lunedì 28 febbraio 2022

Dino Zoff, 80 anni di un mito

 di FRANCESCO TRONCARELLI

Dino Zoff. Ecco per celebrare nel modo migliore gli 80 anni di una leggenda vivente come lui, basterebbe solo nominarlo: Dino Zoff. In quel nome e cognome ci sta tutto. 

La vita, la carriera, la storia, i record, le parate, i ricordi e gli insegnamenti di uno degli sportivi più importanti e amati del Bel paese, Dino Zoff appunto.

Pensi a lui infatti e ti viene subito in mente la serietà, vocabolo sconosciuto ai più, ti viene in mente la professionalità, dicasi altrettanto, ti viene in mente l’onestà intellettuale, la riservatezza, la moralità, il lavoro svolto con passione e impegno. 

Qualità che lui ha incarnato per una vita, sia come atleta sia come dirigente e uomo di sport. Dici Dino Zoff insomma e riavvolgi il nastro di una vicenda umana e professionale da “numero uno” nel vero senso della parola, non solo di nome come portiere di calcio, ma anche di fatto.

E poi naturalmente dall’album dei ricordi spunta subito un'immagine storica, la partita a scopone sull'aereo con Enzo Bearzot, Franco Causio e il presidente della Repubblica Pertini, di ritorno dalla Spagna dopo i Mondiali di calcio vinti. 

Un'immagine che ha fatto il giro del globo al pari del francobollo disegnato da Renato Guttuso che ritrae le sue mani che alzano la Coppa del Mondo verso il cielo nella magica notte dell'11 luglio 1982 al Santiago Bernabeu di Madrid.

E che dire del portierone fenomeno con 570 presenze in serie A e del suo record d’imbattibilità per 1142 minuti consecutivi. 1142, mica spiccioli. Una carriera iniziata da giovanissimo nell'Udinese e proseguita al Mantova sino alla prima consacrazione nella città del Vesuvio. 

Fu li, quando giocava nel Napoli del presidentissimo Achille Lauro e del mister Pesaola, che i tifosi lo chiamavano Nembo Kid, ovvero, per i più giovani, Superman, per i suoi voli da un palo all'altro della porta.


Poi venne la Juventus, ed entrò nel mito con undici anni da titolare e sei scudetti sul petto, alternati con la difesa della porta della Nazionale con 112 presenze e la vittoria agli Europei e al Mundial, unico giocatore italiano a vincerli entrambi.

Zoff è il volto finito sulle copertine di Time e Newsweek, il numero uno dei numeri uno che ha giocato con Burgnich e Facchetti per arrivare fino a Pablito Rossi e poi Bergomi, e che è stato rivale e poi compagno di Sivori e avversario di Maradona, a testimonianza di una carriera unica anche come longevità. 

Ci si potrebbe fermare qui. Ma c’è il Dino mister, prima della sua Juve, comportatasi un po’ da matrigna nei suoi confronti, poi della Lazio, la prima squadra della Capitale, con cui celebrerà un matrimonio in panchina e poi dietro una scrivania da presidente, nell’epopea aurea dell’era Cragnotti.

Una stagione felicissima in biancoceleste, nella quale rilancerà le ambizioni della Mitica sul campo e fuori, coccolandosi due campioni su tutti come fossero suoi figli, Gascoigne e Signori.

SuperDino poi come Commissario tecnico della Nazionale ha sfiorato il titolo europeo (perso nel 2000 per un 'golden gol' di Trezeguet) rivelandosi secondo a nessuno come dignità quando, poco dopo quel torneo, si dimise per le critiche dell'allora premier Silvio Berlusconi per non aver fatto marcare a uomo Zinedine Zidane in quella finale. 

Un carattere quindi e non a caso,simile a un altro grande friulano come lui, quell'Enzo Bearzot con cui Dino s'intendeva al volo, con un semplice sguardo, e al quale diede una carezza prima di alzare la Coppa al Bernabeu.

Ed eccolo qua allora, nel giorno del suo compleanno, a ricevere il giusto tributo di un paese intero. Un privilegio meritatissimo e che in pochi hanno ricevuto a coronamento della loro carriera, un privilegio riservato solo ai grandi personaggi che hanno lasciato il segno con il loro esempio.

Auguri Dino, 80 anni da numero uno e non sentirli, 80 anni di un mito che ci invidia e applaude tutto il mondo. 80 anni di una persona perbene. E scusate se è poco.


lunedì 20 dicembre 2021

30 anni senza Walter Chiari

 di FRANCESCO TRONCARELLI

Solo e davanti al televisore 30 anni fa se ne andava uno dei grandi dello spettacolo italiano. Dalla rivista al cinema con Visconti passando per la tv. La storia di un Peter Pan che amava la vita e che tutti amavano per la sua simpatia

Faceva freddo quel 20 dicembre del ‘91, proprio come in questi giorni. Ma a gelare un po’ tutti fu la notizia battuta dalle agenzie al mattino e subito diffusa dai media, della scomparsa di Walter Chiari, uno dei personaggi dello spettacolo più amati di sempre che aveva accompagnato con la sua verve irresistibile e bravura acclarata generazioni di italiani, dal dopoguerra in poi.

