mercoledì 24 novembre 2021

30 anni senza Freddie Mercury, icona del rock

 di FRANCESCO TRONCARELLI

Il 24 novembre del 1991 nella sua casa a Logan Place nel Kensigton, moriva Freddie Mercury, aveva 45 anni, ufficialmente se ne andava per una broncopolmonite, la realtà della sua scomparsa l’aveva resa pubblica il giorno prima con un comunicato che non lasciava dubbi su quello che era il suo stato di salute.

 “Desidero confermare che sono risultato positivo al virus dell'HIV e di aver contratto l'AIDS. E' arrivato il momento che i miei amici e i miei fan in tutto il mondo conoscano la verità e spero che tutti si uniranno a me, ai dottori che mi seguono e a quelli del mondo intero nella lotta contro questa terribile malattia".

"Freddie is dead". Così titolava il tabloid "The Sun" per annunciare la sua morte. Tre parole, una frase secca, accompagnata dall'immagine, più che viva del leggendario cantante dei Queen a braccia aperte sul palco davanti alla "Union jack". Tre parole tra cui solo il nome, tanta era la sua popolarità e grandezza per capire immediatamente di chi si stesse parlando. Di un mito. 

la prima band di Freddie Mercury, gli Hectics
Freddie Mercury infatti è stata la voce più incredibile ed emozionante del rock. Un artista unico nel suo genere, dotato di un grande carisma e di una presenza scenica teatrale e seducente, un personaggio che ha fatto la storia della musica internazionale, un talento di cui oggi, in tempi così grami di artisti e di pop campionato, si sente terribilmente la mancanza.

Era nato a Zanzibar da una famiglia indiana di origine Parsi, registrato all’anagrafe come Farrokh Bulsara. La sua fortuna fu il trasferimento in Inghilterra a 18 anni a seguito della rivoluzione che investì il paese africano. Appassionato di musica e con alle spalle studi in pianoforte, Freddie si diploma in Arte grafica e Design e frequenta la Londra artistica.

Anticonformista e spirito libero, entra in contatto con altri musicisti e gruppi che saranno fondamentali per la sua carriera, gli Smile, ne fonda uno, Ibex, e poi incide i primi pezzi, fa concerti e naturalmente si esibisce, sino ad arrivare all’aprile del 1970 quando insieme al chitarrista Brian May e al batterista Roger Taylor forma i Queen, a cui l’anno successivo si aggiungerà il bassista John Deacon.

i Queen

Da quel momento nasce la leggenda di uno dei gruppi più amati e apprezzati del panorama musicale internazionale e soprattutto la leggenda del loro frontman, l’istrionico e insuperabile Mercury, leader veramente di quella formazione che nel tempo ha venduto oltre 200milioni di dischi e ha tenuto 707 concerti in 26 nazioni diverse.

Concerti che erano vere e proprie rappresentazioni sceniche in cui Mercury dava il meglio di sé, vocalmente e teatralmente. Uno per tutti: quello al Live Aid del 13 luglio 1985 in cui Mecury in venti minuti di show, “tenne sul palmo della mano tutto il pubblico” come ricorderà David Bowie in seguito.  

La sua infatti era una voce potente ed espressiva, in grado di dare lustro anche ai brani meno brillanti del repertorio della band inglese che ha dettato legge dai Settanta agli Ottanta. Una voce che è stata oggetto di studio da parte di un team di ricercatori universitari e che ha stabilito non solo che la sua estensione vocale sfiorava le quattro ottave.

Ma soprattutto che la sua voce era così eccezionale, perché utilizzava la tecnica delle subarmoniche, tipica dei cantanti etnici come i Tuvan della Mongolia o i Tenores della Barbagia.

la prima pagina del Sun del 25 novembre 1991

Appariscente e coinvolgente sul palcoscenico, nella vita privata Mercury era schivo e riservato, amava i gatti e la pittura, Chagall il suo artista preferito. Aveva una collezione di cravatte ma non le indossava mai. I suoi idoli erano stati Cliff  Richard, poi Hendrix e i Cream. 

Per i Queen è stato autore di brani che hanno fatto il giro del mondo come "Bohemian Rhapsody", "Crazy Little Thing Called Love", "Don't Stop Me Now", "It's a Hard Life", "Killer Queen", "Love of My Life", "Play the Game", "Somebody to Love" e "We Are the Champions".   

Sono passati trent'anni dalla sua scomparsa, una vita, ma l'affetto nei suoi confronti è rimasto immutato ed il rimpianto per una perdita così grave per la scena musicale mondiale è condiviso da tutti. L'enorme successo del film ispirato alla sua vicenda umana e artistica che ha fruttato il premio Oscar a Rami Malek ne è la dimostrazione. 

I dischi dei Queen continuano ad essere trasmessi nelle radio ed acquistati nei negozi collezionando record su record, la sua voce incredibile ed unica emoziona sempre. "Freddie is dead", ma la sua musica è immortale.

 


giovedì 14 ottobre 2021

Le leggende della Lazio

di FRANCESCO TRONCARELLI

C'è chi è diventato laziale per i gol di Bruno Giordano, chi per quelli di Beppe Signori, chi per quelli di Miro Klose. Chi per le parate di Bob Lovati e le rovesciate di Silvio Piola, trasmettendo così questa sua passione agli eredi, nella ormai noto passaggio di consegne biancocelesti racchiuso in quella frase "di padre in figlio" che la dice tutta sul senso di appartenenenza a una società di calcio che è uno stile di vita e un concentrato di emozioni.

C'è chi è diventato laziale grazie a Giorgio Chinaglia, Long John, l'invincibile guerriero, il più grande di tutti, il mito assoluto, il calciatore che con la sua grinta e la voglia di ribellarsi al conformismo giallorosso dominante, è stato il simbolo del riscatto per il tifoso laziale nella città, l'emblema dell'orgoglio biancoceleste contro gli usurpatori sguaiati e rumorosi di una romanità abusiva.

Chi per il gol di Fiorini, chi per quello di Lulic, l'eroe del 26 maggio, chi per la follia contagiosa e gioiosa di Paul Gascoigne. A ciascuno il suo come disse il poeta, certo è che questi uomini e personaggi che hanno attraversato la Storia ultracentenaria della Prima squadra della Capitale lasciando un segno indelebile, sono stati sicuramente delle leggende della Lazio.

