venerdì 29 aprile 2022

I giardini di marzo, 50 anni di emozioni

 di FRANCESCO TRONCARELLI

I giardini di marzo si vestono di nuovi colori, quante volte abbiamo pronunciato questa frase vedendo la natura che torna a risplendere a primavera. Un'associazione immediata al risveglio delle piante e della vegetazione, grazie a una delle canzoni più belle ed amate di Lucio Battisti.  

"I giardini di marzo" appunto che veniva pubblicato esattamente 50 anni fa e che faceva parte di “Umanamente uomo: il sogno” l'album che inaugurava la felice e prolifica stagione del sodalizio Battisti-Mogol con la nuova etichetta "Numero Uno". 

Il disco usciva il 24 aprile 1972, il giorno successivo alla partecipazione di Battisti a Teatro10 in cui si esibì con Mina in quel duetto entrato nella storia della televisione.

Il brano rappresenta senza dubbio una delle vette creative più alte della produzione della coppia d'oro del nostro pop. Il testo tra quelli autobiografici di Mogol, al secolo Giulio Rapetti, è il più significativo, e racconta la storia di un ragazzo e del suo disagio di vivere, per poi allargare il discorso alle difficoltà esistenziali di una coppia.

i giardini di marzo si vestono di nuovi colori

Nello scriverlo l'autore attinse ai suoi ricordi relativi al difficile periodo del dopoguerra a Milano ed al riguardo ha raccontato: «Mi ricordo il punto esatto dove passava un carretto dove potevamo comprare per 10 lire dei gelati quadrati e due biscotti, mi sembra ancora di vederlo. Quando si era vicini alla fine del mese mia madre non mi dava i soldi, la vita era dura anche per i miei, la situazione economica non era florida".

“Mi stupivo che i fiori sui suoi vestiti non fossero ancora appassiti perché li aveva portati così tante volte (Io pensavo a mia madre /e rivedevo i suoi vestiti” ) che era un miracolo che non fossero sciupati".  

Ancora: "C'erano dei ragazzi che all'uscita di scuola vendevano i loro libri usati, è un fatto vero anche questo, non avevo mai trovato il coraggio di venderli anch’io perché mi sentivo patetico, non so per quale motivo, era un fatto di orgoglio".

Queste immagini del testo, sono momenti che riportano a terra dopo aver volato col sogno, sono flash che riconducono ai fatti pratici della vita che Mogol si rifiutava di vivere, un non voler partecipare alla competizione con gli altri che sentiva come un immiserimento della sua personalità.

Il 45 giri de I giardini di marzo
Nel disco suonano alcuni musicisti che avevano già collaborato con Lucio, come Dario Baldan Bembo, Oscar Prudente, l'ex dei Ribelli Angelo Salvador, Mario Lavezzi e Tony Cicco della Formula 3, ma anche alcuni nuovi arrivi come i chitarristi Massimo Luca ed Eugenio Guarraia che lo avevano accompagnato nel duetto con Mina, il cui apporto per la realizzazione dei vari brani dell'album è stato determinante.

Come ha ricordato infatti il chitarrista Massimo Luca, Battisti arrivava in studio la mattina presto, verso le 9 e faceva sentire il pezzo da registrare ai musicisti, solo con chitarra e voce. Poi gli chiedeva di seguirlo se non aveva già delle idee precise sulle parti, in modo che l’apporto del gruppo diventasse parte integrante del processo creativo.

Dopo avere provato alcune volte “I giardini marzo” l'artista reatino si rese conto che al brano serviva una introduzione strumentale. Aveva in mente qualcosa che richiamasse le atmosfere mediterranee. Accennò con la sua chitarra qualche accordo.
 
Un riff che Massimo Luca rifinì e completò con la sua chitarra a 12 corde suonata imitando il suono di un mandolino. Una genialata, di grande impatto, che poi è diventata l'elemento caratteristico della canzone e quello che la contraddistingue.

Mina e Battisti a Teatro 10
Anche il processo creativo e l’alchimia tra le musiche di Battisti e i testi di Mogol era particolare. «Lucio scriveva solo la musica -ha spiegato Mogol- veniva da me e la suonava continuamente, per ore, finché non avevo composto il testo. Il mio era quasi un atteggiamento medianico, ascoltavo la musica e rovesciavo fiumi di parole sulla carta. A volte, quando avevo terminato mi chiedevo, ma dove sono andato a finire? Mi sembrava di essere uscito fuori tema.
 
