mercoledì 15 gennaio 2020

Lazio, ecco il primo inno

di FRANCESCO TRONCARELLI



C'è voluta la Lazio di Maestrelli per inondare il mercato discografico di canzoni dedicate alla prima squadra della Capitale. Quella squadra che con i gol di Chinaglia conquistava tutti i campi da gioco d'Italia sino a conquistare lo Scudetto, scatenò infatti autori e artisti sollecitandoli a realizzare brani ed inni entrati poi nella storia del tifo e della musica.

Ma prima? Già, prima dell'avvento di pezzi come "forza Lazio senza mago vinceremo il campionato" di Silvestri, il primo di quella magnifica ondata o della "Società dei gran Campioni" di Camponsechi, uno dei tanti di quel periodo magico, che si cantava? O meglio c'era qualche inno? Buio assoluto.

Nelle enciclopedie o siti che si occupano di cose biancocelesti non c'è traccia alcuna. Nè tanto meno comunicatori che si occupano di Lazio e di tutto quello che le ruota attorno ne sanno o scritto qualcosa. Come se tutto fosse cominciato quindi con lo strapotere nel calcio della banda Maestrelli.

Ma non è così. E' come per il film interpretato da Giorgio Chinaglia che nessuno ricordava nè aveva visto e chi scrive ha riscoperto tra lo stupore generale con tanto di successiva menzione su Wikipedia nella pagina dedicata al centravanti laziale, che ovviamente prima non lo riportava. L'inno c'è. Ed è esattamente di dieci anni prima lo scudetto, è stato inciso infatti nel 1964.

Si tratta di un brano speciale, perchè inserito nel gruppo di quelli partecipanti ad un festival della canzone sportiva organizzato da Gianni Ravera a Sanremo, per rendere omaggio alle squadre del campionato di serie A di quell'anno.


In quella stagione la neopromossa Lazio si comportò al meglio delle sue possibilità tecnico tattiche:  partenza bruciante con 14 punti in undici incontri (i punti erano 2 per la vittoria), seguita da una fase negativa pesante (sette sconfitte) sino al recupero nel finale con alcune belle vittorie che ancora oggi vengono ricordate come imprese, quelle contro il Milan (1 a 0 gol di Morrone) e a Torino con la Juve addirittura per 3 a 0 con reti di Landoni, Maraschi e Morrone.

Cei, Zanetti, Garbuglia, Carosi, Pagni, Gasperi, Maraschi, Landoni, Galli, Morrone, Governato l'undici tipo, con rincalzi come Rozzoni, Mari, Giacomini e Mazzia a completare una rosa troppo ristretta per un torneo a 18 squadre vinto poi dal Bologna nel famoso spereggio con l'Iinter disputato a Roma all'Olimpico.

Il campionato per la squadra allenata da Juan Carlos Lorenzo si concluse con un soddisfacente ottavo posto condizionato peraltro dai continui balletti societari e bilanci sempre al limite del rosso che il Presidente Angelo Miceli, dopo la burroscosa esperienza di Ernesto Brivio, cercava di contenere con difficoltà

La canzone dedicata a quella suadra, s'intitolava "Forza Lazio, la cantava Aura D'Angelo, artista genovese molto popolare nei "favolosi Sessanta" e successivamente conduttrice di programmmi televisivi e radiofonici. Voce brillante e dalla estensione notevole, la D'Angelo incideva per la etichetta Carosello, una delle poche case discografiche ancora in attività con artisti del calibro di Coez, Levante e The Giornalisti prima dell'uscita di Paradiso.

Gli autori sono tre nomi dello Spettacolo molto noti. Per la musica Mario Ruccione, vincitore di due Sanremo con le sue canzoni interpretate da Claudio Villa ed autore tra i tanti di brani celebri come "Vecchia Roma" e "Roma forestiera" nonchè di una delle canzoni simbolo del regime fascista "Facceta nera".

Il testo si deve ad Antonio Amurri, umorista famosissimo autore in coppia con Jurgens prima e Dino Verde poi di tanti programmi televisivi e trasmissioni radiofoniche e dei  testi di canzoni come "Stasera mi butto" per Rocky Roberts, "La banda" e "Vorrei che fosse amore" per Mina e "Zum Zum Zum" e "Buonasera buonasera" per Silvie Vartan. A collaborare con lui un giovane Luciano Rispoli che diventerà uno dei personaggi pià famosi della televisione.

