giovedì 1 settembre 2022

100 anni di Gassman

 di FRANCESCO TRONCARELLI

Quell’appellativo, Mattatore, gliel’avevano cucito addosso come un abito su misura e gli è rimasto per sempre. Perchè lui era Vittorio Gassman, un gigante del nostro Novecento, un numero uno dello Spettacolo che nasceva cent'anni fa, esattamente il settembre del 1922. Un attore completo ed al tempo stesso unico per quella capacità di spaziare dal registro drammatico a quello comico e la sua proverbiale sensibilità che lo rendeva immenso sul palcoscenico e fragile nella vita.

Voce possente, volto di una bellezza classica, Gassman sul set aveva interpretato molti personaggi tipicamente romani, rendendoli al meglio sia nella versione popolare che quella più tipicamente borghese, ma non era romano, figlio di un ingegnere tedesco, era nato a Genova e aveva passato una breve stagione a Palmi, per poi crescere nella Città Eterna e diplomarsi al Liceo Tasso e diventare una colonna della squadra di pallacanestro dei Parioli.

Non era romano Vittorio, ma sapeva esserlo più di tanti suoi concittadini, capace peraltro di mimetizzarsi in ogni regione per la sua maniacale precisione nel ripetere tutte le inflessioni dialettali e regionali, affinata all'Accademia nazionale d'arte drammatica, nella quale studiò con futuri "saranno famosi" come Paolo Stoppa, Rina Morelli, Adolfo Celi, Luigi Squarzina, Elio Pandolfi, Rossella Falk, Lea Padovani. Alla fine della sua parabola umana e artistica è stato così tanto romano da meritarsi (come solo Anna Magnani e Marcello Mastroianni) una doppia targa stradale nelle vie della sua città adottiva.
 
A trent'anni aveva già interpretato Amleto e Otello e quando apparve in televisione per condurre "Il Mattatore", una sorta di contenitore ante litteram dove lui primeggiava con il suo carisma e la sua arte, divenne un nome e volto popolare. A Gassman riusciva tutto e apparentemente senza sforzo. Ma quando decise di mettersi a nudo, prima come attore e poi come uomo e svelò nella sua autobiografia i tarli dell'anima, si scoprì la fatica della perfezione, l'infaticabile ricerca del dettaglio, la necessità di superarsi ogni volta con precisione maniacale.

La sua passione era il Teatro, ma fu il Cinema a renderlo immortale per il grande pubblico e attore magistrale e insuperabile nell'immaginario collettivo di un Paese in cerca di miti a tutto tondo capaci di poterlo ammaliare, emozionare e farlo divertire.
 
Gli anni Sessanta così si rivelarono molto gratificanti per la carriera cinematografica di Gassman, sulla scia del grande successo ottenuto nel 1958 con "I soliti ignoti" di Mario Monicelli, che ebbe anche due seguiti ("Audace colpo dei soliti ignoti", 1959, di Nanni Loy e il tardo "I soliti ignoti vent'anni dopo", 1985, di Amanzio Todini), dove tratteggiò un personaggio irresistibile di ladro arruffone e simpatico che lo distingueva dalle prime interpretazioni più drammatiche degli esordi.

Con Peppe "er Pantera", pugile suonato, dalla parlata incerta, ladro per caso, indossò una maschera comica che lo avrebbe accompagnato nella carriera per anni. Fu l'inizio di un'escalation inarrestabile che lo consegna alla storia della Commedia all'italiana, Gassman sarà infatti uno dei "quattro colonnelli" della risata insieme a Sordi, Tognazzi, Manfredi.

Questo nuovo registro espressivo lo rese complice di autori come Dino Risi, Luciano Salce, Luigi Zampa con Mario Monicelli in testa. Fu lui a disegnare il suo Brancaleone sul "Miles Gloriosus" plautino, così come Risi gli offrì lo spaccone disperato de "Il sorpasso" Bruno Cortona, quell'eccezionale road movie in cui viene raccontata l'Italia che si affacciava al boom economico, tra cambiali, vacanze di massa, risate e tragedie in agguato mentre Ettore Scola fu suo complice in tutto l'itinerario della maturità da "C'eravamo tanto amati" a "La terrazza" a "La famiglia". Tre capolavori.

Monicelli lo rivelò anche ottimo attore di ruoli tragicomici come in quello de "La grande guerra", e lui  acquistò in breve una vasta notorietà con prodotti più popolari, specie sotto la regia di Dino Risi oltre che col citato "il Sorpasso" con film come  "La marcia su Roma" (1962), "I mostri" (1963), "Il gaucho" (1964), "Il tigre" (1967) e "Il profeta" (1968). Sempre per gli schermi italiani, Gassman è tornato a lavorare con Risi "In nome del popolo italiano", 1971, "Profumo di donna", 1974, "Anima persa", 1977, "Caro papà", 1979, "Tolgo il disturbo", 1990.

Tutte pellicole di grande successo in cui Vittorio ha interpretato ruoli indimenticabili entrati nella storia del Cinema e nei quali ha dato il meglio della sua arte e capacità espressiva, ruoli in cui la sua fisicità aveva un aspetto importante seppur mitigato da una recitazione sempre intensa e mai sopra le righe, da grande animale da palcoscenico quale era.
 