"Spesso però era lo stesso Lucio che mi diceva: “Ti sbagli, hai scritto grandi cose”. Per “I giardini di marzo” ero convinto di avere perso il filo del discorso andando per boschi, fiumi e praterie, e poi mi sembrava di essere tornato senza sapere il percorso che avevo compiuto. Ero stordito, smanioso, ma fu proprio Battisti, in quel caso, a dirmi che avevo scritto dei grandi versi».

Uscito il giorno dopo quella serata magica con Mina, in appena un mese, il 27 maggio, "I giardini di marzo" è già al primo posto della Hit Parade di Lelio Luttazzi, restando in vetta alla classifica per ben 7 settimane e risultando alla fine dell'anno il 4° singolo più venduto in Italia nel 1972.

il bandierone con Lucio all'Olimpico     
Da allora questa canzone ha vissuto di luce propria proseguendo il suo cammino oltre il tempo, accompagnando generazioni su generazioni ed emozionando ogni volta che lo si ascolta come fosse la prima volta.
 
Ha assunto poi un valore particolare per i tifosi laziali, che lo hanno fatto loro come un vero e proprio inno da cantare tutte le domeniche all'Olimpico con tanto di sciarpata. Un'emozione incredibile, un momento altamente spettacolare che provoca brividi a non finire.
 
E al tempo stesso il riproporlo è anche un omaggio al Battisti privato, sostenitore discreto della prima squadra della Capitale come il padre Alfiero, in linea col suo essere un artista riservato. Umanamente uomo e biancoceleste nel profondo.  
 
 

venerdì 15 aprile 2022

Titanic, ecco il video dell'epoca

 di FRANCESCO TRONCARELLI

Tutti conoscono la vicenda del Titanic resa famosa grazie all'omonimo film di James Cameron vincitore di 11 premi Oscar ed interpretato da Leonardo DiCaprio e Kate Winslet.

Le immagini di quel transaltantico britannico ricostruito in studio durante il viaggio inaugurale e il drammatico naufragio, sono impresse nella memoria collettiva al pari della vicenda amorosa fra i due protagonisti della pellicola e alla struggente colonna sonora.

C'è però un filmato originale dell'epoca, girato nei giorni che precedettero il varo e poi la partenza, ovvero 10 aprile 1912, che mostra veramente questa famosa nave da crociera entrata suo malgrado nella storia. 

Un video davvero raro che "racconta" il Titanic prima dell'affondamento, quando tutto sembrava bello e da vivere con entusiasmo e per questo, oltre che per far riflettere, merita di essere conservato negli annali della storia. 

E' un documento eccezionale anche se le riprese non sono perfette e, ovviamente, in linea con quelle a cui siamo abituati oggi. I primi fotogrammi mostrano la maestosa imbarcazione che si prepara a lasciare l'Ormeggio 44 di Southampton nel Regno Unito, con destinazione New York.

C'è l'imbarco dei passeggeri, la folla festante sul molo, poi le passeggiate in coperta, i marinai sulla tolda, la navigazione in mare aperto.

Sono momenti reali di vera serenità che si susseguono uno dopo l'altro, quando nulla faceva presagire il dramma che si sarebbe consumato.

E c'è persino il capitano, il barbuto Edward John Smith al suo ultimo viaggio prima del pensionamento, che rimasto al suo posto come ogni Comandante che si rispetti quando iniziò la tragedia, perì poi nel naufragio avvenuto nella notte tra il 14 e 15 aprile.

E' una visione che ci proietta in un'atmosfera quasi irreale, rarefatta, dove il bianco e nero sembra preannunciare la tragedia di quello che sta per accadere. 

Una situazione incredibile nella sua semplicità, che racconta per davvero quello che accadeva sul Titanic. E' insomma un video che fa viaggiare l'immaginazione e regala emozioni.     

Ed è comunque un documento che resterà per sempre, al contrario del relitto affondato nell'Oceano che sta scomparendo e molto presto non esisterà più. 