Quello che colpì per quella morte inaspettata ad appena 67 anni però, oltre al dispiacere per la perdita di un volto noto considerato un amico di famiglia, fu soprattutto il modo, il come quell’artista tanto amato se ne era andato: solo, messo all’angolo dal suo ambiente, dimenticato dai più come un libro vecchio o un sopramobile lasciato in cantina dopo aver fatto la sua bella figura per anni nel salotto buono di casa.

La televisione accesa e lui davanti, sprofondato in poltrona, la testa reclinata, gli occhiali sul naso, vestito ancora di tutto punto. Lo trovarono così Walter Chiari, passato dal sonno alla morte quasi senza accorgersene per un infarto, il 20 dicembre del 1991.

Walter isegue il paparazzo Tazio Secchiaroli, inizia la Dolce vita

E se non fosse stato per la sveglia che quotidianamente gli davano dalla portineria, è probabile che sarebbero passati giorni prima che qualcuno fosse andato alla stanza 508 a vedere perchè non rispondeva al telefono di quel miniappartamento di quaranta metri quadri coi mobili in serie e le tende alle finestre, dove risiedeva quando era a Milano.

Solo davanti al televisore che sparava a tutto volume suoni e diffondeva immagini in libertà. Come un anziano insonne. Una fine incredibile per uno come lui che la vita l'aveva vissuta intensamente e sempre di corsa nei posti più belli e con le compagnie più affascinanti e da copertina. Una fine da pensionato che vive in triste solitudine, fotografia drammatica di una parabola umana amara e senza l'happy end consolatorio e che forse neanche avrebbe gradito.

Ava Gardner, per lui lasciò Frank Sinatra
 Perchè lui era uno che dava la carica e non si piangeva addosso, ma si rimboccava le maniche e ripartiva anche contro vento, solare come era, spericolato e libero come pochi altri. Generoso con tutti, comico per vocazione ma anche attore importante con Visconti (“Bellissima”) e Dino Risi (“Il giovedì”), è stato il primo divo tricolore esportato all'estero in qualità di gettonato rubacuori, due nomi fra i tanti: Lucia Bosè ed Ava Gardner.

Popolarissimo nell’Italia del boom economico, teneva incollati milioni di spettatori davanti al piccolo schermo con monologhi, scenette e barzellette interminabili a "Studio Uno" e "Canzonissima" in quella tv elegante e in bianco e nero fatta da grandi professionisti come lui, Mina e Paolo Panelli. 

mattatore a Studio Uno
Era un personaggio da copertina insomma, richiesto e appaludito ovunque, anche se in fondo era rimasto quello di sempre. Il Peter Pan spavaldo della beata incoscienza giovanile, il ragazzone che faceva ridere gli amici e che tra una seduta in palestra a tirar di boxe e una partita a biliardo in un fumoso bar sui Navigli, studiava il variegato mondo che lo circondava come ogni attore che si rispetti.

Un talento naturale, che nell’improvvisazione dava il meglio. Grande affabulatore, ti inchiodava davanti il piccolo schermo o in platea con le sue chiacchiere mai banali e sempre travolgenti. La sua arte era nello sguardo, la sua bravura era nel sorriso. 

Una capacità unica nell’intrattenimento che lo fece debuttare nel varietà con la esuberante Marisa Maresca e che poi lo proiettò alla ribalta nazionale in coppia con Carlo Campanini per riproporre i mitici fratelli De Rege col tormentone “vieni avanti cretino" e per presentare scenette entrate nella leggenda come quella del Sarchiapone.

"Vieni avanticretino" con Carlo Campanini

Irresistibile Walter, indimenticabile Walter, intramontabile Walter, grande anche quando finito nel vortice di uno scandalo ingigantito dai media e dalla stampa dell’epoca, per la "neve" che consumava, seppe dignitosamente rimanere ai margini di un mondo, quello dello spettacolo, che aveva dominato a lungo con una mano sola e non disperarsi più di tanto se il telefono non squillava più o squillava molto meno di prima.

Fiero però ed orgoglioso di ruggire ancora ("Romance" di Massimo Mazzucco e "Finale di partita" di Samuel Beckett) come un vecchio leone ferito ma non domo, nel momento in cui qualcuno si ricordava ancora di lui.  

Il 20 dicembre di trenta anni fa poi, il sipario in un "teatrino" di periferia privo del calore del suo amato pubblico. E da allora siamo orfani di un talento puro che non ha avuto uguali né emuli, di un gigante del mondo dello spettacolo la cui statura artistica si nota ancora di più adesso che siamo circondati da tanti improvvisati che fanno questo mestiere senza averne le basi. 