Il disco risente dell'atmosfera gioiosa di quegli anni irripetibili della storia del costume italiano e che fecero da apripista al Boom economico. Una musica frizzante e orecchiabile che trasposrta chi ascolta e che ha il momento clou nel ritornello "Forza Lazio, forza Lazio, vojo vede quante reti je sai fa" che resta subito impresso e che ha una ripresa poi con "Daje Lazio, daje Lazio" pe' davvero nun li devi fa rifiatà" cui segue l'inevitabile "e la Roma sta a guardà".

Da notare che il pezzo inizia con la prima frase di uno slogan che in quei tempi era un classico della tifoseria biancoceleste. Un coro ormai dimenticato ma che per anni è stato intonato dalle gradinate dell'Olimpico e che faceva "l'avemo imbriacati oh oh oh, co' l'acqua de Frascati oh oh oh, cor vino de Bologna oh oh oh, oh che vergogna!".

L'inno di Aura D'Angelo inizia appunto con "l'avemo imbriacati" a cui aggiunge un altro coro che andava per la maggiore come sfottò, ovvero "E nun ce vonno sta". Cori e battute che rimandano a un tifo casareccio e senza tante pretese, quando sugli spalti si andava a vedere il derby senza distinzioni di settore, tra amici e col vestito buono della domenica e spesso con qualche pagnottella per rifocillarsi ed ingannare l'attesa.

La canzone venne proposta per alcune domeniche dagli altoparlanti dell'Olimpico quando giocava la Lazio tra l'annuncio di una pubblicità e l'altra e prima dell'ingresso delle formazioni in campo, come si usava una volta. Poi non si ascoltò più. E su quel primo "Forza Lazio" in musica cadde l'oblio. Fino ad oggi. E' tempo perciò di riascoltarla, eccola.


venerdì 10 gennaio 2020

Quelli che hanno portato il tifo alla Lazio

di FRANCESCO TRONCARELLI


La storia della Lazio non può prescindere dai suoi tifosi. Sempre presenti nel bene e nel male per sostenere l'Aquila. Tutto iniziò sul Muretto della Curva negli anni di Chinaglia con il CML, il primo gruppo organizzato nei 120 anni di vita del sodalizio biancoceleste

Formidabili quegli anni. Le radio private non trasmettevano ancora, di telefonini neanche a parlarne, eppure il tam tam virtuale fra i tifosi della città funzionava ugualmente e così ogni domenica il “tutti allo stadio”, trovava sugli spalti dell’Olimpico la più ampia conferma. In modo speciale in curva, dove se non andavi tre ore prima l’inizio della partita, il posto buono te lo sognavi e ti dovevi adattare agli scomodissimi posti in piedi, quelli “sotto il livello del mare”, nel parterre.

Così all’apertura dei cancelli, c’erano già due-trecento persone pronte all’assalto, per conquistare il “Muretto” della Curva Sud, il penultimo balconcino della gradinata alta verso la Monte Mario per intenderci, da dove si dava il la al tifo e di conseguenza la sveglia allo stadio.

Curva Sud, avete letto bene, perché a quei tempi, negli anni Settanta, nell’ambito delle due tifoserie della Capitale, non c’era distinzione fra le curve. La Sud apparteneva a tutti e veniva occupata di volta in volta dai sostenitori della Lazio o della Roma, a seconda di chi giocasse in casa.

Questo perché nel vecchio Olimpico, quello “originale”, arioso e senza copertura che è esistito fino ai Mondiali di Italia 90, nella Sud si aveva il privilegio e la possibilità di incitare subito i propri beniamini e conseguentemente di farsi sentire da quelli avversari, in quanto le squadre che provenivano dagli spogliatoi, uscivano direttamente sotto la Sud dopo aver percorso un lungo corridoio interno.

La Sud rivestiva quindi una posizione strategica che le consentiva automaticamente di ergersi come unica ed indiscussa “depositaria” del tifo. Ecco perché è qui, in questo settore, che nascono i primi gruppi organizzati dell’Aquila ed è qui che i fedelissimi conquistano sugli spalti lo Scudetto al pari di Chinaglia e soci sul campo.

Il Muretto dà il la al tifo all'entrata in campo della squadra
Proprio in quegli anni infatti, quelli del raggiungimento di un sogno impossibile grazie alla banda Maestrelli, il tifo biancoceleste subì una metamorfosi fondamentale, passando dallo spontaneismo  caciarone che aveva segnato gli anni Sessanta alla militanza organizzata, che avrebbe dato una svolta a tutto un ambiente.

Nello stadio così, la partita si cominciò a vivere con un altro spirito, frutto della partecipazione in prima persona all’evento sportivo, in linea e sulla scia di quel vento riformatore messo in moto dal ’68, quel movimento riformista e al tempo stesso ribellista, che aveva avuto ampie ripercussioni nella società, nel mondo del lavoro, nella scuola e nella politica. E nello stadio, appunto.