Ma potete stare tranquilli però, perchè al momento è ancora visibile tramite visite guidate in immersione per la "modica" cifra di 125 mila dollari a persona, scafandro compreso.

Ecco il filmato originale che è stato restaurato e rimasterizzato

venerdì 1 aprile 2022

Nostalgia Chinaglia

 di FRANCESCO TRONCARELLI

Quando arrivò la notizia a molti sembrò uno scherzo. Chinaglia? Possibile? L’invincibile guerriero? Era il primo aprile del resto e poteva starci un “pesce” anche se macabro, magari diffuso da qualche stupido buontempone appartenente ad altre sponde del tifo. Ma la notizia, drammatica ed incredibile, era purtroppo maledettamente vera.

Era il primo aprile del 2012, Giorgio Chinaglia se ne era andato all’improvviso, la morte era avvenuta a Naples, un piccolo centro a sud della Florida davanti al Golfo del Messico e nella Roma biancazzurra quel lancio d’agenzia che si era diffuso immediatamente sui social era stato avvertito come un lutto familiare.

Una reazione emotiva ed affettiva naturale per il popolo biancoceleste, perché Giorgio era stato il calciatore più amato dai tifosi, quello che aveva restituito con i suoi gol e la sua voglia di vincere sempre, l’orgoglio di essere laziali, di essere i tifosi della prima squadra della Capitale, quella che aveva portato il calcio e il tifo a Roma.

Chinaglia tanto amato dalla sua gente ma anche il più temuto dagli avversari perché il più forte di tutti, il più grande di tutti, il più laziale di tutti. Era quello infatti che segnava sempre, quello che spezzava le dita ai portieri con le sue bombe da fuori area, quello che trascinava i compagni alla vittoria, quello che li scuoteva quando le cose andavano male in campo, quello che era sempre pronto a combattere col coltello fra i denti.

Quello che portò per mano la squadra alla conquista del suo primo scudetto. Quello che per tutti era Giorgio Chinaglia, il grido di battaglia. L’invincibile guerriero, Long John, Giorgione, l’idolo incontrastato di una piazza ribelle e anticonformista che grazie a lui aveva rialzato la testa dopo anni bui e di altalena con la serie B.

Quello che anche quando perdeva vinceva lo stesso e che quando vinceva stravinceva, sfidando la curva nemica correndo spavaldo sotto la stessa ed esultando all’impazzata come testimoniato dalla splendida foto di Marcello Geppetti che ha fatto il giro del mondo, scattata in quel famoso derby del 31 marzo 1974 vinto da lui e dalla Lazio.

Quello che al cinema, agli sberleffi e alle offese dei tifosi avversari, replicava a suon di cazzotti. Quello che andava a dormire con gli scarpini ai piedi. Quello che non faceva finire gli allenamenti al campo di Tor di Quinto finchè la sua formazione non batteva la rivale. 

Quello che i rigori li doveva battere sempre e solo lui, come l’indimenticabile e storico penalty tirato il 12 maggio del 1974, che assegnò il tricolore alla banda Maestrelli e fece diventare un sogno realtà. Giorgio Chinaglia per sempre. Il grido di battaglia ieri, oggi, domani. 

Un amore infinito che ha superato la generazione di riferimento, una lunga, bella e anche tormentata storia d’amore che non ha subito crisi e tradimenti di sorta. Mai. E non poteva essere diversamente, perché nessuno è stato come lui, nessuno ha fatto quello che ha fatto lui e soprattutto perché nessuno ha smesso di volergli bene.

Tutti hanno sempre amato Long John a prescindere. Perché era Chinaglia, Giorgio Chinaglia, il numero uno, senza se e senza ma. Nella storia ultracentenaria della prima squadra della Capitale, mai nessuno è stato come lui. Lui è stato il più grande di tutti. Anche di chi è stato migliore tecnicamente o ha segnato più reti. 

Lui era un'altra cosa. Un simbolo, un eroe sportivo, un trascinatore. Non un semplice calciatore seppur capace di magie sul campo o magari col fiuto del gol. Era molto di più, era Giorgio Chinaglia, un tornado che spazzava via avversari e chi si metteva di traverso per ostacolare la Lazio, rendendo orgogliosa una tifoseria di appartenere a una comunità.