Ecco perché lo ricordiamo ancora con tanta nostalgia. Indimenticabile Walter…


 




mercoledì 24 novembre 2021

30 anni senza Freddie Mercury, icona del rock

 di FRANCESCO TRONCARELLI

Il 24 novembre del 1991 nella sua casa a Logan Place nel Kensigton, moriva Freddie Mercury, aveva 45 anni, ufficialmente se ne andava per una broncopolmonite, la realtà della sua scomparsa l’aveva resa pubblica il giorno prima con un comunicato che non lasciava dubbi su quello che era il suo stato di salute.

 “Desidero confermare che sono risultato positivo al virus dell'HIV e di aver contratto l'AIDS. E' arrivato il momento che i miei amici e i miei fan in tutto il mondo conoscano la verità e spero che tutti si uniranno a me, ai dottori che mi seguono e a quelli del mondo intero nella lotta contro questa terribile malattia".

"Freddie is dead". Così titolava il tabloid "The Sun" per annunciare la sua morte. Tre parole, una frase secca, accompagnata dall'immagine, più che viva del leggendario cantante dei Queen a braccia aperte sul palco davanti alla "Union jack". Tre parole tra cui solo il nome, tanta era la sua popolarità e grandezza per capire immediatamente di chi si stesse parlando. Di un mito. 

la prima band di Freddie Mercury, gli Hectics
Freddie Mercury infatti è stata la voce più incredibile ed emozionante del rock. Un artista unico nel suo genere, dotato di un grande carisma e di una presenza scenica teatrale e seducente, un personaggio che ha fatto la storia della musica internazionale, un talento di cui oggi, in tempi così grami di artisti e di pop campionato, si sente terribilmente la mancanza.

Era nato a Zanzibar da una famiglia indiana di origine Parsi, registrato all’anagrafe come Farrokh Bulsara. La sua fortuna fu il trasferimento in Inghilterra a 18 anni a seguito della rivoluzione che investì il paese africano. Appassionato di musica e con alle spalle studi in pianoforte, Freddie si diploma in Arte grafica e Design e frequenta la Londra artistica.

Anticonformista e spirito libero, entra in contatto con altri musicisti e gruppi che saranno fondamentali per la sua carriera, gli Smile, ne fonda uno, Ibex, e poi incide i primi pezzi, fa concerti e naturalmente si esibisce, sino ad arrivare all’aprile del 1970 quando insieme al chitarrista Brian May e al batterista Roger Taylor forma i Queen, a cui l’anno successivo si aggiungerà il bassista John Deacon.

i Queen

Da quel momento nasce la leggenda di uno dei gruppi più amati e apprezzati del panorama musicale internazionale e soprattutto la leggenda del loro frontman, l’istrionico e insuperabile Mercury, leader veramente di quella formazione che nel tempo ha venduto oltre 200milioni di dischi e ha tenuto 707 concerti in 26 nazioni diverse.

Concerti che erano vere e proprie rappresentazioni sceniche in cui Mercury dava il meglio di sé, vocalmente e teatralmente. Uno per tutti: quello al Live Aid del 13 luglio 1985 in cui Mecury in venti minuti di show, “tenne sul palmo della mano tutto il pubblico” come ricorderà David Bowie in seguito.  

La sua infatti era una voce potente ed espressiva, in grado di dare lustro anche ai brani meno brillanti del repertorio della band inglese che ha dettato legge dai Settanta agli Ottanta. Una voce che è stata oggetto di studio da parte di un team di ricercatori universitari e che ha stabilito non solo che la sua estensione vocale sfiorava le quattro ottave.

Ma soprattutto che la sua voce era così eccezionale, perché utilizzava la tecnica delle subarmoniche, tipica dei cantanti etnici come i Tuvan della Mongolia o i Tenores della Barbagia.

la prima pagina del Sun del 25 novembre 1991

Appariscente e coinvolgente sul palcoscenico, nella vita privata Mercury era schivo e riservato, amava i gatti e la pittura, Chagall il suo artista preferito. Aveva una collezione di cravatte ma non le indossava mai. I suoi idoli erano stati Cliff  Richard, poi Hendrix e i Cream. 

Per i Queen è stato autore di brani che hanno fatto il giro del mondo come "Bohemian Rhapsody", "Crazy Little Thing Called Love", "Don't Stop Me Now", "It's a Hard Life", "Killer Queen", "Love of My Life", "Play the Game", "Somebody to Love" e "We Are the Champions".   

Sono passati trent'anni dalla sua scomparsa, una vita, ma l'affetto nei suoi confronti è rimasto immutato ed il rimpianto per una perdita così grave per la scena musicale mondiale è condiviso da tutti. L'enorme successo del film ispirato alla sua vicenda umana e artistica che ha fruttato il premio Oscar a Rami Malek ne è la dimostrazione. 

I dischi dei Queen continuano ad essere trasmessi nelle radio ed acquistati nei negozi collezionando record su record, la sua voce incredibile ed unica emoziona sempre. "Freddie is dead", ma la sua musica è immortale.

