissione Te lo faccio vedere chi sono io.

Certo i riflettori dovevano essere puntati sui protagonisti, su "Pulici, Petrelli, Martini" e così via come è giusto che sia e come è stato. Ci mancherebbe. Ma vogliamo nell'overdose di applausi e manifestazioni dire "grazie anche a Voi ragazzi che c'eravate sempre soprattutto quando le cose non andavano bene".

Era tanto difficile? Sembra di sì. Probabilmente perché chi ha scritto o ha realizzato speciali televisivi per le celebrazioni non conosce la Storia della Lazio nella sua completezza, una Storia nella quale i tifosi hanno recitato un ruolo da protagonisti, e soprattutto non ha voluto approfondire limitandosi all'a, b, c diventato nel tempo un copia e incolla per non spremere le meningi.

Chi c'era comunque sa, chi ha vissuto quel meraviglioso periodo non dimentica chi ha dato tanto alla Prima squadra della Capitale senza chiedere nulla in cambio. 12 maggio 2024, cari Gino, Lupo e Goffredo, sono passati 50 anni da quel giorno e ieri come oggi lo Scudetto è anche vostro....

Teddy Reno, 100 anni cantando

  di FRANCESCO TRONCARELLI Teddy Reno oggi entra nella storia della canzone e non solo. Il motivo? Compie 100 anni, un traguardo importante ...