Ecco perchè ogni volta che ricorre il 1 aprile la nostalgia aumenta, perchè i ricordi si fanno più intensi e la mente va a tutto quello che "l'invicibile guerriero" ha fatto per la Lazio sul campo, con i suoi assalti, le sue cavalcate, i suoi gol, le sue imprese.

Sono passati dieci anni dalla sua scomparsa e da allora non è cambiato niente perchè l'amore nei suoi confronti è rimasto immutato. Un amore infinito trasmesso da padre in figlio. Perché lui era Chinaglia, Giorgio Chinaglia, il grido di battaglia di un popolo intero. 

lunedì 28 febbraio 2022

Dino Zoff, 80 anni di un mito

 di FRANCESCO TRONCARELLI

Dino Zoff. Ecco per celebrare nel modo migliore gli 80 anni di una leggenda vivente come lui, basterebbe solo nominarlo: Dino Zoff. In quel nome e cognome ci sta tutto. 

La vita, la carriera, la storia, i record, le parate, i ricordi e gli insegnamenti di uno degli sportivi più importanti e amati del Bel paese, Dino Zoff appunto.

Pensi a lui infatti e ti viene subito in mente la serietà, vocabolo sconosciuto ai più, ti viene in mente la professionalità, dicasi altrettanto, ti viene in mente l’onestà intellettuale, la riservatezza, la moralità, il lavoro svolto con passione e impegno. 

Qualità che lui ha incarnato per una vita, sia come atleta sia come dirigente e uomo di sport. Dici Dino Zoff insomma e riavvolgi il nastro di una vicenda umana e professionale da “numero uno” nel vero senso della parola, non solo di nome come portiere di calcio, ma anche di fatto.

E poi naturalmente dall’album dei ricordi spunta subito un'immagine storica, la partita a scopone sull'aereo con Enzo Bearzot, Franco Causio e il presidente della Repubblica Pertini, di ritorno dalla Spagna dopo i Mondiali di calcio vinti. 

Un'immagine che ha fatto il giro del globo al pari del francobollo disegnato da Renato Guttuso che ritrae le sue mani che alzano la Coppa del Mondo verso il cielo nella magica notte dell'11 luglio 1982 al Santiago Bernabeu di Madrid.

E che dire del portierone fenomeno con 570 presenze in serie A e del suo record d’imbattibilità per 1142 minuti consecutivi. 1142, mica spiccioli. Una carriera iniziata da giovanissimo nell'Udinese e proseguita al Mantova sino alla prima consacrazione nella città del Vesuvio. 

Fu li, quando giocava nel Napoli del presidentissimo Achille Lauro e del mister Pesaola, che i tifosi lo chiamavano Nembo Kid, ovvero, per i più giovani, Superman, per i suoi voli da un palo all'altro della porta.


Poi venne la Juventus, ed entrò nel mito con undici anni da titolare e sei scudetti sul petto, alternati con la difesa della porta della Nazionale con 112 presenze e la vittoria agli Europei e al Mundial, unico giocatore italiano a vincerli entrambi.

Zoff è il volto finito sulle copertine di Time e Newsweek, il numero uno dei numeri uno che ha giocato con Burgnich e Facchetti per arrivare fino a Pablito Rossi e poi Bergomi, e che è stato rivale e poi compagno di Sivori e avversario di Maradona, a testimonianza di una carriera unica anche come longevità. 

Ci si potrebbe fermare qui. Ma c’è il Dino mister, prima della sua Juve, comportatasi un po’ da matrigna nei suoi confronti, poi della Lazio, la prima squadra della Capitale, con cui celebrerà un matrimonio in panchina e poi dietro una scrivania da presidente, nell’epopea aurea dell’era Cragnotti.

Una stagione felicissima in biancoceleste, nella quale rilancerà le ambizioni della Mitica sul campo e fuori, coccolandosi due campioni su tutti come fossero suoi figli, Gascoigne e Signori.