Gassman era felicemente ammalato di vita, sprizzava giovialità, fisicità, intelligenza e per questo fu sempre compagno e complice dei migliori registi, mai semplice esecutore. Aveva fin da giovane la presenza scenica del prim'attore, ereditava il piglio roboante della generazione di Renzo Ricci (padre della sua prima moglie Nora), usava il corpo come strumento della sua arte. 

Se sul palcoscenico non ha mai avuto difficoltà a imporsi (tra i primi a riconoscere il talento ci furono Luchino Visconti, Luigi Squarzina e più tardi Giorgio Strehler) svariando con naturalezza dal repertorio classico a quello contemporaneo, al cinema dovette passare per piccoli ruoli fino a costruirsi una certa fama da "villain" e seduttore pericoloso come in "Riso amaro" di Giuseppe De Santis nel 1949 prima del grande boom peronale come attore di grande richiamo per riempire le sale, di cui abbiamo parlato.
 
Meno nota, ma non meno importante è la carriera internazionale di Vittorio Gassman: da sempre, grazie alla conoscenza delle lingue, lo cercano le produzioni internazionali e, dopo la rivelazione in "Guerra e Pace" (1956), dagli anni '70 in poi avrà i migliori registi: Robert Altman, Paul Mazursky, Alain Resnais, André Delvaux, Jaime Camino, Barry Levinson.

Si proverà anche come regista in proprio, riversando una buona dose di autobiografia in tentativi ambiziosi come "Kean" o "Senzafamiglia, nullatenenti cercano affetto" in coppia con Paolo Villaggio. Chiuderà la carriera là dove l'aveva iniziata, in palcoscenico, tra l'intensa recitazione di pagine poetiche, una memorabile edizione della "Divina Commedia" e lo spettacolo "Ulisse e la balena bianca" che è una sorta di testamento artistico ed esistenziale.

Classe 1922, Vittorio sognava di morire in scena e per poco non ci è riuscito. Spirito irregolare e controcorrente, ha dato "scandalo" nella vita privata con tre mogli e tre compagne, tutte molto amate, da cui ha avuto quattro figli, tre dei quali ne hanno seguito le orme. Spirito inquieto, paradossalmente è stato il meno "italiano" dei nostri grandi attori e forse per questo, pur tra tanti premi, non ha avuto quella gloria che, oggi lo scopriamo, meritava.

Desiderava un suo teatro ma solo dopo morto gli è stato intitolato il Quirino. Meritava l'Oscar ma lo prese Al Pacino al posto suo per il remake di "Profumo di donna" e si dovette accontentare di un premio a Cannes (per lo stesso film). La Mostra di Venezia gli ha dato il Leone d'oro alla carriera nel 1996, ma aveva avuto tutto il tempo per accorgersi di lui molto prima.

E' stato un gigante che ricordiamo con nostalgia e stima nel giorno del suo centenario e che in solitudine ha dovuto convivere con la depressione, un mattatore che dominava il pubblico ma non i dubbi e il buio che lo avvolgeva, un attore che recitava se stesso specchiandosi nei vizi e nelle virtù degli altri. 
 
E' stato Vittorio Gassman, un attore enorme che ha lasciato un ricordo indelebile della sua arte e della sua bravura. E un epitaffio sulla sua lapide al Verano originale e irriverente: "Qui giace Vittorio Gassman, fu attore, non fu mai impallato".
 

mercoledì 18 maggio 2022

Un anno senza Franco Battiato

 di FRANCESCO TRONCARELLI

La notizia arrivò all'improvviso, il 18 maggio di una anno fa, "Franco Battiato è morto", e immediatamente venne rilanciata da tutti i media rimbalzando in un attimo sui social. Era malato da tempo, si trovava nella sua casa di Milo dove si era ritirato dal 2019, aveva 76 anni. 
 
Gli italiani l'avevano "ascoltato" per l'ultima volta durante Sanremo 2020, grazie a Colapesce e Dimartino che, nella serata delle cover, avevano interpretato "Povera Patria", dando spazio alla voce del Maestro che da sempre aveva svolto un ruolo di affettuoso nume tutelare per le nuove generazioni di artisti siciliani.

Quello appena trascorso, è stato un anno ricco di omaggi che però non sono riusciti a colmare quel senso di vuoto lasciato da un personaggio unico come lui, uno studioso dagli orizzonti amplissimi che sapeva praticare l'arte della canzone pop usando linguaggi e riferimenti diversi, sia in campo musicale che in altre forme di espressione artistica, come il cinema, la pittura, l'opera.

Battiato aveva un'intelligenza raffinata e arguta che manca al Bel paese tutto preso da questioni pratiche e anche minime e senza più riferimenti culturali di un certo livello, come mancano il suo umorismo e la sua libertà di pensiero.

Battiato in concerto con Alice
Era un uomo libero e un intellettuale che ha sempre guardato la società e il mondo da un punto di vista personale e originale, molto spesso in anticipo sui tempi. Così come è stato un precursore della musica elettronica, è stato un cultore di musica classica e sinfonica che nei suoi racconti sembrava monopolizzare il suo tempo libero. 
 