Tanti giovani, anzi giovanissimi, entrarono nel giro del tifo in quegli anni di cambiamenti epocali, con l’entusiasmo e l’irruenza tipica della loro età, mettendo in moto un meccanismo che nel giro di qualche anno fece diventare la Curva laziale, una curva forte e compatta, temuta e rispettata, anticonformista (dato il vento giallorosso che spirava nella città) e vincente.

Fu un percorso non privo di ostacoli, perché tutto sommato il tifo a favore della società che ha portato il calcio a Roma esisteva da sempre, ma era troppo datato, nei modi e nei comportamenti. Esistevano infatti i “vecchi” Circoli, poi diventati con termine più moderno, Lazio Club, che svolgevano la funzione di punto di riferimento e ritrovo sul territorio, urbano e provinciale, dei sostenitori della squadra biancazzurra.

Qui, tra una partita di briscola e una di scopetta, si allestivano le trasferte al seguito della squadra, le famose “carovane biancocelesti” e i cosiddetti treni speciali e sporadicamente, incontri conviviali con i giocatori della prima squadra.

la Lazio 1971-72
Ma "The times they are a changin", i tempi stavano cambiando, come aveva annunciato a tutto il mondo il menestrello del rock Bob Dylan e perciò anche sugli spalti dell’Olimpico dal classico e coinvolgente “Lazio cha-cha-cha”, accompagnato dal battito scandito delle mani che sembrava il massimo in fatto di sostegno alla squadra, si sarebbe passati agli slogan lanciati in coro, alle canzoni cantate tutti insieme, agli striscioni personalizzati ed ai tamburi per cadenzare ritmi e tempi. Alla vera organizzazione del tifo insomma.

Del resto la Lazio con i suoi campioni ed il suo gioco, faceva sognare la gente, collezionando successi e risultati positivi a raffica come non mai, logico quindi e anche inevitabile lo starle vicino nel miglior modo possibile. questo contesto di partecipazione, il “Muretto” rivestiva un ruolo fondamentale.

Da lì nasceva tutto. Da lì si dettava la linea. Si decideva cosa fare, come tifare, quando cantare, quando fischiare. E quando agire. Dieci posti ambitissimi distribuiti sulla lunghezza di cinque metri del balconcino, ad esclusivo appannaggio dei capi riconosciuti come tali per militanza e creatività.

Come dire duri e puri e addetti al marketing. Poi, a seguire nelle cinque file successive a salire e in quelle ai lati del balconcino della gradinata alta della curva, lo zoccolo duro dei sempre presenti, il cosiddetto “blocco degli aficionados”. Un migliaio di persone che non mancavano mai, composto da nuove leve del tifo di ogni estrazione sociale e da quelli della vecchia guardia, ossia personaggi che negli anni Sessanta avevano fatto il quarantotto contro l’arbitro Rigato (per il famoso gol di Seghedoni annullato a Lazio-Napoli) o avevano partecipato a epiche scazzottate ai derby coi romanisti.

Pioggia o vento, sole o austerity (nel ’74 il Governo decretò il blocco della circolazione di tutti gli autoveicoli per la crisi energetica), i fedelissimi erano sempre là, al loro posto, al servizio della Lazio e a stimolare con la loro passione tutti gli altri. A fare da collante di questo settore caldo, il CML, il gruppo che da solo garantiva più della metà del “blocco” e che avrebbe cambiato i giochi, con la sua irruenza giovanile.Commandos Monteverde Lazio, come dire, quelli che hanno portato il tifo in curva.

un lancio di Agenzia: funerale alla Roma dei tifosi laziali
Sì perché questo sodalizio storico, è stato in assoluto il primo gruppo giovanile organizzato che si è costituito a Roma (14 novembre 1971) nell’ambito delle due tifoserie capitoline (i Boys giallorossi sono del ’72!), nato appunto per sostenere la Lazio scoppiettante di Juan Carlos Lorenzo con i vari Morrone e Governato e naturalmente Wilson e Chinaglia,

I CML avevano accompagnato la Lazio nella risalita in serie A, portando fantasia e freschezza sugli spalti e lanciando tra l’altro la moda dei bandieroni e della “spallata” (una sorta di ola ante litteram), erano via via cresciuti al pari della squadra ed ora erano pronti a diventare grandi come lei.