SuperDino poi come Commissario tecnico della Nazionale ha sfiorato il titolo europeo (perso nel 2000 per un 'golden gol' di Trezeguet) rivelandosi secondo a nessuno come dignità quando, poco dopo quel torneo, si dimise per le critiche dell'allora premier Silvio Berlusconi per non aver fatto marcare a uomo Zinedine Zidane in quella finale. 

Un carattere quindi e non a caso,simile a un altro grande friulano come lui, quell'Enzo Bearzot con cui Dino s'intendeva al volo, con un semplice sguardo, e al quale diede una carezza prima di alzare la Coppa al Bernabeu.

Ed eccolo qua allora, nel giorno del suo compleanno, a ricevere il giusto tributo di un paese intero. Un privilegio meritatissimo e che in pochi hanno ricevuto a coronamento della loro carriera, un privilegio riservato solo ai grandi personaggi che hanno lasciato il segno con il loro esempio.

Auguri Dino, 80 anni da numero uno e non sentirli, 80 anni di un mito che ci invidia e applaude tutto il mondo. 80 anni di una persona perbene. E scusate se è poco.


lunedì 20 dicembre 2021

30 anni senza Walter Chiari

 di FRANCESCO TRONCARELLI

Solo e davanti al televisore 30 anni fa se ne andava uno dei grandi dello spettacolo italiano. Dalla rivista al cinema con Visconti passando per la tv. La storia di un Peter Pan che amava la vita e che tutti amavano per la sua simpatia

Faceva freddo quel 20 dicembre del ‘91, proprio come in questi giorni. Ma a gelare un po’ tutti fu la notizia battuta dalle agenzie al mattino e subito diffusa dai media, della scomparsa di Walter Chiari, uno dei personaggi dello spettacolo più amati di sempre che aveva accompagnato con la sua verve irresistibile e bravura acclarata generazioni di italiani, dal dopoguerra in poi.

Quello che colpì per quella morte inaspettata ad appena 67 anni però, oltre al dispiacere per la perdita di un volto noto considerato un amico di famiglia, fu soprattutto il modo, il come quell’artista tanto amato se ne era andato: solo, messo all’angolo dal suo ambiente, dimenticato dai più come un libro vecchio o un sopramobile lasciato in cantina dopo aver fatto la sua bella figura per anni nel salotto buono di casa.

La televisione accesa e lui davanti, sprofondato in poltrona, la testa reclinata, gli occhiali sul naso, vestito ancora di tutto punto. Lo trovarono così Walter Chiari, passato dal sonno alla morte quasi senza accorgersene per un infarto, il 20 dicembre del 1991.

Walter isegue il paparazzo Tazio Secchiaroli, inizia la Dolce vita

E se non fosse stato per la sveglia che quotidianamente gli davano dalla portineria, è probabile che sarebbero passati giorni prima che qualcuno fosse andato alla stanza 508 a vedere perchè non rispondeva al telefono di quel miniappartamento di quaranta metri quadri coi mobili in serie e le tende alle finestre, dove risiedeva quando era a Milano.

Solo davanti al televisore che sparava a tutto volume suoni e diffondeva immagini in libertà. Come un anziano insonne. Una fine incredibile per uno come lui che la vita l'aveva vissuta intensamente e sempre di corsa nei posti più belli e con le compagnie più affascinanti e da copertina. Una fine da pensionato che vive in triste solitudine, fotografia drammatica di una parabola umana amara e senza l'happy end consolatorio e che forse neanche avrebbe gradito.

Ava Gardner, per lui lasciò Frank Sinatra
 Perchè lui era uno che dava la carica e non si piangeva addosso, ma si rimboccava le maniche e ripartiva anche contro vento, solare come era, spericolato e libero come pochi altri. Generoso con tutti, comico per vocazione ma anche attore importante con Visconti (“Bellissima”) e Dino Risi (“Il giovedì”), è stato il primo divo tricolore esportato all'estero in qualità di gettonato rubacuori, due nomi fra i tanti: Lucia Bosè ed Ava Gardner.