Battiato è stato il centro di gravità permanente del pop italiano. Un artista tra i più innovativi e multiformi della scena musicale che ha dato tanto alla cultura del nostro paese. Per alcuni un genio assoluto, per molti un maestro da seguire. Per tutti un grande sperimentatore che ha saputo mescolare vari generi, dalla musica elettronica a quella classica, con testi avanguardisti e ricercati. 
 
La sua vita e la sua carriera sono l'esempio di una passione per la musica incontrovertibile. Partito giovanissimo da Jonia, un paesino in provincia di Catania, Franco arriva a Milano in cerca del successo. Ma è dura per tutti i meridionali come lui venuti al Nord in cerca di lavoro o gloria.
 
Dopo una lunga gavetta nei localini dei Navigli e della cintura milanese e anche per le strade con il duo "Gli Ambulanti", incide il primo brano su un 45 giri di plastica allegato alla Nuova Enigmistica, è la sua versione di "E più ti amo" di Alain Barriere. Una perla su un disco usa e getta. 

il primo disco in vinile
Fu Gaber a consigliargli di farsi chiamare Franco anziché col vero nome Francesco, per non confondersi con Francesco Guccini, giovane esordiente insieme a lui nel programma "Diamoci del tu" che l''autore di "Barbera e champagne" conduceva con Caterina Caselli.  

Da quel momento iniziò una lunga scalata verso il successo, salendo disco dopo disco tutti i gradini necessari per arrivare in cima. Nel 1979 pubblica "L’Era del Cinghiale Bianco", primo esperimento pop con l'etichetta Emi. Seguono "Patriots" (1980)
 
Nel 1981, "La voce del Padrone", che resta al vertice della classifica italiana per un anno vendendo oltre un milione di copie. Battiato diventa un “caso”, materia di studio per gli intellettuali e fonte d'ispirazione per i musicisti.

Gli album successivi sono: "L’arca di Noè" (1982), "Orizzonti perduti" (1983), "Mondi lontanissimi" (1985), "Echoes of sufi dances" (1985). Nel 1984 Battiato partecipa con Alice all'Eurovision Festival con i "Treni di Tozeur", arrivano quinti ma la loro esibizione è memorabile.  
 
Nel 1989 esce il doppio album dal vivo. È forse il suo album più iconico. Fino a quel momento Battiato era ancora uno dei pochissimi cantautori italiani che non aveva ancora pubblicato un disco dal vivo.
 
Decise di farlo solo dopo aver terminato una tournee realizzata con tutte le caratteristiche che egli stesso desiderava, dal clima tranquillo all'atmosfera che si creava col pubblico attento e coinvolto.
 
Il tour toccò città come Parigi dove suonò al Teatro de la Ville, come Madrid all'Alcalà Palace, per poi terminare al prestigioso Teatro Lirico di Milano per l'apoteosi finale. Ne venne fuori "Giubbe Rosse", testimonianza e pietra miliare del nuovo pop che Battiato portava nelle classifiche di quel decennio.

Negli anni seguenti Battiato comincia a guardare al mondo del cinema. Una vera passione che inizia nel 1990 con la colonna sonora composta per il film Benvenuto Cellini – Una vita scellerata per arrivare nel 2003 alla regia di "Perduto amor" che gi varrà il Nastro d'argento. Poi nel 91 incide "Come un Cammello in una grondaia".

col filosofo Sgalambro

L’album contiene, accanto ad alcuni lieder ottocenteschi, anche il brano "Povera Patria", registrato negli storici Abbey Road Studios di Londra già regno incontrastato dei Beatles, che diviene in breve tempo un simbolo di impegno civile.
 
E ancora tanti altri successi, un elenco interminabile che sarebbe superfluo citare, che hanno arricchito la sua lunga carriera da sperimentatore dai mille interessi (fisica, pittura, cinema, teatro, lirica, balletto), da personaggio eclettico sempre avanti sui tempi che si è fatto amare dal pubblico più raffinato e da quello più popolare, elevando la sua natura pop ad altro.
 
Fondamentali i collaboratori che lo hanno accompagnto in questo percorso, ossia il violinista Giusto Pio e il filosofo Manlio Sgalambro che con il loro bagaglio artistico e culturale hanno arricchito la sua personaltà.
 
Indimenticabili certi brani come "E ti vengo a cercare", "Voglio vederti danzare", "La stagione dell'amore", "Cerco un centro di gravità permanente", "Bandiera bianca" e "Cuccurucucu" che sono diventati fra i più amati della musica leggera italiana.
 
L'ultima fotografia, in casa e già malato
C'è poi un pezzo che nei mesi scorsi segnati da drammatiche sofferenze causa pandemia, è sembrato un adesivo incollato alle nostre voci. In tanti hanno fatto ricorso al potere salvifico della musica e delle parole de "La Cura", scritta da Franco Battiato col filosofo Manlio Sgalambro, suonata e risuonata dai balconi e dalle finestre degli italiani chiusi in casa.
 
Paradossalmente le parole di quel brano così intenso e suggestivo, si sono riversate su di lui mentre giorno dopo giorno veniva assistito dai suoi cari nella speranza di una ripresa in realtà impossibile che purtroppo non c'è stata.
 