Lulic al 71°

 Leggende di una leggenda che non finisce mai di stupire e coinvolgere che sono raccontate e per certi versi svelate (informazioni e dettagli poco conosciuti) con competenza e passione dalla penna di Patrizia De Rossi, giornalista affermata e biografa di artisti come Bruce Springsteen, Gianna Nannini e Ligabue, in un bel libro che si legge tutto d'un fiato stampato a cura delle edizioni Diarkos.

311 pagine che scorrono veloci, anche se ricche di contenuti e storie bellissime e incredibili, grazie alle capacità narrative dell'autrice, 26 capitoli di lazialità entusiasmante e bella sotto ogni punto di vista, che passano in rassegna volti, nomi, ricordi e situazioni che hanno fatto la Lazio. 

Che hanno reso orgogliosi i tifosi della prima squadra della Capitale e degli appassionati che hanno scelto i colori del cielo e della bandiera greca (nazione delle prime Olimpiadi dell'era moderna) per partecipare allo sport attivo nella più grande Polisportiva d'Europa, la società sportiva Lazio appunto con le sue 57 sezioni e 19 attività associate.

Ciro Immobie Scarpa d'oro

Dal 1900 a oggi quella della Lazio è stata una storia di ardenti passioni, meritate conquiste e dolorose cadute, fatta di momenti di orgoglio e di lotta che hanno cementato la fede biancoceleste intorno alla sua maglia e al suo ideale che questo bel libro racconta attraverso le sue leggende.

Dalla nascita sulle rive del Tevere grazie a un gruppo di figli del popolo, dove viene spiegato veramente come andò su quel famoso barcone denonimato Pippanera (e perchè si chiamava così) sino ad arrivare all'era Lotito.

Un viaggio che appassiona con i grandi campioni che hanno vestito i suoi colori, in campo e fuori: dal primo capitano Sante Ancherani al bomber Ciro Immobile, dall'attaccante da record Silvio Piola al portierone Bob Lovati, dall'indimenticabile Tommaso Maestrelli a Simone Inzaghi, da Giuliano Fiorini, ad Alessandro Nesta e Roberto Mancini. 

Nesta capitano della Lazio pluricampione

Dal primo trofeo - la Coppa Italia 1958, con Fulvio Bernardini in panchina - allo scudetto nell'anno del centenario alla vittoria della Coppa Italia nel derby del 26 maggio 2013. C'è tutto. E di più. 

Persino il campionissimo del ciclismo "c'è un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi" che corse per la societa biancazzurra, come una volta veniva definita la Lazio

Ma non solo, ci sono anche, tra gli altri, il premio Nobel Grazia Deledda che frequentava la sede allora in via Veneto e scriveva per la rivista ufficiale della società organizzando incontri culturali e la principessa Mafalda di Savoia che finì deportata a Buchenwald.

laziali di padre in figlio

Due esempi di presenze femminili importanti e soprattutto di figure di alto spessore morale e culturale che danno la vera immagine di cosa abbia significato da sempre essere Laziali, Laziali con la "l" maiuscola veramente.

E c'è anche una vera e propria chicca per molti, ovvero  la storia del portoghese Francisco Dos Santos, un artista che sarà poi molto apprezzato anche in campo internazionale per le sue sculture, che è stato il primo calciatore straniero con la maglia biancoceleste (giocava insieme al mitico Ancherani).

Quando tornò a Lisbona fu tra i fondatori del Benfica, la squadra di campioni con in testa la "pantera nera" Eusebio, a cui diede come stemma un'Aquila. Quella che aveva conosciuto con la Lazio.

Una leggenda della Lazio, la società più leggendaria di tutte.

 

 




 





 

venerdì 18 dicembre 2020

"Cent'anni insieme", l'inno più vincente

di FRANCESCO TRONCARELLI

Tra i tanti inni e canzoni dedicati alla Prima squadra della Capitale, "Cent'anni insieme" è sicuramente quello più speciale. E' l’unico infatti di cui si conosce la data di uscita. Una caratteristica non da poco perché solitamente di questi brani non si sa mai con certezza quando siano stati incisi e immessi sul mercato. 

Qui la data è certa, altro che. Ma non solo. Ci sono altre due caratteristiche che lo rendono particolare al di là del suo essere fra i migliori: è quello che può essere considerato il più vincente e al tempo stesso quello che è “durato” meno di tutti. 

Ma andiamo con ordine. “Cent’anni insieme” è uscito in una data particolare, il 9 gennaio del 2000, nell’anniversario quindi della fondazione della Lazio che in quel giorno festeggiava i suoi primi cento anni di storia.

Una data tanto attesa dalla tifoseria, perchè si raggiungeva un traguardo importante che legava due secoli fra loro nel segno dell'Aquila e di un ideale di sport praticato ad altissimi livelli da migliaia e migliaia di atleti in varie dispcipline e che aveva avuto appunto nel calcio la sua espressione più alta e popolare.

Il pass del Centenario

Il disco non a caso è conosciuto anche come “la canzone del Centenario” che ha debuttato in occasione della partita di campionato Lazio-Bologna (3 a 1) insieme alla maglia speciale realizzata per l'evento: bianca con una fascia celeste che scendeva fino alle maniche ricamata sul petto ed attraversata al centro da una striscia color oro.

Anche lo stemma era nuovo, sullo scudo biancoceleste infatti oltre all'aquila era riportato il numero "100". Lo stesso logo sarà presente sulla copertina del CD delle canzoni realizzate per l'occasione, e questo perchè l'inno che apriva l'album era ufficiale, tra i pochissimi inni a potersi fregiare di questo titolo dall'origine.

Per questo motivo il brano veniva diffuso all'Olimpico ad ogni partita della squadra, diventando così la vera e propria colonna sonora della travolgente stagione 1999-2000. 

E qui entrano in gioco le altre sue due caratteristiche. E’ stato il più vincente, perché le sue note e le sue parole hanno accompagnato “mano pe’ mano” la vittoria dello Scudetto, la vittoria della Coppa Italia e la vittoria della Supercoppa. E' insomma il disco del Triplete, un trionfo. 


Vincente come nussun altro mai senza ombra di dubbio ma anche, ecco la seconda caratteristica, il più breve di tutti. Quello che tecnicamente ha avuto la vita più corta. “Cent’anni insieme” infatti ha concluso la sua mission con la fine dell'anniversario, la notte del 9 gennaio del 2001, all'Olimpico, con la partita Lazio-Cina organizzata per la chiusura del Centenario.