 


giovedì 14 ottobre 2021

Le leggende della Lazio

di FRANCESCO TRONCARELLI

C'è chi è diventato laziale per i gol di Bruno Giordano, chi per quelli di Beppe Signori, chi per quelli di Miro Klose. Chi per le parate di Bob Lovati e le rovesciate di Silvio Piola, trasmettendo così questa sua passione agli eredi, nella ormai noto passaggio di consegne biancocelesti racchiuso in quella frase "di padre in figlio" che la dice tutta sul senso di appartenenenza a una società di calcio che è uno stile di vita e un concentrato di emozioni.

C'è chi è diventato laziale grazie a Giorgio Chinaglia, Long John, l'invincibile guerriero, il più grande di tutti, il mito assoluto, il calciatore che con la sua grinta e la voglia di ribellarsi al conformismo giallorosso dominante, è stato il simbolo del riscatto per il tifoso laziale nella città, l'emblema dell'orgoglio biancoceleste contro gli usurpatori sguaiati e rumorosi di una romanità abusiva.

Chi per il gol di Fiorini, chi per quello di Lulic, l'eroe del 26 maggio, chi per la follia contagiosa e gioiosa di Paul Gascoigne. A ciascuno il suo come disse il poeta, certo è che questi uomini e personaggi che hanno attraversato la Storia ultracentenaria della Prima squadra della Capitale lasciando un segno indelebile, sono stati sicuramente delle leggende della Lazio.

Lulic al 71°

 Leggende di una leggenda che non finisce mai di stupire e coinvolgere che sono raccontate e per certi versi svelate (informazioni e dettagli poco conosciuti) con competenza e passione dalla penna di Patrizia De Rossi, giornalista affermata e biografa di artisti come Bruce Springsteen, Gianna Nannini e Ligabue, in un bel libro che si legge tutto d'un fiato stampato a cura delle edizioni Diarkos.

311 pagine che scorrono veloci, anche se ricche di contenuti e storie bellissime e incredibili, grazie alle capacità narrative dell'autrice, 26 capitoli di lazialità entusiasmante e bella sotto ogni punto di vista, che passano in rassegna volti, nomi, ricordi e situazioni che hanno fatto la Lazio. 

Che hanno reso orgogliosi i tifosi della prima squadra della Capitale e degli appassionati che hanno scelto i colori del cielo e della bandiera greca (nazione delle prime Olimpiadi dell'era moderna) per partecipare allo sport attivo nella più grande Polisportiva d'Europa, la società sportiva Lazio appunto con le sue 57 sezioni e 19 attività associate.

Ciro Immobie Scarpa d'oro

Dal 1900 a oggi quella della Lazio è stata una storia di ardenti passioni, meritate conquiste e dolorose cadute, fatta di momenti di orgoglio e di lotta che hanno cementato la fede biancoceleste intorno alla sua maglia e al suo ideale che questo bel libro racconta attraverso le sue leggende.

Dalla nascita sulle rive del Tevere grazie a un gruppo di figli del popolo, dove viene spiegato veramente come andò su quel famoso barcone denonimato Pippanera (e perchè si chiamava così) sino ad arrivare all'era Lotito.

Un viaggio che appassiona con i grandi campioni che hanno vestito i suoi colori, in campo e fuori: dal primo capitano Sante Ancherani al bomber Ciro Immobile, dall'attaccante da record Silvio Piola al portierone Bob Lovati, dall'indimenticabile Tommaso Maestrelli a Simone Inzaghi, da Giuliano Fiorini, ad Alessandro Nesta e Roberto Mancini. 

Nesta capitano della Lazio pluricampione

Dal primo trofeo - la Coppa Italia 1958, con Fulvio Bernardini in panchina - allo scudetto nell'anno del centenario alla vittoria della Coppa Italia nel derby del 26 maggio 2013. C'è tutto. E di più. 

Persino il campionissimo del ciclismo "c'è un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi" che corse per la societa biancazzurra, come una volta veniva definita la Lazio

Ma non solo, ci sono anche, tra gli altri, il premio Nobel Grazia Deledda che frequentava la sede allora in via Veneto e scriveva per la rivista ufficiale della società organizzando incontri culturali e la principessa Mafalda di Savoia che finì deportata a Buchenwald.

laziali di padre in figlio

Due esempi di presenze femminili importanti e soprattutto di figure di alto spessore morale e culturale che danno la vera immagine di cosa abbia significato da sempre essere Laziali, Laziali con la "l" maiuscola veramente.

E c'è anche una vera e propria chicca per molti, ovvero  la storia del portoghese Francisco Dos Santos, un artista che sarà poi molto apprezzato anche in campo internazionale per le sue sculture, che è stato il primo calciatore straniero con la maglia biancoceleste (giocava insieme al mitico Ancherani).

Quando tornò a Lisbona fu tra i fondatori del Benfica, la squadra di campioni con in testa la "pantera nera" Eusebio, a cui diede come stemma un'Aquila. Quella che aveva conosciuto con la Lazio.

Una leggenda della Lazio, la società più leggendaria di tutte.