Franco Battiato ha lasciato un'eredità straordinaria in termini artistici ed etici, cercare sempre qualcosa che possa portarci al di là della superficie, alla ricerca di un altrove che non sia soltanto una realtà ulteriore ma un modo diverso di affrontare la vita e di definire l'arte e il ruolo dell'artista.

Ed ora che il maestro non c'è più, resta la sua musica immortale, restano le sue canzoni dal significato profondo e dalle atmosfere intense e coinvolgenti, restano i momenti felici e di trasporto che ha regalato in ciascuno di noi. 
 

lunedì 9 maggio 2022

Raimondo Vianello, 100 anni d'ironia

 di FRANCESCO TRONCARELLI


Le sue batture erano fulminanti. Mai volgari ma sempre ironiche, frutto di una comicità raffinata che solo lui nel mondo dello spettacolo possedeva. Un irresistibile umorismo british, all'inglese, dove la freddura spesso tagliente che piazzava al momento giusto, assumeva il rango di una sentenza, tutta da ridere naturalmente.

Perchè Raimondo Vianello che avrebbe compiuto 100 anni il 7 maggio, era un artista della comicità, un gentleman della risata che si beffava di tutti con intelligenza ed eleganza, preferendo allo sbraco della battuta pesante, la leggerezza del saper colpire senza affondare, del paradosso, lasciando comunque il segno sul pubblico che per questo lo adorava.

Con la sua figura sottile e allampanata, i modi da lord e l'ironia graffiante come biglietto da visita, Vianello ha offerto la sua preziosa compagnia agli italiani per una vita. E' stato infatti uno dei padri fondatori della tv italiana. Conduttore, intrattenitore, autore, showman, un artista amato e rispettato da tutti, fossero addetti ai lavori o pubblico di casa. Ecco perchè il Bel paese intero lo ha ricordato con nostalgia in occasione del Centenario della nascita.

Romano, figlio di un ammiraglio e di una nobildonna marchigiana, laureato in giurisprudenza per volere del padre che lo voleva nella carriera diplomatica, era stato bersagliere nella Repubblica di Salò, finendo con Walter Chiari, Enrico Maria Salerno ed Enrico Ameri nel campo di reclusione di Coltano. 

Raimondo, Walter Chiari e Ugo Tognazzi
Finita la guerra si dedica allo sport, la sua vera grande passione dopo la recitazione: l’atletica, il calcio (“In televisione non perdo un incontro” raccontava” c’è sempre qualche partita per fortuna, a tutte le ore”). In questo periodo in cui bighellona in attesa di diventare grande, la svolta della sua vita. Partecipa, al "Cantachiaro" ideato da Garinei e Giovannini gli inventori dei grandi Varietà e della commedia musicale italiana.

Lo scelgono e così entra a far parte del mondo dello spettacolo. Da quel momento in poi la sua carriera è solo in ascesa. Il pubblico inizia a conoscerlo, gli addetti anche. Diventerà uno degli attori più amati di sempre, di quelli che tagliano trasversalmente tutte le generazioni perchè, con il loro modo di fare e di porsi, sono "universali".

Agli inizi per parecchio tempo si limita a fare la spalla per numeri uno come Dapporto o Wanda Osiris, anche per via della sua comicità non aggressiva e poco invadente, poi la sua personalità esce fuori con più compiutezza, in particolare quando lavora a fianco un partner di eccezione quale Ugo Tognazzi.

Vianello-De Gaulle e Tognazzi-Fidel Castro
Con lui oltre ad innumerevoli film di cassetta, conduce il programma televisivo di satira "Un, due, tre", formando una coppia che andrà avanti per un decennio. Il suo umorismo sottile, elegante, quasi distaccato è diverso da quello che propongono gli altri comici. Raimondo si distingue da tutti, tra l'altro nelle sue battute non c'è mai una caduta di gusto.

Nel 1958 conobbe la persona più importante della sua vita, Sandra Mondaini. Era allora una soubrette di Macario e con il futuro marito si era conosciuta sul palcoscenico in una parodia di madama Butterfly. La dichiarazione di matrimonio arrivò davanti a una cotoletta alla milanese mangiata insieme a Gino Bramieri. Si sposarono nel 1962 e sono rimasti insieme per tutta la vita.

Raimondo e Sandra si completavano a vicenda. Riuscivano, pur utilizzando lo stesso canovaccio, lui cascamorto lei finta gelosa, a trovare sempre chiavi nuove per risolvere le loro gag. Negli anni 60 e 70 tra film, varietà, spettacoli per tv e teatro, Vianello divenne uno dei volti più noti e presenti del piccolo e grande schermo, spesso in coppia con la moglie come in 'Noi...no' - prototipo di 'Casa Vianello' - dove i due portarono in scena la loro vita di coppia.

oggi sposi
Furono gli anni di 'Canzonissima', 'Tante scuse' e 'Sai che ti dico' ma anche di 'Sette e mezzo' e 'Stasera niente di nuovo', quiz, spettacoli, show e varietà che si fondevano grazie alla maestria di Vianello di intrattenere il pubblico da casa con la sua ironia sorniona. Raimondo poi ha una caratteristica che manca ai suoi colleghi coetanei che hanno fatto la storia della televisone.