Un utilizzo intensivo dunque ricco di soddisfazioni e gioie ma terminato purtroppo come tutte le cose belle, troppo presto. Per poterlo riascoltare infatti, si sono dovuti aspettare 20 anni. E’ successo il 16 febbraio del 2020 prima della vittoriosa partita contro l’Inter quando la Lazio dominava il campionato.

Ad intonarlo in uno stadio traboccante di folla e di entusiasmo, è stato Briga, l’artista con l’Aquila tatuata sul cuore che ha intrattenuto i tifosi con un medley di vari brani del suo repertorio culminato con la riproposizione dell’inno del Centenario, omaggio molto gradito dal pubblico che ha partecipato alla sua performance, cantandolo insieme a lui dagli spalti. 

Una scena molto emozionante, che quella sera a molti ha fatto rivivere atmosfere esaltanti come nella stagione 1999-2000, nella speranza di rivedere realizzato il sogno tricolore, non sapendo che il Covid invece era in agguato e avrebbe fermato quella squadra. 

Mattia Briga canta "Cent'anni insieme" sul prato dell'Olimpico

Questo brano poi ha una peculiarità che lo contraddistingue da tutti quelli che "parlano" di Lazio, un aspetto particolare perchè riguarda la sua essenza. E' una canzone corale, non di un singolo artista, per la prima volta è stato coinvolto il mondo Lazio.

Tutti quei personaggi che in quel periodo gravitavano intorno alla squadra che ha portato il calcio a Roma con la loro passione, la loro arte e il loro tifo, furono chiamati a partecipare all'iniziativa discografica. 

Al centro del progetto che ha ideato e realizzato questo prodotto ben confezionato e sicuramente molto bello dal punto di vista musicale, c'era la coralità, la partecipazione, l'essere uniti per vincere insieme ai giocatori che scendevano in campo. 

Una squadra di artisti insomma disposti a dare il meglio di sè per portare a termine un disco che sarebbe rimasto nella memoria collettiva. E così è stato. Perchè tutti i tifosi hanno consociuto e cantato questo inno e i vari pezzi del CD.

Lo ha prodotto e scritto Marcello Reddavide, un passato ad altissimi livelli come componente di uno dei più famosi gruppi del Prog italiano, i Semiramis, il cui frontman era un giovane Michele Zarrillo e un presente da manager navigato. 

Marcello Reddavide col CD

E' lui, laziale dalla nascita, che ha avuto l'idea del pezzo, l'ha scritto insieme ad Enrico Lenni che aveva steso una prima versione e che poi l'ha realizzato con le musiche e gli arrangiamenti di Massimo Berni e Thoty Vitale. 

Ma è soprattutto lui che ha chiamato a partecipare a questo che è stato sicuramente un evento, un nutrito e variegato gruppo di personaggi dello spettacolo laziali. Nomi come Toni Malco, Enrico Lenni, Aldo Donati, Francesco Scarcelli, Pino Insegno, Giulio Todrani, Edoardo Guarnera, Max Evangelista, Chaly Albert.

Fra loro anche Mino Reitano che simpatizzava per l'Aquila avendo conosciuto Chinaglia e company al Maestrelli, dove andava ogni tanto a tirare due calci con loro e il difensore dello scudetto Alessandro Nesta. 

Una squadra di campioni della musica quindi, che ha partecipato alle varie sessioni di registrazione presso lo studio "Sonic" nei pressi proprio di piazza della Libertà, quartiere Prati, dove fu fondata la Lazio dal bersagliere Luigi Bigiarelli con altri otto amici sportivi. 

Un lavoro complesso che ha richiesto qualche giorno ma che ha partorito un disco molto coinvolgente ed emozionante curato nei minimi particolari, un brano dalle sonorità accattivanti e dal forte impatto sin dalle prime note e che nelle voci degli artisti che si alternano fra loro, ha ovviamente la chiave di volta del tutto. 

Un inno bello e vincente che a distanza di tempo continua a scuoterti dentro e che merita di essere riascoltato.


Sarà che sei biancoceleste come il cielo
Sarà che quanno gioci tu
Se spicca er volo
Sarà che c'hai la gente tua che vale oro
Che nun s'azzitta mai
Sta sempre in coro
Ma c'e na cosa che te vojo di
Che so' cent'anni che me fai mpazzi
Cent'anni insieme, insieme a te
Pe' centanni insieme a te
'Sto secolo t'e scivolato addosso
Er core mio pe' te nun s'e mai perso
Cent'anni insieme, mano pe' mano
Piu de tutti piu lontano
Noi pe' sempre insieme
Sotto questo cielo blu
Lazio esisti solo tu
Sara che con la Lazio dentro ce so nato
E che da quer momento m'ha stregato
Sara che ultimamente so' piu innamorato
Che quando giochi tu sto senza fiato
Uh, uh, uh
Uh, uh, uh
Uh, uh, uh
Cent'anni insieme, insieme a te
Pe' centanni insieme a te
Nun te se po' scordà
M'hai fatto 'nnamora
Tu che me fai sogna
Cent'anni insieme, mano pe' mano
Piu de tutti piu lontano
Noi pe' sempre insieme
Sotto un cielo biancoblu
A piazza della Libertà
 

mercoledì 8 aprile 2020

Scudetto 74, quando la Lazio era una famiglia: il video

di FRANCESCO TRONCARELLI


Nei giorni del "io resto a casa", quando ti manca tutto, a cominciare dagli incontri con gli amici, il caffè al bar, l'attesa dal barbiere, la passeggiata al mare, insomma la normalità della vita, spunta a sorpresa un filmino amatoriale che ti riporta al calcio, alla Lazio, una di quelle "cose" che riempivano le tue giornate, le tue domenche, da sempre e che mancano tremendamente.

Un piacevole uovo di Pasqua con una sorpresa incredibile che ti fa emozionare. Una chicca inaspettata che ti rimanda a un mondo che non c'è più ma che è stato bello vivere quando la Lazio era una grande famiglia ed era vissuto dalle famiglie intere. Genitori, figli e nonni tutti insieme appassionatamente per vivere un sogno.