 

 




 





 

venerdì 18 dicembre 2020

"Cent'anni insieme", l'inno più vincente

di FRANCESCO TRONCARELLI

Tra i tanti inni e canzoni dedicati alla Prima squadra della Capitale, "Cent'anni insieme" è sicuramente quello più speciale. E' l’unico infatti di cui si conosce la data di uscita. Una caratteristica non da poco perché solitamente di questi brani non si sa mai con certezza quando siano stati incisi e immessi sul mercato. 

Qui la data è certa, altro che. Ma non solo. Ci sono altre due caratteristiche che lo rendono particolare al di là del suo essere fra i migliori: è quello che può essere considerato il più vincente e al tempo stesso quello che è “durato” meno di tutti. 

Ma andiamo con ordine. “Cent’anni insieme” è uscito in una data particolare, il 9 gennaio del 2000, nell’anniversario quindi della fondazione della Lazio che in quel giorno festeggiava i suoi primi cento anni di storia.

Una data tanto attesa dalla tifoseria, perchè si raggiungeva un traguardo importante che legava due secoli fra loro nel segno dell'Aquila e di un ideale di sport praticato ad altissimi livelli da migliaia e migliaia di atleti in varie dispcipline e che aveva avuto appunto nel calcio la sua espressione più alta e popolare.

Il pass del Centenario

Il disco non a caso è conosciuto anche come “la canzone del Centenario” che ha debuttato in occasione della partita di campionato Lazio-Bologna (3 a 1) insieme alla maglia speciale realizzata per l'evento: bianca con una fascia celeste che scendeva fino alle maniche ricamata sul petto ed attraversata al centro da una striscia color oro.

Anche lo stemma era nuovo, sullo scudo biancoceleste infatti oltre all'aquila era riportato il numero "100". Lo stesso logo sarà presente sulla copertina del CD delle canzoni realizzate per l'occasione, e questo perchè l'inno che apriva l'album era ufficiale, tra i pochissimi inni a potersi fregiare di questo titolo dall'origine.

Per questo motivo il brano veniva diffuso all'Olimpico ad ogni partita della squadra, diventando così la vera e propria colonna sonora della travolgente stagione 1999-2000. 

E qui entrano in gioco le altre sue due caratteristiche. E’ stato il più vincente, perché le sue note e le sue parole hanno accompagnato “mano pe’ mano” la vittoria dello Scudetto, la vittoria della Coppa Italia e la vittoria della Supercoppa. E' insomma il disco del Triplete, un trionfo. 


Vincente come nussun altro mai senza ombra di dubbio ma anche, ecco la seconda caratteristica, il più breve di tutti. Quello che tecnicamente ha avuto la vita più corta. “Cent’anni insieme” infatti ha concluso la sua mission con la fine dell'anniversario, la notte del 9 gennaio del 2001, all'Olimpico, con la partita Lazio-Cina organizzata per la chiusura del Centenario.

Un utilizzo intensivo dunque ricco di soddisfazioni e gioie ma terminato purtroppo come tutte le cose belle, troppo presto. Per poterlo riascoltare infatti, si sono dovuti aspettare 20 anni. E’ successo il 16 febbraio del 2020 prima della vittoriosa partita contro l’Inter quando la Lazio dominava il campionato.

Ad intonarlo in uno stadio traboccante di folla e di entusiasmo, è stato Briga, l’artista con l’Aquila tatuata sul cuore che ha intrattenuto i tifosi con un medley di vari brani del suo repertorio culminato con la riproposizione dell’inno del Centenario, omaggio molto gradito dal pubblico che ha partecipato alla sua performance, cantandolo insieme a lui dagli spalti. 

Una scena molto emozionante, che quella sera a molti ha fatto rivivere atmosfere esaltanti come nella stagione 1999-2000, nella speranza di rivedere realizzato il sogno tricolore, non sapendo che il Covid invece era in agguato e avrebbe fermato quella squadra. 

Mattia Briga canta "Cent'anni insieme" sul prato dell'Olimpico

Questo brano poi ha una peculiarità che lo contraddistingue da tutti quelli che "parlano" di Lazio, un aspetto particolare perchè riguarda la sua essenza. E' una canzone corale, non di un singolo artista, per la prima volta è stato coinvolto il mondo Lazio.

Tutti quei personaggi che in quel periodo gravitavano intorno alla squadra che ha portato il calcio a Roma con la loro passione, la loro arte e il loro tifo, furono chiamati a partecipare all'iniziativa discografica. 

Al centro del progetto che ha ideato e realizzato questo prodotto ben confezionato e sicuramente molto bello dal punto di vista musicale, c'era la coralità, la partecipazione, l'essere uniti per vincere insieme ai giocatori che scendevano in campo. 

Una squadra di artisti insomma disposti a dare il meglio di sè per portare a termine un disco che sarebbe rimasto nella memoria collettiva. E così è stato. Perchè tutti i tifosi hanno consociuto e cantato questo inno e i vari pezzi del CD.

Lo ha prodotto e scritto Marcello Reddavide, un passato ad altissimi livelli come componente di uno dei più famosi gruppi del Prog italiano, i Semiramis, il cui frontman era un giovane Michele Zarrillo e un presente da manager navigato. 