A sessant'anni, quando poteva recitare all'infinito il solito copione, si reinventa con nuove proposte e idee. Sono gli anni '80 e '90 che consolidarono, qualora ce ne fosse stato bisogno, le capacita' della coppia. Dopo il passaggio a Mediaset nel 1987, i due furono protagonisti del 'Sandra e Raimondo Show' e l'anno dopo misero in piedi la sit-com più longeva della storia italiana: 'Casa Vianello'.

Iniziò nel 1988 e finì nel 2007 per un totale di 16 stagioni e 338 episodi. Con il tormentone "che noia, che barba" che entrò nel lessico quotidiano e con classico il finale degli episodi con Sandra sotto le coperte che scalcia a raffica.

Casa Vianello
In mezzo ci sono altri quiz, altri show, altri varietà da stacanovista del lavoro e predicatore dell'umosrismo qual era. La serie però fu talmente fortunata che ebbe diversi spin-off e alcuni film Tv. Vianello non si è mai pentito di questa sua vita così piena di idee e progetti e l'ha vissuta con costante ironia sempre.

Riassunta da una sua citazione ormai diventata celebre: "Se mi guardo indietro non ho pentimenti. Dovessi ricominciare, farei esattamente tutto quello che ho fatto. Mi risposerei anche. Con un'altra, naturalmente".

Sandra, sempre presa in giro e sempre amata, era la sua passione. Come il calcio. Tifoso dell'Inter, fu giocatore poco dopo la seconda guerra mondiale e si vocifera fosse stato contattato dal Palermo, allora in Serie B, nel 1946. Vianello si manteneva allenato, giocava con gli amici in partite amatoriali. Partecipava a tutti i match delle 'Partite del cuore', anche se solo per pochi minuti.

Raimondo calciatore con la SA:MO
Aveva fondato una squadra che giocava nei dilettanti, la SA:MO, acronimo del nome della moglie. Scese in campo anche dopo i suoi 80 anni, sia a San Siro, con il numero 81 e la maglia dell'Inter, per un'iniziativa di beneficenza, sia al campetto sotto casa fuori Milano, dove si riunivano e giocavano altre persone d'una certa età.

Con grande ironia e l'immancabile umorismo riuscì a coniugare calcio e tv, conducendo la trasmissione 'Pressing' fino al 1999. Quando morì il 15 aprile del 2010, Raimondo Vianello aveva 88 anni.

Sandra scomparve pochi mesi più tardi e come disse monsignor Faccendini celebrando il suo funerale, era "innaturale pensarli separati". Non hanno mai avuto figli ma hanno adottato un'intera famiglia di filippini. Unici anche in questo. Entrambi hanno lasciato un vuoto incolmabile.
 


venerdì 29 aprile 2022

I giardini di marzo, 50 anni di emozioni

 di FRANCESCO TRONCARELLI

I giardini di marzo si vestono di nuovi colori, quante volte abbiamo pronunciato questa frase vedendo la natura che torna a risplendere a primavera. Un'associazione immediata al risveglio delle piante e della vegetazione, grazie a una delle canzoni più belle ed amate di Lucio Battisti.  

"I giardini di marzo" appunto che veniva pubblicato esattamente 50 anni fa e che faceva parte di “Umanamente uomo: il sogno” l'album che inaugurava la felice e prolifica stagione del sodalizio Battisti-Mogol con la nuova etichetta "Numero Uno". 

Il disco usciva il 24 aprile 1972, il giorno successivo alla partecipazione di Battisti a Teatro10 in cui si esibì con Mina in quel duetto entrato nella storia della televisione.

Il brano rappresenta senza dubbio una delle vette creative più alte della produzione della coppia d'oro del nostro pop. Il testo tra quelli autobiografici di Mogol, al secolo Giulio Rapetti, è il più significativo, e racconta la storia di un ragazzo e del suo disagio di vivere, per poi allargare il discorso alle difficoltà esistenziali di una coppia.

i giardini di marzo si vestono di nuovi colori

Nello scriverlo l'autore attinse ai suoi ricordi relativi al difficile periodo del dopoguerra a Milano ed al riguardo ha raccontato: «Mi ricordo il punto esatto dove passava un carretto dove potevamo comprare per 10 lire dei gelati quadrati e due biscotti, mi sembra ancora di vederlo. Quando si era vicini alla fine del mese mia madre non mi dava i soldi, la vita era dura anche per i miei, la situazione economica non era florida".

“Mi stupivo che i fiori sui suoi vestiti non fossero ancora appassiti perché li aveva portati così tante volte (Io pensavo a mia madre /e rivedevo i suoi vestiti” ) che era un miracolo che non fossero sciupati".  

Ancora: "C'erano dei ragazzi che all'uscita di scuola vendevano i loro libri usati, è un fatto vero anche questo, non avevo mai trovato il coraggio di venderli anch’io perché mi sentivo patetico, non so per quale motivo, era un fatto di orgoglio".