Il regalo inaspettato che ci arriva è un filmino amatoriale girato il 12 maggio del 1974, una data storica per chi ha i colori biancocelesti nel cuore, il giorno in cui la prima squadra della Capitale ribadì la sua supremazia anche sul campo vincendo il primo scudetto della sua storia.

Un superotto a colori che racconta quel famoso Lazio-Foggia cogli occhi della famiglia Cotti, laziali come tanti, marito, moglie e prole al seguito, un maschietto e una femminuccia, che quella domenica di maggio parteciparano a un evento memorabile. Diventando loro stessi evento, al pari degli altri 83mila e rotti presenti (record ineguagliato nella storia delle partite giocate all'Olimpico).

Immagini riprese alla buona, ma proprio per questo eccezionali, perchè sanno di amore, di passione, di tifo spontaneo e casareccio, di quando il calcio era a misura d'uomo e non di sponsor, quando si andava allo stadio con la giacca, il panino e il fiasco di vino. E con la bandiera.


Sei minuti e mezzo di Lazio, sei minuti e mezzo di brividi, sei minuti e mezzo di emozioni, sei minuti e mezzo di uno Scudetto che ancora oggi fa venire i lucciconi. Sei minuti e mezzo che iniziano con la piccola di casa che guarda la cinepresa, poi l'obiettivo stacca sul fratellino che sorride e s'incammina verso lo stadio.

Ha la bandiera in mano, la sventola, e come lui tanti altri tifosi si avviano verso la giornata più bella della loro vita, tra palloncini colorati e bandiere al vento. Da quel momento è tutto un susseguirsi di emozioni e flash di una partita vista dalla Sud, dove negli anni 70 c'era il cuore del tifo biancoceleste.

Il gruppo è posizionato in basso, subito sopra il parterre, lato verso la tribuna Tevere. E subito arriva un momento bellissimo: Luciano, il capo tifoso storico che avevo immortolato nel mio film "Ultimo mambo all'Olimpico", sfila nei posti in piedi, il parterre, con uno starno vestito, una specie di saio da monaco a righe biancocelesti.

Una maschera incredibile come lui, che mentre cammina agita due bandiere, una per mano. Poi migliaia di bandiere al vento svegliano lo stadio, i tifosi sono già a mille, ecco papà Cotti, capello lungo alla Pooh come andavano in quel periodo che agita un campanaccio, i figlioli contenti come la gente intorno a lui col cappello della Rosso Antico che veniva regalato quel giorno.

Entra Lenzini, il presidente, siamo al 2° minuto e una manciata di secondi del video, è l'apoteosi, lo stadio esplode, lui saluta soddisfatto il pubblico, felice di essere arrivato a questo match così importante che può regalare in anticpo di una giornata il Tricolore a Roma. Lo si vede vicinissimo il Sor Umberto.


Poi è il momento delle squadre, e le bandiere tornano ad impazzire al vento, ecco Felice Pulici che si avvia alla sua porta compiendo il solito rituale: un tocco con le mani all'incorocio sinistro, poi a quello destro.

Inizia la partita, foggiani e laziali "combattono",  le azioni si susseguono, ma sta per arrivare il momento clou. E' il minuto 3 del filmato, c'è il rigore. Chinaglia è pronto, lo si vede bene, parte la rincorsa, parte la bomba, tutti schizzano in piedi, anche davanti la cinepresa è il caos.

L'Olimpico è tutta una bandiera, l'entusiasmo è a mille. E' fatta. E così al minuto 4° si vede cominciare l'invasione di campo. Uno, due, dieci, mille tifosi entrano in campo, sugli spalti la ripesa coglie due fratelli, sono in estasi e frastornati, le guance rosse per l'eccitazione, uno beve direttamente dal fiasco di vino l'altro piange e si asciuga le lacrime, sul tabellone a caratteri cubitali compare la scritta LAZIO.

Mezzo stadio è entrato in campo ed è iniziata la folle, liberatoria corsa sulla pista che circonda il rettangolo di gioco, una marea di tifosi corre con le bandiere, giri su giri, un carosello impazzito di felicità che non si era mai visto nè si vedrà mai più.

Una mongolfiera si alza verso il cielo, mamma Cotti abbraccia la figlioletta e le carezza le guance, il papà a torso nudo piange. Scene incredibili che ti scuotono, poesia pura, meglio di un film neorealista di Vittorio De Sica o di una pellicola visonaria di Fellini. E la felicità continuerà fuori l'Olimpico con una Fiat Giardinetta addobbata per la festa.

La festa per il sogno raggiunto, la festa di una famiglia laziale, come avrebbe potuto essere la nostra. Come l'hanno vissuta i nostri genitori, i nostri fratelli, noi. Grazie Lazio, grazie a chi c'era e soprattutto grazie famiglia Cotti, la famiglia di tutti noi laziali.


giovedì 13 febbraio 2020

Chinaglia sul cuore

di FRANCESCO TRONCARELLI


Al di là delle reti segnate e del suo vivere le partite da trascinatore, Giorgio Chinaglia riveste un ruolo sicuramente importante nella storia della Lazio. Non è stato solo il calciatore più amato da sempre dalla gente laziale Long John, ma un vero e proprio simbolo da seguire e applaudire a prescindere, per la sua completa dedizione alla causa biancoceleste, per la sua voglia di vincere, per il suo essere Giorgio Chinaglia il grido di bataglia.

Un mito che con le sue gesta ha dato la forza ai tifosi di rialzare la testa con orgoglio dopo anni di mediocrità e saliscendi dalla cadetteria, in una città dove da sempre stampa, poteri forti e personaggi vari col contorno di "nani e ballerine", spingevano per l'altra sponda, dove nonostante si fosse padroni delle origini del calcio, ci si sentiva ospiti.

Con Giorgio Chinaglia è cambiato tutto, perchè è stato un leader carismatico che ha dato il via al risorgimento laziale, un protagonista assoluto che è stato così amato, da essere individuato dalla società come testimonial di se stessa. Ha ricevuto infatti un privilegio che nessun altro calciatore ha mai avuto. Un omaggio particolare, sicuramente semplice, ma significativo della stima e dell'attaccamento che il mondo Lazio aveva nei suoi confronti.