Popolarissimo nell’Italia del boom economico, teneva incollati milioni di spettatori davanti al piccolo schermo con monologhi, scenette e barzellette interminabili a "Studio Uno" e "Canzonissima" in quella tv elegante e in bianco e nero fatta da grandi professionisti come lui, Mina e Paolo Panelli. 

mattatore a Studio Uno
Era un personaggio da copertina insomma, richiesto e appaludito ovunque, anche se in fondo era rimasto quello di sempre. Il Peter Pan spavaldo della beata incoscienza giovanile, il ragazzone che faceva ridere gli amici e che tra una seduta in palestra a tirar di boxe e una partita a biliardo in un fumoso bar sui Navigli, studiava il variegato mondo che lo circondava come ogni attore che si rispetti.

Un talento naturale, che nell’improvvisazione dava il meglio. Grande affabulatore, ti inchiodava davanti il piccolo schermo o in platea con le sue chiacchiere mai banali e sempre travolgenti. La sua arte era nello sguardo, la sua bravura era nel sorriso. 

Una capacità unica nell’intrattenimento che lo fece debuttare nel varietà con la esuberante Marisa Maresca e che poi lo proiettò alla ribalta nazionale in coppia con Carlo Campanini per riproporre i mitici fratelli De Rege col tormentone “vieni avanti cretino" e per presentare scenette entrate nella leggenda come quella del Sarchiapone.

"Vieni avanticretino" con Carlo Campanini

Irresistibile Walter, indimenticabile Walter, intramontabile Walter, grande anche quando finito nel vortice di uno scandalo ingigantito dai media e dalla stampa dell’epoca, per la "neve" che consumava, seppe dignitosamente rimanere ai margini di un mondo, quello dello spettacolo, che aveva dominato a lungo con una mano sola e non disperarsi più di tanto se il telefono non squillava più o squillava molto meno di prima.

Fiero però ed orgoglioso di ruggire ancora ("Romance" di Massimo Mazzucco e "Finale di partita" di Samuel Beckett) come un vecchio leone ferito ma non domo, nel momento in cui qualcuno si ricordava ancora di lui.  

Il 20 dicembre di trenta anni fa poi, il sipario in un "teatrino" di periferia privo del calore del suo amato pubblico. E da allora siamo orfani di un talento puro che non ha avuto uguali né emuli, di un gigante del mondo dello spettacolo la cui statura artistica si nota ancora di più adesso che siamo circondati da tanti improvvisati che fanno questo mestiere senza averne le basi. 

Ecco perché lo ricordiamo ancora con tanta nostalgia. Indimenticabile Walter…


 




mercoledì 24 novembre 2021

30 anni senza Freddie Mercury, icona del rock

 di FRANCESCO TRONCARELLI

Il 24 novembre del 1991 nella sua casa a Logan Place nel Kensigton, moriva Freddie Mercury, aveva 45 anni, ufficialmente se ne andava per una broncopolmonite, la realtà della sua scomparsa l’aveva resa pubblica il giorno prima con un comunicato che non lasciava dubbi su quello che era il suo stato di salute.

 “Desidero confermare che sono risultato positivo al virus dell'HIV e di aver contratto l'AIDS. E' arrivato il momento che i miei amici e i miei fan in tutto il mondo conoscano la verità e spero che tutti si uniranno a me, ai dottori che mi seguono e a quelli del mondo intero nella lotta contro questa terribile malattia".

"Freddie is dead". Così titolava il tabloid "The Sun" per annunciare la sua morte. Tre parole, una frase secca, accompagnata dall'immagine, più che viva del leggendario cantante dei Queen a braccia aperte sul palco davanti alla "Union jack". Tre parole tra cui solo il nome, tanta era la sua popolarità e grandezza per capire immediatamente di chi si stesse parlando. Di un mito. 

la prima band di Freddie Mercury, gli Hectics
Freddie Mercury infatti è stata la voce più incredibile ed emozionante del rock. Un artista unico nel suo genere, dotato di un grande carisma e di una presenza scenica teatrale e seducente, un personaggio che ha fatto la storia della musica internazionale, un talento di cui oggi, in tempi così grami di artisti e di pop campionato, si sente terribilmente la mancanza.

Era nato a Zanzibar da una famiglia indiana di origine Parsi, registrato all’anagrafe come Farrokh Bulsara. La sua fortuna fu il trasferimento in Inghilterra a 18 anni a seguito della rivoluzione che investì il paese africano. Appassionato di musica e con alle spalle studi in pianoforte, Freddie si diploma in Arte grafica e Design e frequenta la Londra artistica.