Queste immagini del testo, sono momenti che riportano a terra dopo aver volato col sogno, sono flash che riconducono ai fatti pratici della vita che Mogol si rifiutava di vivere, un non voler partecipare alla competizione con gli altri che sentiva come un immiserimento della sua personalità.

Il 45 giri de I giardini di marzo
Nel disco suonano alcuni musicisti che avevano già collaborato con Lucio, come Dario Baldan Bembo, Oscar Prudente, l'ex dei Ribelli Angelo Salvador, Mario Lavezzi e Tony Cicco della Formula 3, ma anche alcuni nuovi arrivi come i chitarristi Massimo Luca ed Eugenio Guarraia che lo avevano accompagnato nel duetto con Mina, il cui apporto per la realizzazione dei vari brani dell'album è stato determinante.

Come ha ricordato infatti il chitarrista Massimo Luca, Battisti arrivava in studio la mattina presto, verso le 9 e faceva sentire il pezzo da registrare ai musicisti, solo con chitarra e voce. Poi gli chiedeva di seguirlo se non aveva già delle idee precise sulle parti, in modo che l’apporto del gruppo diventasse parte integrante del processo creativo.

Dopo avere provato alcune volte “I giardini marzo” l'artista reatino si rese conto che al brano serviva una introduzione strumentale. Aveva in mente qualcosa che richiamasse le atmosfere mediterranee. Accennò con la sua chitarra qualche accordo.
 
Un riff che Massimo Luca rifinì e completò con la sua chitarra a 12 corde suonata imitando il suono di un mandolino. Una genialata, di grande impatto, che poi è diventata l'elemento caratteristico della canzone e quello che la contraddistingue.

Mina e Battisti a Teatro 10
Anche il processo creativo e l’alchimia tra le musiche di Battisti e i testi di Mogol era particolare. «Lucio scriveva solo la musica -ha spiegato Mogol- veniva da me e la suonava continuamente, per ore, finché non avevo composto il testo. Il mio era quasi un atteggiamento medianico, ascoltavo la musica e rovesciavo fiumi di parole sulla carta. A volte, quando avevo terminato mi chiedevo, ma dove sono andato a finire? Mi sembrava di essere uscito fuori tema.
 
"Spesso però era lo stesso Lucio che mi diceva: “Ti sbagli, hai scritto grandi cose”. Per “I giardini di marzo” ero convinto di avere perso il filo del discorso andando per boschi, fiumi e praterie, e poi mi sembrava di essere tornato senza sapere il percorso che avevo compiuto. Ero stordito, smanioso, ma fu proprio Battisti, in quel caso, a dirmi che avevo scritto dei grandi versi».

Uscito il giorno dopo quella serata magica con Mina, in appena un mese, il 27 maggio, "I giardini di marzo" è già al primo posto della Hit Parade di Lelio Luttazzi, restando in vetta alla classifica per ben 7 settimane e risultando alla fine dell'anno il 4° singolo più venduto in Italia nel 1972.

il bandierone con Lucio all'Olimpico     
Da allora questa canzone ha vissuto di luce propria proseguendo il suo cammino oltre il tempo, accompagnando generazioni su generazioni ed emozionando ogni volta che lo si ascolta come fosse la prima volta.
 
Ha assunto poi un valore particolare per i tifosi laziali, che lo hanno fatto loro come un vero e proprio inno da cantare tutte le domeniche all'Olimpico con tanto di sciarpata. Un'emozione incredibile, un momento altamente spettacolare che provoca brividi a non finire.
 
E al tempo stesso il riproporlo è anche un omaggio al Battisti privato, sostenitore discreto della prima squadra della Capitale come il padre Alfiero, in linea col suo essere un artista riservato. Umanamente uomo e biancoceleste nel profondo.  
 
 

venerdì 15 aprile 2022

Titanic, ecco il video dell'epoca

 di FRANCESCO TRONCARELLI

Tutti conoscono la vicenda del Titanic resa famosa grazie all'omonimo film di James Cameron vincitore di 11 premi Oscar ed interpretato da Leonardo DiCaprio e Kate Winslet.

Le immagini di quel transaltantico britannico ricostruito in studio durante il viaggio inaugurale e il drammatico naufragio, sono impresse nella memoria collettiva al pari della vicenda amorosa fra i due protagonisti della pellicola e alla struggente colonna sonora.

C'è però un filmato originale dell'epoca, girato nei giorni che precedettero il varo e poi la partenza, ovvero 10 aprile 1912, che mostra veramente questa famosa nave da crociera entrata suo malgrado nella storia. 

Un video davvero raro che "racconta" il Titanic prima dell'affondamento, quando tutto sembrava bello e da vivere con entusiasmo e per questo, oltre che per far riflettere, merita di essere conservato negli annali della storia. 

E' un documento eccezionale anche se le riprese non sono perfette e, ovviamente, in linea con quelle a cui siamo abituati oggi. I primi fotogrammi mostrano la maestosa imbarcazione che si prepara a lasciare l'Ormeggio 44 di Southampton nel Regno Unito, con destinazione New York.

C'è l'imbarco dei passeggeri, la folla festante sul molo, poi le passeggiate in coperta, i marinai sulla tolda, la navigazione in mare aperto.