Solo Giorgione è stato raffigurato, in immagini e disegni, sulle tessere d'abbonamento per il campionato, i necessari passpartout per seguire le partite in casa della squadra senza fare il biglietto ogni domenica. Solo lui, l'invincibile guerriero, su quei cartoncini rettangolari che davano il diritto di assistere alle gesta dei ragazzi con la maglia biancoceleste e sancivano al tempo stesso l'appartenenza come sostenitori, anche economicamente e al di là dei risultati, alla prima squadra della Capitale.


Neanche Maradona dei tempi d'oro, oggetto di culto con murales e foto giganti per la città, è finito sulle tessere del Napoli. Come neanche Rivera e Riva per citare due calciatori degli anni di Long John su quelle rispettivamente di Milan e Cagliari. Nè tanto meno Ronaldo adesso in quelle della Juve. Figurarsi poi puponi, capitan futuri remoti, belli de nonna e de mamma. Nessuno. Solo Giorgio Chinaglia.

Sono addirittura cinque e di seguito, le stagioni in cui Giorgio diventa il "santino" da custodire nel portafoglio riposto nel taschino della giacca, altezza cuore, fra le cose più care, pronto ad essere usato al momento opportuno e da custodire poi a fine torneo fra i ritagli di giornale, le figurine Panini e le riviste a tinte biancocelesti dell'annata conclusa come un cimelio.

La prima volta di Chinaglia sulla tessera da portare sempre con sè, sul cuore, è nel campionato 1971-72.  E' un celebre scatto dell'anno precedente. raffigura Giorgio con le mani levate al cielo in segno di esultanza dopo aver segnato un gol all'Inter (22 marzo1970) che riceve l'applauso dei tifosi della Tevere. Sopra di lui, in un tondo, Silvio Piola, il mitico centravanti biancoceleste e dell'Italia due volte Campione del mondo. Una sorta di passaggio di consegne fra due dei bomber più forti di sempre del sodalizio biancazzurro.

L'immagine è bellissima e restera la migliore della serie e sarà quella più beneaugurante e fortunata, perchè in quella stagione il numero 9 dell'attacco laziale siglerà ben 21 reti trascinando così la squadra verso la serie A dopo un anno di purgatorio. Non solo, come capocannoniere del torneo cadetto dalle acclarate qualità realizzative, sarà chiamato all'esordio in Nazionale dal CT Ferruccio Valcareggi per l'amichevole con la Bulgaria a Sofia. Subito in gol dopo 5 minuti dall'ingresso nella ripresa, secondo laziale dopo Piola (era destino dunque...) nel realizzare una rete nello stesso lasso di tempo dall'entrata in campo.

La stagione successiva inizia la serie di tessere con dei disegni. E come per quella del campionato precedente, è il disegno più bello, il migliore in assoluto. E non poteva essere diversamente perchè ad eseguirlo fu un artista di fama internazionale, Domenico Purificato. Pittore della Scuola romana insieme a Guttuso e Mafai con opere esposte nelle gallerie d'arte di tutto il mondo, scenografo per il Cinema e direttore dell'Accademia di Brera. E ovviamente tifoso laziale. Il suo Chinaglia è inconfondibile e realisticamente vero. Un'opera d'arte in miniatura per un artista del pallone.



Ovviamente quello che fu un piccolo capolavoro non poteva essere replicato e così i bozzetti per le stagioni successive, pur apparendo dei disegni originali e di forte impatto nella loro sinteticità espressiva, non raggiungeranno la bellezza del primo. Lo stesso Chinaglia, scelto sempre dalla società di via Col di Lana come testimonial della Campagna abbonamenti, è meno riconoscibile, soprattutto in quello della stagione 1974-75 che appare troppo stilizzato
 
Resta il fatto che per i fedelissimi che si abbonarono in quei campionati, avere Chinaglia nella tessera che foratura dopo foratura (le card a rivelazione magnetica tramite codice a barre arriveranno decenni dopo) li accompagnerà prima allo Scudetto e dopo al Tricolore sulla maglia del disegno, sarà una cosa bellissima, un ricordo emozionante e una memorabilia storica.


L'avventura per imagini di Chinaglia sulle tessere, si conculderà con la stagione 1975-76. Quasi un presagio di quello che succederà al termine di quel campionato in cui Corsini era subentrato a Maestrelli ormai malato e che vedrà l'addio di Giorgione dall'Olimpico destinazione Cosmos. Questa volta si torna alla foto.

E' uno scatto che ritrae l'ingresso in campo della squadra proveniente dagli spogliatoi in fila indiana, come si faceva allora. Lui è il terzo, con la fascia da capitano, è al centro dell'immagine, sotto la lettera "L" di Lazio. Sorride, sarà uno degli ultimi sorrisi prima della fine di una storia incredibile vissuta con l'Aquila sul petto. Sarà l'ultima immagine di Chinaglia conservata gelosamente nel portafoglio dei tifosi all'altezza del cuore. 


mercoledì 15 gennaio 2020

Lazio, ecco il primo inno

di FRANCESCO TRONCARELLI



C'è voluta la Lazio di Maestrelli per inondare il mercato discografico di canzoni dedicate alla prima squadra della Capitale. Quella squadra che con i gol di Chinaglia conquistava tutti i campi da gioco d'Italia sino a conquistare lo Scudetto, scatenò infatti autori e artisti sollecitandoli a realizzare brani ed inni entrati poi nella storia del tifo e della musica.

Ma prima? Già, prima dell'avvento di pezzi come "forza Lazio senza mago vinceremo il campionato" di Silvestri, il primo di quella magnifica ondata o della "Società dei gran Campioni" di Camponsechi, uno dei tanti di quel periodo magico, che si cantava? O meglio c'era qualche inno? Buio assoluto.

Nelle enciclopedie o siti che si occupano di cose biancocelesti non c'è traccia alcuna. Nè tanto meno comunicatori che si occupano di Lazio e di tutto quello che le ruota attorno ne sanno o scritto qualcosa. Come se tutto fosse cominciato quindi con lo strapotere nel calcio della banda Maestrelli.

Ma non è così. E' come per il film interpretato da Giorgio Chinaglia che nessuno ricordava nè aveva visto e chi scrive ha riscoperto tra lo stupore generale con tanto di successiva menzione su Wikipedia nella pagina dedicata al centravanti laziale, che ovviamente prima non lo riportava. L'inno c'è. Ed è esattamente di dieci anni prima lo scudetto, è stato inciso infatti nel 1964.