Eskimo verde (il giaccone stile militare col cappuccio e la cintura in vita di moda fra gli studenti contestatori) o maxicappotto con ampi revers e i collettoni acquistati nei negozi intorno a via dei Giubbonari o a via del Corso, pantaloni a vita alta e a zampa d’elefante, pullover attillati e maglioni dolce vita, capello lungo e tirato tipo Pooh o arruffato come Lucio Battisti, borsa di tolfa a tracollo dove custodire panini, lattine e zuccotti di lana biancazzurri,foulard da annodare sulla fronte a mo’ di apache e qualche botto avanzato a Capodanno

I ragazzi di Monteverde partivano dalla sede in via degli Orti Gianicolensi con il loro mitico striscione lungo ventidue metri (record imbattuto per il vecchio Olimpico) dal colore blu notte e i caratteri cubitali bianchi con al centro la coccarda tricolore della Coppa Italia, unico trofeo vinto fino a quel momento in settant’anni di storia dalla prima squadra della Capitale e si dirigevano a piazza San Giovanni di Dio, per il concentramento dei supporters diretti allo stadio al capolinea del 28.

I Cml a Firenze
Una volta arrivati all’Olimpico, l’abbraccio ai cancelli con gli altri "correligionari" e via, tutti dentro ai posti di combattimento. E a quel punto iniziava lo spettacolo del tifo. Si cominciava con la coreografica sfilata dei bandieroni. Le bandiere più grandi (anche quattro metri per quattro!) sostenute da robuste e lunghissime canne da pesca, venivano esibite e sventolate lentamente nel parterre della curva, tra gli applausi di chi stava sugli spalti.

Seguiva il corteo interno, che all’occorrenza si trasformava in funerale della squadra avversaria con tanto di bara avvolta dalla relativa bandiera di riferimento, accompagnato da tifosi che avevano con sé tamburi, grancassa e trombe. A guidare il tutto era il mitico Leonida, un anziano tifoso col mantello e i lunghi capelli bianchi che lo facevano tanto un santone, che aveva girato l’Italia in lungo e in largo per seguire la Mitica ed era stato più volte intervistato e ripreso nell’esercizio delle sue funzioni dagli operatori del telegiornale.

Scaldato l’ambiente, si passava ai canti, con canzoni di successo (l’industria discografica a quei tempi viveva ancora il suo boom), che erano state rielaborate nei giorni precedenti le partite nel “pensatoio” degli Orti Gianicolensi, nella sede dei CML cioè e che venivano lanciate di volta in volta allo stadio. Tipo, per ricordarne qualcuna, il “Vincerà, la Lazio vincerà/ e la Roma in B, presto se ne andrà/ sarà come il Brasile di Pelè/ Chinaglia, Wilson, Ghio alè…”, versione riveduta e corretta de "L’Arca di Noè" di Sergio Endrigo che aveva trionfato a San Remo.

Oppure: “E quando il gol, arriverà, tutto lo stadio esploderà e la gente biancazzurra, tutta insieme strillerà:Giorgio gol, Giorgio gol”, che faceva riferimento all’intramontabile blues americano "When the saints", o ancora il più travolgente per esecuzione e coinvolgimento generale dei curvaroli “Nel tuo piede c’è soltanto dinamite, oh-oh-oh/ quando segni la tua Curva salta in aria, oh-oh-oh/ Long John, laralallala, Long John, oh yeah…”, rivisitazione del successo dei Delirium di Ivano Fossati, "Jesahel".
Long John in copertina
Poi c’erano gli slogan, di gran moda in quei tempi di “contestazione al sistema” come si diceva negli ambienti studenteschi e politicizzati, che scimmiottavano, ma “pro Lazio”, quelli più diffusi che minacciosamente risuonavano nei cortei. Due i più noti: “Giorgio Chinaglia è il grido di battaglia”, e il classico Wilson-Chinaglia-Re Cecconi, alla Lazio lo scudetto e la Coppa dei Campioni, che per anni è stato  urlato in tutti gli stadi d’Italia..

Il momento topico di quello spettacolo fatto di novità al passo coi tempi e folklore consolidato, che andava in onda ogni domenica tra colazioni al sacco a base di panini con la mortazza, lattine di coca cola e mandarini e arance, sempre utili per essere lanciati nei momenti di rabbia  e tensione verso il campo però, era la lettura della formazione.

Un vero e proprio rito, che veniva vissuto con fierezza e scaramanticamente da tutti i partecipanti, una testimonianza d’appartenenza ai colori biancocelesti  e al tempo stesso di attaccamento ai giocatori che quei colori con grinta difendevano sul rettangolo da gioco.

Cerimoniere ufficiale del rito, Luciano, il grande, indimenticabile Luciano, l’equivalente del capo tifoso Dante per la curva giallorossa. Uomo d’azione (a Livorno, da solo, difese un bambino con la bandiera biancoceleste dal vigliacco assalto di alcuni livornesi) ma anche di spirito, perché al di là del suo lavoro come monnezzaro, oggi si sarebbe chiamato operatore ecologico, era un cantante e ballerino mancato.