Sono momenti reali di vera serenità che si susseguono uno dopo l'altro, quando nulla faceva presagire il dramma che si sarebbe consumato.

E c'è persino il capitano, il barbuto Edward John Smith al suo ultimo viaggio prima del pensionamento, che rimasto al suo posto come ogni Comandante che si rispetti quando iniziò la tragedia, perì poi nel naufragio avvenuto nella notte tra il 14 e 15 aprile.

E' una visione che ci proietta in un'atmosfera quasi irreale, rarefatta, dove il bianco e nero sembra preannunciare la tragedia di quello che sta per accadere. 

Una situazione incredibile nella sua semplicità, che racconta per davvero quello che accadeva sul Titanic. E' insomma un video che fa viaggiare l'immaginazione e regala emozioni.     

Ed è comunque un documento che resterà per sempre, al contrario del relitto affondato nell'Oceano che sta scomparendo e molto presto non esisterà più. 

Ma potete stare tranquilli però, perchè al momento è ancora visibile tramite visite guidate in immersione per la "modica" cifra di 125 mila dollari a persona, scafandro compreso.

Ecco il filmato originale che è stato restaurato e rimasterizzato

venerdì 1 aprile 2022

Nostalgia Chinaglia

 di FRANCESCO TRONCARELLI

Quando arrivò la notizia a molti sembrò uno scherzo. Chinaglia? Possibile? L’invincibile guerriero? Era il primo aprile del resto e poteva starci un “pesce” anche se macabro, magari diffuso da qualche stupido buontempone appartenente ad altre sponde del tifo. Ma la notizia, drammatica ed incredibile, era purtroppo maledettamente vera.

Era il primo aprile del 2012, Giorgio Chinaglia se ne era andato all’improvviso, la morte era avvenuta a Naples, un piccolo centro a sud della Florida davanti al Golfo del Messico e nella Roma biancazzurra quel lancio d’agenzia che si era diffuso immediatamente sui social era stato avvertito come un lutto familiare.

Una reazione emotiva ed affettiva naturale per il popolo biancoceleste, perché Giorgio era stato il calciatore più amato dai tifosi, quello che aveva restituito con i suoi gol e la sua voglia di vincere sempre, l’orgoglio di essere laziali, di essere i tifosi della prima squadra della Capitale, quella che aveva portato il calcio e il tifo a Roma.

Chinaglia tanto amato dalla sua gente ma anche il più temuto dagli avversari perché il più forte di tutti, il più grande di tutti, il più laziale di tutti. Era quello infatti che segnava sempre, quello che spezzava le dita ai portieri con le sue bombe da fuori area, quello che trascinava i compagni alla vittoria, quello che li scuoteva quando le cose andavano male in campo, quello che era sempre pronto a combattere col coltello fra i denti.

Quello che portò per mano la squadra alla conquista del suo primo scudetto. Quello che per tutti era Giorgio Chinaglia, il grido di battaglia. L’invincibile guerriero, Long John, Giorgione, l’idolo incontrastato di una piazza ribelle e anticonformista che grazie a lui aveva rialzato la testa dopo anni bui e di altalena con la serie B.

Quello che anche quando perdeva vinceva lo stesso e che quando vinceva stravinceva, sfidando la curva nemica correndo spavaldo sotto la stessa ed esultando all’impazzata come testimoniato dalla splendida foto di Marcello Geppetti che ha fatto il giro del mondo, scattata in quel famoso derby del 31 marzo 1974 vinto da lui e dalla Lazio.

Quello che al cinema, agli sberleffi e alle offese dei tifosi avversari, replicava a suon di cazzotti. Quello che andava a dormire con gli scarpini ai piedi. Quello che non faceva finire gli allenamenti al campo di Tor di Quinto finchè la sua formazione non batteva la rivale. 

Quello che i rigori li doveva battere sempre e solo lui, come l’indimenticabile e storico penalty tirato il 12 maggio del 1974, che assegnò il tricolore alla banda Maestrelli e fece diventare un sogno realtà. Giorgio Chinaglia per sempre. Il grido di battaglia ieri, oggi, domani. 

Un amore infinito che ha superato la generazione di riferimento, una lunga, bella e anche tormentata storia d’amore che non ha subito crisi e tradimenti di sorta. Mai. E non poteva essere diversamente, perché nessuno è stato come lui, nessuno ha fatto quello che ha fatto lui e soprattutto perché nessuno ha smesso di volergli bene.

Tutti hanno sempre amato Long John a prescindere. Perché era Chinaglia, Giorgio Chinaglia, il numero uno, senza se e senza ma. Nella storia ultracentenaria della prima squadra della Capitale, mai nessuno è stato come lui. Lui è stato il più grande di tutti. Anche di chi è stato migliore tecnicamente o ha segnato più reti. 

Lui era un'altra cosa. Un simbolo, un eroe sportivo, un trascinatore. Non un semplice calciatore seppur capace di magie sul campo o magari col fiuto del gol. Era molto di più, era Giorgio Chinaglia, un tornado che spazzava via avversari e chi si metteva di traverso per ostacolare la Lazio, rendendo orgogliosa una tifoseria di appartenere a una comunità.