Si tratta di un brano speciale, perchè inserito nel gruppo di quelli partecipanti ad un festival della canzone sportiva organizzato da Gianni Ravera a Sanremo, per rendere omaggio alle squadre del campionato di serie A di quell'anno.


In quella stagione la neopromossa Lazio si comportò al meglio delle sue possibilità tecnico tattiche:  partenza bruciante con 14 punti in undici incontri (i punti erano 2 per la vittoria), seguita da una fase negativa pesante (sette sconfitte) sino al recupero nel finale con alcune belle vittorie che ancora oggi vengono ricordate come imprese, quelle contro il Milan (1 a 0 gol di Morrone) e a Torino con la Juve addirittura per 3 a 0 con reti di Landoni, Maraschi e Morrone.

Cei, Zanetti, Garbuglia, Carosi, Pagni, Gasperi, Maraschi, Landoni, Galli, Morrone, Governato l'undici tipo, con rincalzi come Rozzoni, Mari, Giacomini e Mazzia a completare una rosa troppo ristretta per un torneo a 18 squadre vinto poi dal Bologna nel famoso spereggio con l'Iinter disputato a Roma all'Olimpico.

Il campionato per la squadra allenata da Juan Carlos Lorenzo si concluse con un soddisfacente ottavo posto condizionato peraltro dai continui balletti societari e bilanci sempre al limite del rosso che il Presidente Angelo Miceli, dopo la burroscosa esperienza di Ernesto Brivio, cercava di contenere con difficoltà

La canzone dedicata a quella suadra, s'intitolava "Forza Lazio, la cantava Aura D'Angelo, artista genovese molto popolare nei "favolosi Sessanta" e successivamente conduttrice di programmmi televisivi e radiofonici. Voce brillante e dalla estensione notevole, la D'Angelo incideva per la etichetta Carosello, una delle poche case discografiche ancora in attività con artisti del calibro di Coez, Levante e The Giornalisti prima dell'uscita di Paradiso.

Gli autori sono tre nomi dello Spettacolo molto noti. Per la musica Mario Ruccione, vincitore di due Sanremo con le sue canzoni interpretate da Claudio Villa ed autore tra i tanti di brani celebri come "Vecchia Roma" e "Roma forestiera" nonchè di una delle canzoni simbolo del regime fascista "Facceta nera".

Il testo si deve ad Antonio Amurri, umorista famosissimo autore in coppia con Jurgens prima e Dino Verde poi di tanti programmi televisivi e trasmissioni radiofoniche e dei  testi di canzoni come "Stasera mi butto" per Rocky Roberts, "La banda" e "Vorrei che fosse amore" per Mina e "Zum Zum Zum" e "Buonasera buonasera" per Silvie Vartan. A collaborare con lui un giovane Luciano Rispoli che diventerà uno dei personaggi pià famosi della televisione.

Il disco risente dell'atmosfera gioiosa di quegli anni irripetibili della storia del costume italiano e che fecero da apripista al Boom economico. Una musica frizzante e orecchiabile che trasposrta chi ascolta e che ha il momento clou nel ritornello "Forza Lazio, forza Lazio, vojo vede quante reti je sai fa" che resta subito impresso e che ha una ripresa poi con "Daje Lazio, daje Lazio" pe' davvero nun li devi fa rifiatà" cui segue l'inevitabile "e la Roma sta a guardà".

Da notare che il pezzo inizia con la prima frase di uno slogan che in quei tempi era un classico della tifoseria biancoceleste. Un coro ormai dimenticato ma che per anni è stato intonato dalle gradinate dell'Olimpico e che faceva "l'avemo imbriacati oh oh oh, co' l'acqua de Frascati oh oh oh, cor vino de Bologna oh oh oh, oh che vergogna!".

L'inno di Aura D'Angelo inizia appunto con "l'avemo imbriacati" a cui aggiunge un altro coro che andava per la maggiore come sfottò, ovvero "E nun ce vonno sta". Cori e battute che rimandano a un tifo casareccio e senza tante pretese, quando sugli spalti si andava a vedere il derby senza distinzioni di settore, tra amici e col vestito buono della domenica e spesso con qualche pagnottella per rifocillarsi ed ingannare l'attesa.

La canzone venne proposta per alcune domeniche dagli altoparlanti dell'Olimpico quando giocava la Lazio tra l'annuncio di una pubblicità e l'altra e prima dell'ingresso delle formazioni in campo, come si usava una volta. Poi non si ascoltò più. E su quel primo "Forza Lazio" in musica cadde l'oblio. Fino ad oggi. E' tempo perciò di riascoltarla, eccola.


venerdì 10 gennaio 2020

Quelli che hanno portato il tifo alla Lazio

di FRANCESCO TRONCARELLI


La storia della Lazio non può prescindere dai suoi tifosi. Sempre presenti nel bene e nel male per sostenere l'Aquila. Tutto iniziò sul Muretto della Curva negli anni di Chinaglia con il CML, il primo gruppo organizzato nei 120 anni di vita del sodalizio biancoceleste

Formidabili quegli anni. Le radio private non trasmettevano ancora, di telefonini neanche a parlarne, eppure il tam tam virtuale fra i tifosi della città funzionava ugualmente e così ogni domenica il “tutti allo stadio”, trovava sugli spalti dell’Olimpico la più ampia conferma. In modo speciale in curva, dove se non andavi tre ore prima l’inizio della partita, il posto buono te lo sognavi e ti dovevi adattare agli scomodissimi posti in piedi, quelli “sotto il livello del mare”, nel parterre.

Così all’apertura dei cancelli, c’erano già due-trecento persone pronte all’assalto, per conquistare il “Muretto” della Curva Sud, il penultimo balconcino della gradinata alta verso la Monte Mario per intenderci, da dove si dava il la al tifo e di conseguenza la sveglia allo stadio.

Curva Sud, avete letto bene, perché a quei tempi, negli anni Settanta, nell’ambito delle due tifoserie della Capitale, non c’era distinzione fra le curve. La Sud apparteneva a tutti e veniva occupata di volta in volta dai sostenitori della Lazio o della Roma, a seconda di chi giocasse in casa.