Il Tassinaro accoglie Giorgione di ritorno da San Siro
I suoi passi di danza in un equilibrio sempre più precario per qualche bicchiere di troppo, in piedi sul “Muretto”, immortalati in “Ultimo mambo all’Olimpico”, il film che ho girato su quegli anni e l’esecuzione della canzone “Marina”, con la curva che ondeggiava come nei concerti Baglioni o Vasco Rossi cantando appresso a lui il ritornello di quel brano di Rocco Granata, sono la testimonianza più genuina di una Curva spettacolare nel vero senso della parola.

E quando Luciano nel silenzio più assoluto iniziava a declamare la formazione della Lazio, un brivido saliva lungo la schiena dei fedelissimi che allo stentoreo “Pulici…”, rispondevano a piena voce “Oleeeè!”.

Poi il testimone della lettura delle formazioni passò al Tassinaro, leader emergente che proveniva dalle nuove leve. E fu l’apoteosi. Con mezza curva  in piedi per partecipare con orgoglio a quel rito, che veniva esaltato coreograficamente dal lancio di coriandoli, ricavati in quantità industriale, dalle copie dei giornali distribuiti gratuitamente allo stadio come Lancio.

Uno spettacolo. Che sarebbe continuato di lì a poco, “più forte e più superbo che pria”, al comparire dei nostri eroi sotto la curva, pronti per la battaglia sul campo. Insomma il famoso “voi con il cuore, noi con la voce”.

No, le radio private ancora non c’erano, di telefonini neanche a parlarne, i canali in tivù erano solo due e trasmettevano in bianco e nero, ma la passione per la Lazio era ugualmente tanta e in quel calcio a misura d’uomo e non di sponsor firmato Lenzini e Maestrelli, l’Olimpico era sempre pieno. E non ci si stancava mai di tifare. Formidabili quegli anni. Quelli dell'inizio del tifo, parte integrante e fondamentale della Storia della prima squadra della Capitale dal 1900.



giovedì 28 novembre 2019

Peppino di Capri, il Premio alla carriera al Costanzo Show

di FRANCESCO TRONCARELLI


L'aveva detto e l'ha fatto. Maurizio Costanzo ha premiato Peppino di Capri, ospite d'onore del suo Show, davanti a una platea entusiasta che ha tributato all'artista una calorosa standing ovation. Un atto a cui il popolare anchorman teneva particolarmente e che ha testimoniato ancora una volta la sua signorilità da navigato uomo di spettacolo e di mondo.

Un gesto simbolico dopo le polemiche dell'ultimo Sanremo, che racchiude tanti significati, tra cui innanzitutto quello di voler mantenere la parola data come nel suo stile e quello di voler esprimere tutta la gratitudine nei confronti di uno dei cantanti più amati di sempre, che con i suoi brani ha accompagnato generazioni su generazioni facendo da colonna sonora alle loro vite.

Come si ricorderà, quando a sorpresa a pochi giorni dall'inizio del festival, venne comunicato dalla Direzione artistica il nome del cantante a cui sarebbe andato il Premio alla Carriera, ovvero Pino Daniele, molti rimasero stupiti per l'inaspettata scelta. Si parlò tra le altre cose, di un premio trasformato "alla memoria" e non più alla carriera, perchè assegnato appunto ad un artista scomparso e che peraltro non aveva mai partecipato a Sanremo. Una decisione certamente legittima, ma sicuramente insolita e ai più incomprensibile.


Tra i tanti sorpresi per la mancata assegnazione del premio all'interprete di "Un grande amore e niente più"(brano di Califano con cui Di Capri vinse proprio il festival), Maurizio Costanzo, non a caso tra i firmatari dell'appello rivolto a Baglioni per il Premio alla carriera a Peppino, insieme a vari personaggi dello Spettacolo come Renzo Arbore, Enzo Avitabile, Michele Bovi, Pino Strabioli, Cristian De Sica, Carlo Vedone, Dodi Battaglia, Depsa, Mimmo Di Francia, Gerry Bruno, Alberto Salerno e Carla Vistarini ed Edoardo Bennato ed autore anche di alcuni articoli in tal senso nelle sue rubriche su varie testate nazionali.

Interpellato da alcuni giornalisti, Costanzo disse che avrebbe dedicato una puntata del suo Show a Di Capri nel corso della quale gli avrebbe consegnato lui un premio per la sua prestigiosa carriera: "Un riconoscimento dovuto e che mi auguro Peppino accetti alla presenza di chi ha sostenuto la sua candidatura e gli ha testimoniato affetto e vicinanza in questo momento".