Marcello Reddavide col CD

E' lui, laziale dalla nascita, che ha avuto l'idea del pezzo, l'ha scritto insieme ad Enrico Lenni che aveva steso una prima versione e che poi l'ha realizzato con le musiche e gli arrangiamenti di Massimo Berni e Thoty Vitale. 

Ma è soprattutto lui che ha chiamato a partecipare a questo che è stato sicuramente un evento, un nutrito e variegato gruppo di personaggi dello spettacolo laziali. Nomi come Toni Malco, Enrico Lenni, Aldo Donati, Francesco Scarcelli, Pino Insegno, Giulio Todrani, Edoardo Guarnera, Max Evangelista, Chaly Albert.

Fra loro anche Mino Reitano che simpatizzava per l'Aquila avendo conosciuto Chinaglia e company al Maestrelli, dove andava ogni tanto a tirare due calci con loro e il difensore dello scudetto Alessandro Nesta. 

Una squadra di campioni della musica quindi, che ha partecipato alle varie sessioni di registrazione presso lo studio "Sonic" nei pressi proprio di piazza della Libertà, quartiere Prati, dove fu fondata la Lazio dal bersagliere Luigi Bigiarelli con altri otto amici sportivi. 

Un lavoro complesso che ha richiesto qualche giorno ma che ha partorito un disco molto coinvolgente ed emozionante curato nei minimi particolari, un brano dalle sonorità accattivanti e dal forte impatto sin dalle prime note e che nelle voci degli artisti che si alternano fra loro, ha ovviamente la chiave di volta del tutto. 

Un inno bello e vincente che a distanza di tempo continua a scuoterti dentro e che merita di essere riascoltato.


Sarà che sei biancoceleste come il cielo
Sarà che quanno gioci tu
Se spicca er volo
Sarà che c'hai la gente tua che vale oro
Che nun s'azzitta mai
Sta sempre in coro
Ma c'e na cosa che te vojo di
Che so' cent'anni che me fai mpazzi
Cent'anni insieme, insieme a te
Pe' centanni insieme a te
'Sto secolo t'e scivolato addosso
Er core mio pe' te nun s'e mai perso
Cent'anni insieme, mano pe' mano
Piu de tutti piu lontano
Noi pe' sempre insieme
Sotto questo cielo blu
Lazio esisti solo tu
Sara che con la Lazio dentro ce so nato
E che da quer momento m'ha stregato
Sara che ultimamente so' piu innamorato
Che quando giochi tu sto senza fiato
Uh, uh, uh
Uh, uh, uh
Uh, uh, uh
Cent'anni insieme, insieme a te
Pe' centanni insieme a te
Nun te se po' scordà
M'hai fatto 'nnamora
Tu che me fai sogna
Cent'anni insieme, mano pe' mano
Piu de tutti piu lontano
Noi pe' sempre insieme
Sotto un cielo biancoblu
A piazza della Libertà
 

mercoledì 8 aprile 2020

Scudetto 74, quando la Lazio era una famiglia: il video

di FRANCESCO TRONCARELLI


Nei giorni del "io resto a casa", quando ti manca tutto, a cominciare dagli incontri con gli amici, il caffè al bar, l'attesa dal barbiere, la passeggiata al mare, insomma la normalità della vita, spunta a sorpresa un filmino amatoriale che ti riporta al calcio, alla Lazio, una di quelle "cose" che riempivano le tue giornate, le tue domenche, da sempre e che mancano tremendamente.

Un piacevole uovo di Pasqua con una sorpresa incredibile che ti fa emozionare. Una chicca inaspettata che ti rimanda a un mondo che non c'è più ma che è stato bello vivere quando la Lazio era una grande famiglia ed era vissuto dalle famiglie intere. Genitori, figli e nonni tutti insieme appassionatamente per vivere un sogno.

Il regalo inaspettato che ci arriva è un filmino amatoriale girato il 12 maggio del 1974, una data storica per chi ha i colori biancocelesti nel cuore, il giorno in cui la prima squadra della Capitale ribadì la sua supremazia anche sul campo vincendo il primo scudetto della sua storia.

Un superotto a colori che racconta quel famoso Lazio-Foggia cogli occhi della famiglia Cotti, laziali come tanti, marito, moglie e prole al seguito, un maschietto e una femminuccia, che quella domenica di maggio parteciparano a un evento memorabile. Diventando loro stessi evento, al pari degli altri 83mila e rotti presenti (record ineguagliato nella storia delle partite giocate all'Olimpico).

Immagini riprese alla buona, ma proprio per questo eccezionali, perchè sanno di amore, di passione, di tifo spontaneo e casareccio, di quando il calcio era a misura d'uomo e non di sponsor, quando si andava allo stadio con la giacca, il panino e il fiasco di vino. E con la bandiera.