Ecco perchè ogni volta che ricorre il 1 aprile la nostalgia aumenta, perchè i ricordi si fanno più intensi e la mente va a tutto quello che "l'invicibile guerriero" ha fatto per la Lazio sul campo, con i suoi assalti, le sue cavalcate, i suoi gol, le sue imprese.

Sono passati dieci anni dalla sua scomparsa e da allora non è cambiato niente perchè l'amore nei suoi confronti è rimasto immutato. Un amore infinito trasmesso da padre in figlio. Perché lui era Chinaglia, Giorgio Chinaglia, il grido di battaglia di un popolo intero. 

lunedì 28 febbraio 2022

Dino Zoff, 80 anni di un mito

 di FRANCESCO TRONCARELLI

Dino Zoff. Ecco per celebrare nel modo migliore gli 80 anni di una leggenda vivente come lui, basterebbe solo nominarlo: Dino Zoff. In quel nome e cognome ci sta tutto. 

La vita, la carriera, la storia, i record, le parate, i ricordi e gli insegnamenti di uno degli sportivi più importanti e amati del Bel paese, Dino Zoff appunto.

Pensi a lui infatti e ti viene subito in mente la serietà, vocabolo sconosciuto ai più, ti viene in mente la professionalità, dicasi altrettanto, ti viene in mente l’onestà intellettuale, la riservatezza, la moralità, il lavoro svolto con passione e impegno. 

Qualità che lui ha incarnato per una vita, sia come atleta sia come dirigente e uomo di sport. Dici Dino Zoff insomma e riavvolgi il nastro di una vicenda umana e professionale da “numero uno” nel vero senso della parola, non solo di nome come portiere di calcio, ma anche di fatto.

E poi naturalmente dall’album dei ricordi spunta subito un'immagine storica, la partita a scopone sull'aereo con Enzo Bearzot, Franco Causio e il presidente della Repubblica Pertini, di ritorno dalla Spagna dopo i Mondiali di calcio vinti. 

Un'immagine che ha fatto il giro del globo al pari del francobollo disegnato da Renato Guttuso che ritrae le sue mani che alzano la Coppa del Mondo verso il cielo nella magica notte dell'11 luglio 1982 al Santiago Bernabeu di Madrid.

E che dire del portierone fenomeno con 570 presenze in serie A e del suo record d’imbattibilità per 1142 minuti consecutivi. 1142, mica spiccioli. Una carriera iniziata da giovanissimo nell'Udinese e proseguita al Mantova sino alla prima consacrazione nella città del Vesuvio. 

Fu li, quando giocava nel Napoli del presidentissimo Achille Lauro e del mister Pesaola, che i tifosi lo chiamavano Nembo Kid, ovvero, per i più giovani, Superman, per i suoi voli da un palo all'altro della porta.


Poi venne la Juventus, ed entrò nel mito con undici anni da titolare e sei scudetti sul petto, alternati con la difesa della porta della Nazionale con 112 presenze e la vittoria agli Europei e al Mundial, unico giocatore italiano a vincerli entrambi.

Zoff è il volto finito sulle copertine di Time e Newsweek, il numero uno dei numeri uno che ha giocato con Burgnich e Facchetti per arrivare fino a Pablito Rossi e poi Bergomi, e che è stato rivale e poi compagno di Sivori e avversario di Maradona, a testimonianza di una carriera unica anche come longevità. 

Ci si potrebbe fermare qui. Ma c’è il Dino mister, prima della sua Juve, comportatasi un po’ da matrigna nei suoi confronti, poi della Lazio, la prima squadra della Capitale, con cui celebrerà un matrimonio in panchina e poi dietro una scrivania da presidente, nell’epopea aurea dell’era Cragnotti.

Una stagione felicissima in biancoceleste, nella quale rilancerà le ambizioni della Mitica sul campo e fuori, coccolandosi due campioni su tutti come fossero suoi figli, Gascoigne e Signori.

SuperDino poi come Commissario tecnico della Nazionale ha sfiorato il titolo europeo (perso nel 2000 per un 'golden gol' di Trezeguet) rivelandosi secondo a nessuno come dignità quando, poco dopo quel torneo, si dimise per le critiche dell'allora premier Silvio Berlusconi per non aver fatto marcare a uomo Zinedine Zidane in quella finale. 

Un carattere quindi e non a caso,simile a un altro grande friulano come lui, quell'Enzo Bearzot con cui Dino s'intendeva al volo, con un semplice sguardo, e al quale diede una carezza prima di alzare la Coppa al Bernabeu.

Ed eccolo qua allora, nel giorno del suo compleanno, a ricevere il giusto tributo di un paese intero. Un privilegio meritatissimo e che in pochi hanno ricevuto a coronamento della loro carriera, un privilegio riservato solo ai grandi personaggi che hanno lasciato il segno con il loro esempio.

Auguri Dino, 80 anni da numero uno e non sentirli, 80 anni di un mito che ci invidia e applaude tutto il mondo. 80 anni di una persona perbene. E scusate se è poco.


Teddy Reno, 100 anni cantando

  di FRANCESCO TRONCARELLI Teddy Reno oggi entra nella storia della canzone e non solo. Il motivo? Compie 100 anni, un traguardo importante ...