E così è stato. In tutti i sensi, perchè l'uomo di punta di Mediaset ha voluto che in questa serata speciale, ci fosse anche il sottoscritto che aveva lanciato l'idea del premio a Sanremo per Giuseppe Faiella, il nome in cui il cantante è registrato all'angrafe di Capri, dando vita alla "petizione on line" sostenuta da migliaia di persone nelle pagine dedicate sui social.


Ed è stata veramente una puntata speciale, curata nei dettagli dalla redazione del programma con in testa il bravo Santino Fiorillo e in cui Peppino è stato al centro della seconda parte della trasmissione, partecipando prima al salotto insieme agli altri ospiti con ricordi e aneddotti per poi passare al piano per esibirsi in un mini recital. Una lunga parentesi insomma che l'ha visto protagonista assoluto, arricchita da un medley dei suoi successi intramontabili ("Malatia", "Nun è peccato","Il sognatore", "Un grande amore e niente più","Champagne") sino alla presentazione del nuovo singolo "Vorrei rivivere" tratto dal CD appena uscito.

E tutti hanno gradito. A cominciare dai presenti sul palco del talk più longevo e autorevole della tv, i vari Paola Barale, Nathaly Caldonazzo, Francesco Monte, Elia Fongaro, Brando Bertrand, Luca Ward, Paolo Conticini, Nicolas Vaporidis, Jonis Bascir, Guenda Goria e il comico Gianni Fantoni che hanno prima ascoltato le canzoni proporste e poi hanno ballato sulle note di "Roberta" e "Saint Tropez Twist" e per finire ovviamente col pubblico che ha sottolineato i vari momenti della esibizione con applausi a raffica.

Poi è entrata in scena tutta la maestria di Costanzo, il tocco di classe del comunicatore che sa come coinvolgere il pubblico: ha chiesto infatti che il bis di "Champagne" venisse cantato anche da tutti i presenti nel teatro. E lì è stato il trionfo, con la gente che accompagnava di Capri facendogli il coro, Conticini, Francesco Monte ed Elia Fongaro che riprendevano coi cellulari il tutto e la giovane e bella figlia di Amedeo Goria e Maria Teresa Ruta che ballava cheeck to cheeck con il modello più sognato della pubblicità Brando Bertrand.

Conticini che trasmette il live

Momento clou della puntata la premiazione. Costanzo dopo aver ribadito che questo riconoscimento era dovuto "alla tigna mia e di Francesco Troncarelli", ha consegnato il premio assegnato all'artista napoletano dall' AFI (l'associazione che raggruppa i produttori discografici) che era rappresenta dalla vice presidente Livia Sabatti e realizzato dal maestro Michele Affidato.

Ed è stato bello vedere Peppino di Capri, 15 festival sulle spalle, eccellenza italiana applaudita nei palcoscenci di tutto il mondo, vecchio leone del night che ha fatto ballare lo Scià di Persia con Farah Diba e Aristotile Onassis con Jacqueline Kennedy, emozionarsi nel ricevere questo riconoscimento.

Una scena che la dice lunga sulla sua professionalità e sulla passione con cui da sessant'anni a questa parte fa questo mestiere senza risparmiarsi. Emozione che il pubblico in sala come i personaggi sul palco hanno avvertito subito, emozionandosi insieme a lui e tributandogli un lungo caloroso applauso. Evviva.



   

martedì 16 luglio 2019

Chinaglia, 50 anni fa l'inizio del mito

 di FRANCESCO TRONCARELLI


"La canzone regina di questa settimana è Lisa dagli occhi blu di Mario Tessuto", annunciava il 12 luglio del 1969, 50 anni fa, Lelio Luttazzi, ai microfoni di Hit parade, la trasmissione radiofonica che andava per la maggiore in quel periodo e che dava la classifica dei dischi più venduti in Italia.

E mentre il Bel paese ballava sulle note di quel celebre tormentone estivo e si apprestava ad andare in vacanza tra una serata al cinema per vedere "Metti una sera a cena" il film campione d'incassi con Florinda Bolkan e Jean Louis Trintignat o davanti alla tv per assistere a "Doppia coppia" con Alighiero Noschese e la bionda Sylvie Vartan, in America si ragionava più in grande perchè dalla base spaziale di Cap Canareval partiva la missione di Apollo 11 che avrebbe portato il primo uomo sulla Luna. Un evento storico.