Anticonformista e spirito libero, entra in contatto con altri musicisti e gruppi che saranno fondamentali per la sua carriera, gli Smile, ne fonda uno, Ibex, e poi incide i primi pezzi, fa concerti e naturalmente si esibisce, sino ad arrivare all’aprile del 1970 quando insieme al chitarrista Brian May e al batterista Roger Taylor forma i Queen, a cui l’anno successivo si aggiungerà il bassista John Deacon.

i Queen

Da quel momento nasce la leggenda di uno dei gruppi più amati e apprezzati del panorama musicale internazionale e soprattutto la leggenda del loro frontman, l’istrionico e insuperabile Mercury, leader veramente di quella formazione che nel tempo ha venduto oltre 200milioni di dischi e ha tenuto 707 concerti in 26 nazioni diverse.

Concerti che erano vere e proprie rappresentazioni sceniche in cui Mercury dava il meglio di sé, vocalmente e teatralmente. Uno per tutti: quello al Live Aid del 13 luglio 1985 in cui Mecury in venti minuti di show, “tenne sul palmo della mano tutto il pubblico” come ricorderà David Bowie in seguito.  

La sua infatti era una voce potente ed espressiva, in grado di dare lustro anche ai brani meno brillanti del repertorio della band inglese che ha dettato legge dai Settanta agli Ottanta. Una voce che è stata oggetto di studio da parte di un team di ricercatori universitari e che ha stabilito non solo che la sua estensione vocale sfiorava le quattro ottave.

Ma soprattutto che la sua voce era così eccezionale, perché utilizzava la tecnica delle subarmoniche, tipica dei cantanti etnici come i Tuvan della Mongolia o i Tenores della Barbagia.

la prima pagina del Sun del 25 novembre 1991

Appariscente e coinvolgente sul palcoscenico, nella vita privata Mercury era schivo e riservato, amava i gatti e la pittura, Chagall il suo artista preferito. Aveva una collezione di cravatte ma non le indossava mai. I suoi idoli erano stati Cliff  Richard, poi Hendrix e i Cream. 

Per i Queen è stato autore di brani che hanno fatto il giro del mondo come "Bohemian Rhapsody", "Crazy Little Thing Called Love", "Don't Stop Me Now", "It's a Hard Life", "Killer Queen", "Love of My Life", "Play the Game", "Somebody to Love" e "We Are the Champions".   

Sono passati trent'anni dalla sua scomparsa, una vita, ma l'affetto nei suoi confronti è rimasto immutato ed il rimpianto per una perdita così grave per la scena musicale mondiale è condiviso da tutti. L'enorme successo del film ispirato alla sua vicenda umana e artistica che ha fruttato il premio Oscar a Rami Malek ne è la dimostrazione. 

I dischi dei Queen continuano ad essere trasmessi nelle radio ed acquistati nei negozi collezionando record su record, la sua voce incredibile ed unica emoziona sempre. "Freddie is dead", ma la sua musica è immortale.

 


giovedì 14 ottobre 2021

Le leggende della Lazio

di FRANCESCO TRONCARELLI

C'è chi è diventato laziale per i gol di Bruno Giordano, chi per quelli di Beppe Signori, chi per quelli di Miro Klose. Chi per le parate di Bob Lovati e le rovesciate di Silvio Piola, trasmettendo così questa sua passione agli eredi, nella ormai noto passaggio di consegne biancocelesti racchiuso in quella frase "di padre in figlio" che la dice tutta sul senso di appartenenenza a una società di calcio che è uno stile di vita e un concentrato di emozioni.

C'è chi è diventato laziale grazie a Giorgio Chinaglia, Long John, l'invincibile guerriero, il più grande di tutti, il mito assoluto, il calciatore che con la sua grinta e la voglia di ribellarsi al conformismo giallorosso dominante, è stato il simbolo del riscatto per il tifoso laziale nella città, l'emblema dell'orgoglio biancoceleste contro gli usurpatori sguaiati e rumorosi di una romanità abusiva.