Sei minuti e mezzo di Lazio, sei minuti e mezzo di brividi, sei minuti e mezzo di emozioni, sei minuti e mezzo di uno Scudetto che ancora oggi fa venire i lucciconi. Sei minuti e mezzo che iniziano con la piccola di casa che guarda la cinepresa, poi l'obiettivo stacca sul fratellino che sorride e s'incammina verso lo stadio.

Ha la bandiera in mano, la sventola, e come lui tanti altri tifosi si avviano verso la giornata più bella della loro vita, tra palloncini colorati e bandiere al vento. Da quel momento è tutto un susseguirsi di emozioni e flash di una partita vista dalla Sud, dove negli anni 70 c'era il cuore del tifo biancoceleste.

Il gruppo è posizionato in basso, subito sopra il parterre, lato verso la tribuna Tevere. E subito arriva un momento bellissimo: Luciano, il capo tifoso storico che avevo immortolato nel mio film "Ultimo mambo all'Olimpico", sfila nei posti in piedi, il parterre, con uno starno vestito, una specie di saio da monaco a righe biancocelesti.

Una maschera incredibile come lui, che mentre cammina agita due bandiere, una per mano. Poi migliaia di bandiere al vento svegliano lo stadio, i tifosi sono già a mille, ecco papà Cotti, capello lungo alla Pooh come andavano in quel periodo che agita un campanaccio, i figlioli contenti come la gente intorno a lui col cappello della Rosso Antico che veniva regalato quel giorno.

Entra Lenzini, il presidente, siamo al 2° minuto e una manciata di secondi del video, è l'apoteosi, lo stadio esplode, lui saluta soddisfatto il pubblico, felice di essere arrivato a questo match così importante che può regalare in anticpo di una giornata il Tricolore a Roma. Lo si vede vicinissimo il Sor Umberto.


Poi è il momento delle squadre, e le bandiere tornano ad impazzire al vento, ecco Felice Pulici che si avvia alla sua porta compiendo il solito rituale: un tocco con le mani all'incorocio sinistro, poi a quello destro.

Inizia la partita, foggiani e laziali "combattono",  le azioni si susseguono, ma sta per arrivare il momento clou. E' il minuto 3 del filmato, c'è il rigore. Chinaglia è pronto, lo si vede bene, parte la rincorsa, parte la bomba, tutti schizzano in piedi, anche davanti la cinepresa è il caos.

L'Olimpico è tutta una bandiera, l'entusiasmo è a mille. E' fatta. E così al minuto 4° si vede cominciare l'invasione di campo. Uno, due, dieci, mille tifosi entrano in campo, sugli spalti la ripesa coglie due fratelli, sono in estasi e frastornati, le guance rosse per l'eccitazione, uno beve direttamente dal fiasco di vino l'altro piange e si asciuga le lacrime, sul tabellone a caratteri cubitali compare la scritta LAZIO.

Mezzo stadio è entrato in campo ed è iniziata la folle, liberatoria corsa sulla pista che circonda il rettangolo di gioco, una marea di tifosi corre con le bandiere, giri su giri, un carosello impazzito di felicità che non si era mai visto nè si vedrà mai più.

Una mongolfiera si alza verso il cielo, mamma Cotti abbraccia la figlioletta e le carezza le guance, il papà a torso nudo piange. Scene incredibili che ti scuotono, poesia pura, meglio di un film neorealista di Vittorio De Sica o di una pellicola visonaria di Fellini. E la felicità continuerà fuori l'Olimpico con una Fiat Giardinetta addobbata per la festa.

La festa per il sogno raggiunto, la festa di una famiglia laziale, come avrebbe potuto essere la nostra. Come l'hanno vissuta i nostri genitori, i nostri fratelli, noi. Grazie Lazio, grazie a chi c'era e soprattutto grazie famiglia Cotti, la famiglia di tutti noi laziali.


giovedì 13 febbraio 2020

Chinaglia sul cuore

di FRANCESCO TRONCARELLI


Al di là delle reti segnate e del suo vivere le partite da trascinatore, Giorgio Chinaglia riveste un ruolo sicuramente importante nella storia della Lazio. Non è stato solo il calciatore più amato da sempre dalla gente laziale Long John, ma un vero e proprio simbolo da seguire e applaudire a prescindere, per la sua completa dedizione alla causa biancoceleste, per la sua voglia di vincere, per il suo essere Giorgio Chinaglia il grido di bataglia.

Un mito che con le sue gesta ha dato la forza ai tifosi di rialzare la testa con orgoglio dopo anni di mediocrità e saliscendi dalla cadetteria, in una città dove da sempre stampa, poteri forti e personaggi vari col contorno di "nani e ballerine", spingevano per l'altra sponda, dove nonostante si fosse padroni delle origini del calcio, ci si sentiva ospiti.

Con Giorgio Chinaglia è cambiato tutto, perchè è stato un leader carismatico che ha dato il via al risorgimento laziale, un protagonista assoluto che è stato così amato, da essere individuato dalla società come testimonial di se stessa. Ha ricevuto infatti un privilegio che nessun altro calciatore ha mai avuto. Un omaggio particolare, sicuramente semplice, ma significativo della stima e dell'attaccamento che il mondo Lazio aveva nei suoi confronti.