A Roma invece e più modestamente, si restava coi piedi per terra anche se stava avvenendo un altro sbarco, meno annunciato ai quattro venti però, uno sbarco quasi in sordina, ma che in seguito però si sarebbe rivelato molto importante. Arrivava infatti esattamente 50 anni fa, un giocatore che, da illustre sconosciuto ai più, sarebbe poi diventato l'emblema della prima squadra della Capitale, il suo calciatore più rappresentativo, quello amato da più generazioni, un mito assoluto: Giorgio Chinaglia. Ecco perchè per chi ha ha l'Aquila nel cuore, anche questo "sbarco" è stato un evento storico. A tinte biancocelesti s'intende.

C'è la tessera della Federazione Italiana Gioco Calcio (che mostriamo in esclusiva), la numero 75 rilasciata il 1 luglio del 1969 che certifica la sua appartenenza alla Società Sportiva Lazio e questo momento storico. Nella foto Giorgio sorride, è visibilmente felice dell'approdo sulla sponda biancazzurra del Tevere. Ha una frangetta alla Beatles e i basettoni, come andava a quei tempi. Nel giro di qualche mese il capello riccioluto si allungherà. Come l'elenco dei portieri che inizieranno a conoscerlo subendo una sua rete.

Chinaglia 50 anni fa sbarcava alla Lazio dopo essere stato prelevato dall'Internapoli, squadra napoletana di serie C, lo aveva segnalato all'allentore della formazione biancoceleste Juan Carlos Lorenzo, l'ex calciatore Carletto Galli, detto "Testina d'oro", direttore generale della società di via Col di Lana ed attento osservatore dei talenti in fieri sui campi di tutta Italia.

Lorenzo si fida ciecamente delle relazioni di Galli, partono così in segreto ad aprile le trattative e l'affare si chiude per l'acquisto, per una cifra intorno ai 200 milioni, di Chinaglia e il suo compagno di squadra Pino Wilson. Per entrambi, promesse della serie semiprofessionista, si aprono così improvvisamente le porte della Serie A. L'Internapoli intanto si piazza al terzo posto dopo un campionato estenuante e Chinaglia è protagonista con 14 reti che gli valgono altre 2 partite nella Nazionale di serie C.



Long John al termine della stagione 1969, si aggiudica peraltro il Premio come "Calciatore esemplare" per la serie C, assegnato dal quotidiano Stadio al giocatore distintosi per qualità atletiche, tecniche, morali. Per la giovane punta, già felice per il trasferimento, arriva anche l'amore in quanto conosce a Napoli una ragazza italoamericana, Connie Eruzione, figlia di un ufficiale della Nato che diventerà poi sua moglie.

La scelta della Lazio quindi, è assolutamente gradita a Chinaglia in quanto rappresenta innanzitutto l'ingresso nella Serie A tanto agognata da quando giocava nella Massese da emigrante di ritorno e poi anche per la vicinanza di Roma a Napoli, città che può raggiungere facilmente per andare a trovare la sua fidanzata.

L'impatto con l'allenatore biancoceleste Juan Carlos Lorenzo è buono dal primo approccio, in quanto il tecnico, che conosce il calcio molto bene come ha dimostato guidando l'Argentina ai Mondiali in Inghilterra, individua in lui la stoffa del grande giocatore, magari ancora grezzo e su cui bisogna lavorare per farlo crescere tatticamente e disciplinarlo maggiormente.

Le caratteristiche del grande attaccante del resto si notano immediatamente e in molti si meavigliano del suo temperamento in campo dove lotta su ogni palla e cerca la via della rete da ogni posizione. Ma è indubbio che la sua esplosione nel calcio che conta che avverra di lì a poco per la gioia della gente laziale alla ricerca perenne di un bomber vero magari da affiancare al bravo Ghio, si deve sicuramente a Juan Carlos Lorenzo, il mister che lancerà Long John senza pensarci due volte. E Giorgio apprezza questa fiducia ripagando l'allenatore con una grande stima ed attaccamento.

Lazio in ritito a Pievepelago: Chinaglia e Lorenzo se la ridono, si capiscono al volo

Il 25 luglio 1969 alle ore 17, presenti in sede il presidente Lenzini, il tecnico Lorenzo, l'allenatore in seconda Bob Lovati, il medico sociale Ziaco, il direttore sportivo Galli e il massaggiatore Trippanera, Giorgio arriva al raduno come da convocazione societaria ed ha l'occasione così di conoscere i suoi compagni di questa nuova avventura che si dimostrerà decisiva per la sua carriera e per la Storia della Lazio.

Ci sono i portieri Di Vincenzo, Sulfaro e Fiorucci, il difensore Chiossi che resterà sino a novembre e rientrerà nell'operazione per portare in biancoceleste Polentes, l'amico Wilson, Papadopulo e Oddi che diventeranno nuovi amici, il professore Governato, il settepolmoni  Cucchi, il gaucho Morrone,  il piede sinistro di Dio Dolso, il promettente Stellone, i giovani Fiorucci, De Luca, Marchetti.