Questo perché nel vecchio Olimpico, quello “originale”, arioso e senza copertura che è esistito fino ai Mondiali di Italia 90, nella Sud si aveva il privilegio e la possibilità di incitare subito i propri beniamini e conseguentemente di farsi sentire da quelli avversari, in quanto le squadre che provenivano dagli spogliatoi, uscivano direttamente sotto la Sud dopo aver percorso un lungo corridoio interno.

La Sud rivestiva quindi una posizione strategica che le consentiva automaticamente di ergersi come unica ed indiscussa “depositaria” del tifo. Ecco perché è qui, in questo settore, che nascono i primi gruppi organizzati dell’Aquila ed è qui che i fedelissimi conquistano sugli spalti lo Scudetto al pari di Chinaglia e soci sul campo.

Il Muretto dà il la al tifo all'entrata in campo della squadra
Proprio in quegli anni infatti, quelli del raggiungimento di un sogno impossibile grazie alla banda Maestrelli, il tifo biancoceleste subì una metamorfosi fondamentale, passando dallo spontaneismo  caciarone che aveva segnato gli anni Sessanta alla militanza organizzata, che avrebbe dato una svolta a tutto un ambiente.

Nello stadio così, la partita si cominciò a vivere con un altro spirito, frutto della partecipazione in prima persona all’evento sportivo, in linea e sulla scia di quel vento riformatore messo in moto dal ’68, quel movimento riformista e al tempo stesso ribellista, che aveva avuto ampie ripercussioni nella società, nel mondo del lavoro, nella scuola e nella politica. E nello stadio, appunto.

Tanti giovani, anzi giovanissimi, entrarono nel giro del tifo in quegli anni di cambiamenti epocali, con l’entusiasmo e l’irruenza tipica della loro età, mettendo in moto un meccanismo che nel giro di qualche anno fece diventare la Curva laziale, una curva forte e compatta, temuta e rispettata, anticonformista (dato il vento giallorosso che spirava nella città) e vincente.

Fu un percorso non privo di ostacoli, perché tutto sommato il tifo a favore della società che ha portato il calcio a Roma esisteva da sempre, ma era troppo datato, nei modi e nei comportamenti. Esistevano infatti i “vecchi” Circoli, poi diventati con termine più moderno, Lazio Club, che svolgevano la funzione di punto di riferimento e ritrovo sul territorio, urbano e provinciale, dei sostenitori della squadra biancazzurra.

Qui, tra una partita di briscola e una di scopetta, si allestivano le trasferte al seguito della squadra, le famose “carovane biancocelesti” e i cosiddetti treni speciali e sporadicamente, incontri conviviali con i giocatori della prima squadra.

la Lazio 1971-72
Ma "The times they are a changin", i tempi stavano cambiando, come aveva annunciato a tutto il mondo il menestrello del rock Bob Dylan e perciò anche sugli spalti dell’Olimpico dal classico e coinvolgente “Lazio cha-cha-cha”, accompagnato dal battito scandito delle mani che sembrava il massimo in fatto di sostegno alla squadra, si sarebbe passati agli slogan lanciati in coro, alle canzoni cantate tutti insieme, agli striscioni personalizzati ed ai tamburi per cadenzare ritmi e tempi. Alla vera organizzazione del tifo insomma.

Del resto la Lazio con i suoi campioni ed il suo gioco, faceva sognare la gente, collezionando successi e risultati positivi a raffica come non mai, logico quindi e anche inevitabile lo starle vicino nel miglior modo possibile. questo contesto di partecipazione, il “Muretto” rivestiva un ruolo fondamentale.

Da lì nasceva tutto. Da lì si dettava la linea. Si decideva cosa fare, come tifare, quando cantare, quando fischiare. E quando agire. Dieci posti ambitissimi distribuiti sulla lunghezza di cinque metri del balconcino, ad esclusivo appannaggio dei capi riconosciuti come tali per militanza e creatività.

Come dire duri e puri e addetti al marketing. Poi, a seguire nelle cinque file successive a salire e in quelle ai lati del balconcino della gradinata alta della curva, lo zoccolo duro dei sempre presenti, il cosiddetto “blocco degli aficionados”. Un migliaio di persone che non mancavano mai, composto da nuove leve del tifo di ogni estrazione sociale e da quelli della vecchia guardia, ossia personaggi che negli anni Sessanta avevano fatto il quarantotto contro l’arbitro Rigato (per il famoso gol di Seghedoni annullato a Lazio-Napoli) o avevano partecipato a epiche scazzottate ai derby coi romanisti.

Pioggia o vento, sole o austerity (nel ’74 il Governo decretò il blocco della circolazione di tutti gli autoveicoli per la crisi energetica), i fedelissimi erano sempre là, al loro posto, al servizio della Lazio e a stimolare con la loro passione tutti gli altri. A fare da collante di questo settore caldo, il CML, il gruppo che da solo garantiva più della metà del “blocco” e che avrebbe cambiato i giochi, con la sua irruenza giovanile.Commandos Monteverde Lazio, come dire, quelli che hanno portato il tifo in curva.

un lancio di Agenzia: funerale alla Roma dei tifosi laziali
Sì perché questo sodalizio storico, è stato in assoluto il primo gruppo giovanile organizzato che si è costituito a Roma (14 novembre 1971) nell’ambito delle due tifoserie capitoline (i Boys giallorossi sono del ’72!), nato appunto per sostenere la Lazio scoppiettante di Juan Carlos Lorenzo con i vari Morrone e Governato e naturalmente Wilson e Chinaglia,

I CML avevano accompagnato la Lazio nella risalita in serie A, portando fantasia e freschezza sugli spalti e lanciando tra l’altro la moda dei bandieroni e della “spallata” (una sorta di ola ante litteram), erano via via cresciuti al pari della squadra ed ora erano pronti a diventare grandi come lei.

Eskimo verde (il giaccone stile militare col cappuccio e la cintura in vita di moda fra gli studenti contestatori) o maxicappotto con ampi revers e i collettoni acquistati nei negozi intorno a via dei Giubbonari o a via del Corso, pantaloni a vita alta e a zampa d’elefante, pullover attillati e maglioni dolce vita, capello lungo e tirato tipo Pooh o arruffato come Lucio Battisti, borsa di tolfa a tracollo dove custodire panini, lattine e zuccotti di lana biancazzurri,foulard da annodare sulla fronte a mo’ di apache e qualche botto avanzato a Capodanno

I ragazzi di Monteverde partivano dalla sede in via degli Orti Gianicolensi con il loro mitico striscione lungo ventidue metri (record imbattuto per il vecchio Olimpico) dal colore blu notte e i caratteri cubitali bianchi con al centro la coccarda tricolore della Coppa Italia, unico trofeo vinto fino a quel momento in settant’anni di storia dalla prima squadra della Capitale e si dirigevano a piazza San Giovanni di Dio, per il concentramento dei supporters diretti allo stadio al capolinea del 28.