Chi per il gol di Fiorini, chi per quello di Lulic, l'eroe del 26 maggio, chi per la follia contagiosa e gioiosa di Paul Gascoigne. A ciascuno il suo come disse il poeta, certo è che questi uomini e personaggi che hanno attraversato la Storia ultracentenaria della Prima squadra della Capitale lasciando un segno indelebile, sono stati sicuramente delle leggende della Lazio.

Lulic al 71°

 Leggende di una leggenda che non finisce mai di stupire e coinvolgere che sono raccontate e per certi versi svelate (informazioni e dettagli poco conosciuti) con competenza e passione dalla penna di Patrizia De Rossi, giornalista affermata e biografa di artisti come Bruce Springsteen, Gianna Nannini e Ligabue, in un bel libro che si legge tutto d'un fiato stampato a cura delle edizioni Diarkos.

311 pagine che scorrono veloci, anche se ricche di contenuti e storie bellissime e incredibili, grazie alle capacità narrative dell'autrice, 26 capitoli di lazialità entusiasmante e bella sotto ogni punto di vista, che passano in rassegna volti, nomi, ricordi e situazioni che hanno fatto la Lazio. 

Che hanno reso orgogliosi i tifosi della prima squadra della Capitale e degli appassionati che hanno scelto i colori del cielo e della bandiera greca (nazione delle prime Olimpiadi dell'era moderna) per partecipare allo sport attivo nella più grande Polisportiva d'Europa, la società sportiva Lazio appunto con le sue 57 sezioni e 19 attività associate.

Ciro Immobie Scarpa d'oro

Dal 1900 a oggi quella della Lazio è stata una storia di ardenti passioni, meritate conquiste e dolorose cadute, fatta di momenti di orgoglio e di lotta che hanno cementato la fede biancoceleste intorno alla sua maglia e al suo ideale che questo bel libro racconta attraverso le sue leggende.

Dalla nascita sulle rive del Tevere grazie a un gruppo di figli del popolo, dove viene spiegato veramente come andò su quel famoso barcone denonimato Pippanera (e perchè si chiamava così) sino ad arrivare all'era Lotito.

Un viaggio che appassiona con i grandi campioni che hanno vestito i suoi colori, in campo e fuori: dal primo capitano Sante Ancherani al bomber Ciro Immobile, dall'attaccante da record Silvio Piola al portierone Bob Lovati, dall'indimenticabile Tommaso Maestrelli a Simone Inzaghi, da Giuliano Fiorini, ad Alessandro Nesta e Roberto Mancini. 

Nesta capitano della Lazio pluricampione

Dal primo trofeo - la Coppa Italia 1958, con Fulvio Bernardini in panchina - allo scudetto nell'anno del centenario alla vittoria della Coppa Italia nel derby del 26 maggio 2013. C'è tutto. E di più. 

Persino il campionissimo del ciclismo "c'è un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi" che corse per la societa biancazzurra, come una volta veniva definita la Lazio

Ma non solo, ci sono anche, tra gli altri, il premio Nobel Grazia Deledda che frequentava la sede allora in via Veneto e scriveva per la rivista ufficiale della società organizzando incontri culturali e la principessa Mafalda di Savoia che finì deportata a Buchenwald.

laziali di padre in figlio

Due esempi di presenze femminili importanti e soprattutto di figure di alto spessore morale e culturale che danno la vera immagine di cosa abbia significato da sempre essere Laziali, Laziali con la "l" maiuscola veramente.

E c'è anche una vera e propria chicca per molti, ovvero  la storia del portoghese Francisco Dos Santos, un artista che sarà poi molto apprezzato anche in campo internazionale per le sue sculture, che è stato il primo calciatore straniero con la maglia biancoceleste (giocava insieme al mitico Ancherani).

Quando tornò a Lisbona fu tra i fondatori del Benfica, la squadra di campioni con in testa la "pantera nera" Eusebio, a cui diede come stemma un'Aquila. Quella che aveva conosciuto con la Lazio.

Una leggenda della Lazio, la società più leggendaria di tutte.

 

 




 





 

Teddy Reno, 100 anni cantando

  di FRANCESCO TRONCARELLI Teddy Reno oggi entra nella storia della canzone e non solo. Il motivo? Compie 100 anni, un traguardo importante ...