Solo Giorgione è stato raffigurato, in immagini e disegni, sulle tessere d'abbonamento per il campionato, i necessari passpartout per seguire le partite in casa della squadra senza fare il biglietto ogni domenica. Solo lui, l'invincibile guerriero, su quei cartoncini rettangolari che davano il diritto di assistere alle gesta dei ragazzi con la maglia biancoceleste e sancivano al tempo stesso l'appartenenza come sostenitori, anche economicamente e al di là dei risultati, alla prima squadra della Capitale.


Neanche Maradona dei tempi d'oro, oggetto di culto con murales e foto giganti per la città, è finito sulle tessere del Napoli. Come neanche Rivera e Riva per citare due calciatori degli anni di Long John su quelle rispettivamente di Milan e Cagliari. Nè tanto meno Ronaldo adesso in quelle della Juve. Figurarsi poi puponi, capitan futuri remoti, belli de nonna e de mamma. Nessuno. Solo Giorgio Chinaglia.

Sono addirittura cinque e di seguito, le stagioni in cui Giorgio diventa il "santino" da custodire nel portafoglio riposto nel taschino della giacca, altezza cuore, fra le cose più care, pronto ad essere usato al momento opportuno e da custodire poi a fine torneo fra i ritagli di giornale, le figurine Panini e le riviste a tinte biancocelesti dell'annata conclusa come un cimelio.

La prima volta di Chinaglia sulla tessera da portare sempre con sè, sul cuore, è nel campionato 1971-72.  E' un celebre scatto dell'anno precedente. raffigura Giorgio con le mani levate al cielo in segno di esultanza dopo aver segnato un gol all'Inter (22 marzo1970) che riceve l'applauso dei tifosi della Tevere. Sopra di lui, in un tondo, Silvio Piola, il mitico centravanti biancoceleste e dell'Italia due volte Campione del mondo. Una sorta di passaggio di consegne fra due dei bomber più forti di sempre del sodalizio biancazzurro.

L'immagine è bellissima e restera la migliore della serie e sarà quella più beneaugurante e fortunata, perchè in quella stagione il numero 9 dell'attacco laziale siglerà ben 21 reti trascinando così la squadra verso la serie A dopo un anno di purgatorio. Non solo, come capocannoniere del torneo cadetto dalle acclarate qualità realizzative, sarà chiamato all'esordio in Nazionale dal CT Ferruccio Valcareggi per l'amichevole con la Bulgaria a Sofia. Subito in gol dopo 5 minuti dall'ingresso nella ripresa, secondo laziale dopo Piola (era destino dunque...) nel realizzare una rete nello stesso lasso di tempo dall'entrata in campo.

La stagione successiva inizia la serie di tessere con dei disegni. E come per quella del campionato precedente, è il disegno più bello, il migliore in assoluto. E non poteva essere diversamente perchè ad eseguirlo fu un artista di fama internazionale, Domenico Purificato. Pittore della Scuola romana insieme a Guttuso e Mafai con opere esposte nelle gallerie d'arte di tutto il mondo, scenografo per il Cinema e direttore dell'Accademia di Brera. E ovviamente tifoso laziale. Il suo Chinaglia è inconfondibile e realisticamente vero. Un'opera d'arte in miniatura per un artista del pallone.



Ovviamente quello che fu un piccolo capolavoro non poteva essere replicato e così i bozzetti per le stagioni successive, pur apparendo dei disegni originali e di forte impatto nella loro sinteticità espressiva, non raggiungeranno la bellezza del primo. Lo stesso Chinaglia, scelto sempre dalla società di via Col di Lana come testimonial della Campagna abbonamenti, è meno riconoscibile, soprattutto in quello della stagione 1974-75 che appare troppo stilizzato
 
Resta il fatto che per i fedelissimi che si abbonarono in quei campionati, avere Chinaglia nella tessera che foratura dopo foratura (le card a rivelazione magnetica tramite codice a barre arriveranno decenni dopo) li accompagnerà prima allo Scudetto e dopo al Tricolore sulla maglia del disegno, sarà una cosa bellissima, un ricordo emozionante e una memorabilia storica.


L'avventura per imagini di Chinaglia sulle tessere, si conculderà con la stagione 1975-76. Quasi un presagio di quello che succederà al termine di quel campionato in cui Corsini era subentrato a Maestrelli ormai malato e che vedrà l'addio di Giorgione dall'Olimpico destinazione Cosmos. Questa volta si torna alla foto.

E' uno scatto che ritrae l'ingresso in campo della squadra proveniente dagli spogliatoi in fila indiana, come si faceva allora. Lui è il terzo, con la fascia da capitano, è al centro dell'immagine, sotto la lettera "L" di Lazio. Sorride, sarà uno degli ultimi sorrisi prima della fine di una storia incredibile vissuta con l'Aquila sul petto. Sarà l'ultima immagine di Chinaglia conservata gelosamente nel portafoglio dei tifosi all'altezza del cuore. 


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