I Cml a Firenze
Una volta arrivati all’Olimpico, l’abbraccio ai cancelli con gli altri "correligionari" e via, tutti dentro ai posti di combattimento. E a quel punto iniziava lo spettacolo del tifo. Si cominciava con la coreografica sfilata dei bandieroni. Le bandiere più grandi (anche quattro metri per quattro!) sostenute da robuste e lunghissime canne da pesca, venivano esibite e sventolate lentamente nel parterre della curva, tra gli applausi di chi stava sugli spalti.

Seguiva il corteo interno, che all’occorrenza si trasformava in funerale della squadra avversaria con tanto di bara avvolta dalla relativa bandiera di riferimento, accompagnato da tifosi che avevano con sé tamburi, grancassa e trombe. A guidare il tutto era il mitico Leonida, un anziano tifoso col mantello e i lunghi capelli bianchi che lo facevano tanto un santone, che aveva girato l’Italia in lungo e in largo per seguire la Mitica ed era stato più volte intervistato e ripreso nell’esercizio delle sue funzioni dagli operatori del telegiornale.

Scaldato l’ambiente, si passava ai canti, con canzoni di successo (l’industria discografica a quei tempi viveva ancora il suo boom), che erano state rielaborate nei giorni precedenti le partite nel “pensatoio” degli Orti Gianicolensi, nella sede dei CML cioè e che venivano lanciate di volta in volta allo stadio. Tipo, per ricordarne qualcuna, il “Vincerà, la Lazio vincerà/ e la Roma in B, presto se ne andrà/ sarà come il Brasile di Pelè/ Chinaglia, Wilson, Ghio alè…”, versione riveduta e corretta de "L’Arca di Noè" di Sergio Endrigo che aveva trionfato a San Remo.

Oppure: “E quando il gol, arriverà, tutto lo stadio esploderà e la gente biancazzurra, tutta insieme strillerà:Giorgio gol, Giorgio gol”, che faceva riferimento all’intramontabile blues americano "When the saints", o ancora il più travolgente per esecuzione e coinvolgimento generale dei curvaroli “Nel tuo piede c’è soltanto dinamite, oh-oh-oh/ quando segni la tua Curva salta in aria, oh-oh-oh/ Long John, laralallala, Long John, oh yeah…”, rivisitazione del successo dei Delirium di Ivano Fossati, "Jesahel".
Long John in copertina
Poi c’erano gli slogan, di gran moda in quei tempi di “contestazione al sistema” come si diceva negli ambienti studenteschi e politicizzati, che scimmiottavano, ma “pro Lazio”, quelli più diffusi che minacciosamente risuonavano nei cortei. Due i più noti: “Giorgio Chinaglia è il grido di battaglia”, e il classico Wilson-Chinaglia-Re Cecconi, alla Lazio lo scudetto e la Coppa dei Campioni, che per anni è stato  urlato in tutti gli stadi d’Italia..

Il momento topico di quello spettacolo fatto di novità al passo coi tempi e folklore consolidato, che andava in onda ogni domenica tra colazioni al sacco a base di panini con la mortazza, lattine di coca cola e mandarini e arance, sempre utili per essere lanciati nei momenti di rabbia  e tensione verso il campo però, era la lettura della formazione.

Un vero e proprio rito, che veniva vissuto con fierezza e scaramanticamente da tutti i partecipanti, una testimonianza d’appartenenza ai colori biancocelesti  e al tempo stesso di attaccamento ai giocatori che quei colori con grinta difendevano sul rettangolo da gioco.

Cerimoniere ufficiale del rito, Luciano, il grande, indimenticabile Luciano, l’equivalente del capo tifoso Dante per la curva giallorossa. Uomo d’azione (a Livorno, da solo, difese un bambino con la bandiera biancoceleste dal vigliacco assalto di alcuni livornesi) ma anche di spirito, perché al di là del suo lavoro come monnezzaro, oggi si sarebbe chiamato operatore ecologico, era un cantante e ballerino mancato.

Il Tassinaro accoglie Giorgione di ritorno da San Siro
I suoi passi di danza in un equilibrio sempre più precario per qualche bicchiere di troppo, in piedi sul “Muretto”, immortalati in “Ultimo mambo all’Olimpico”, il film che ho girato su quegli anni e l’esecuzione della canzone “Marina”, con la curva che ondeggiava come nei concerti Baglioni o Vasco Rossi cantando appresso a lui il ritornello di quel brano di Rocco Granata, sono la testimonianza più genuina di una Curva spettacolare nel vero senso della parola.

E quando Luciano nel silenzio più assoluto iniziava a declamare la formazione della Lazio, un brivido saliva lungo la schiena dei fedelissimi che allo stentoreo “Pulici…”, rispondevano a piena voce “Oleeeè!”.

Poi il testimone della lettura delle formazioni passò al Tassinaro, leader emergente che proveniva dalle nuove leve. E fu l’apoteosi. Con mezza curva  in piedi per partecipare con orgoglio a quel rito, che veniva esaltato coreograficamente dal lancio di coriandoli, ricavati in quantità industriale, dalle copie dei giornali distribuiti gratuitamente allo stadio come Lancio.

Uno spettacolo. Che sarebbe continuato di lì a poco, “più forte e più superbo che pria”, al comparire dei nostri eroi sotto la curva, pronti per la battaglia sul campo. Insomma il famoso “voi con il cuore, noi con la voce”.

No, le radio private ancora non c’erano, di telefonini neanche a parlarne, i canali in tivù erano solo due e trasmettevano in bianco e nero, ma la passione per la Lazio era ugualmente tanta e in quel calcio a misura d’uomo e non di sponsor firmato Lenzini e Maestrelli, l’Olimpico era sempre pieno. E non ci si stancava mai di tifare. Formidabili quegli anni. Quelli dell'inizio del tifo, parte integrante e fondamentale della Storia della prima squadra della Capitale dal 1900.



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