I veterani Fortunato, Facco, Mazzola, Ghio, Soldo arriveranno in serata, mentre il più anziao della compagnia, l'esperto e affidabile Rino Marchesi impegnato nel corso allenatori a Coverciano raggiungerà la squadra direttamente a Pievepelago, così come Massa e Nanni che stanno svolgendo il servizio militare.

E' sicuramente un bel gruppo, un gruppo dove Giorgio inizierà a farsi conoscere per la sua carica agonistica, per la sua voglia di vincere, per la sua grinta nell'affrontare qualsiasi avversario. A cominciare dalla Roma che i tifosi che lo accolgono in sede e poi lo vedranno in allenamento in ritiro, chiedono di battere.



La Lazio arriva a Pievepelago il 27 luglio e subito viene scattata la foto ufficiale della rosa. In piedi da sinistra ecco Lovati, Facco, Papadopulo, Chiossi, Di Vincenzo, Sulfaro, Soldo, Marchesi, Wilson, De Luca, Lorenzo. Seduti sulla panca, secondo la moda inglese, Stellone, Morrone, Mazzola, Chinaglia, Fortunato, Ghio, Cucchi, Governato, Dolso.

Il debutto ufficiale nella nuova stagione della Lazio avverrà il 17 agosto allo stadio Comunale di Grosseto, per un amichevole precampionato con la squadra della cittadina toscana. Sarà anche la prima di Giorgio Chinaglia con la gloriosa casacca biancoceleste. La partita finirà con una cinquina per i laziali, aperta al 26 del primo tempo da una rete proprio di Giorgio. Miglior biglietto da visita non poteva esserci.


L'esordio più importante, quello in Campionato cioè, avviene alla seconda giornata, nella trasferta persa a Bologna per 1-0, quando all'inizio della ripresa rileva Ferruccio Mazzola. Ma è la domenica successiva, davanti al proprio pubblico, che il giovane attaccante gioca la sua prima gara da titolare contro il Milan, uno squadrone imbattibile.

Ed è un esordio travolgente, perché al 62' riesce a segnare la sua prima rete in Serie A addirittura al grande Fabio Cudicini, il "Ragno nero" come veniva chiamato e per giunta il suo gol è quello che fissa il risultato finale. Sulle spalle il numero della sua maglia ha il 10, perchè il 9 era di Fortunato, considerato prima punta.

Da quel momento però, grazie a quella rete, Giorgio avrà il numero 9, sarà il centravanti della Lazio e diventerà titolare inamovibile dell'attacco biancoceleste. Il successivo 19 ottobre nella gara vinta clamorosamente contro la Fiorentina campione d'Italia in carica per 5-1, Chinaglia segnerà la sua prima doppietta in campionato, la prima doppietta da centravanti della Lazio, mandando i tifosi letteralmente in estasi.

La Lazio ha battutto la Fiorentina e i fotografi reclamano l'immagine dei trionfatori al termine del match

L'Italia così scopre Giorgio Chinaglia, dal canto suo, lui capisce che quella sarà la sua squadra per sempre mentre il popolo biancoceleste capirà che affidandosi a lui, testa e cuore, vivrà una stagione indimenticabile e magnifica che tramuterà i sogni in realtà. Tutto questo 50 anni fa. Quando ebbe inizio la "favola". Era l'estate di fuoco 1969, Giorgio Chinaglia sbarcava alla Lazio.

venerdì 10 maggio 2019

Chinaglia e il film dimenticato

 di FRANCESCO TRONCARELLI



Protagonista dello Scudetto del 1974, bomber dei Due mondi con i suoi 131 gol in Italia e 231 nella Nasfl, "Calciatore laziale del secolo" secondo il sondaggio del Corriere dello Sort lanciato nell'anno del Centenario, Giorgio Chinaglia è senza dubbio il giocatore simbolo della Lazialità in campo, un mito assoluto per i tifosi la cui popolarità e le cui gesta, sono state tramandate da padre in figlio.

Di lui oltre alle battaglie condotte sui terreni di gioco del Bel paese pallonaro, i derby stravinti e le sfide all'ultimo gol nelle partitelle settimanali a Tor di Quinto come delle vicende personali ed extracalcistiche, si sa tutto, grazie alla memoria storica di chi l'ha conosciuto, agli articoli rievocativi e alle biografie scritte da Mario Pennacchia e Franco Recanatesi.

Ma della vita di Long John c'è un aspetto poco approfondito, quello della sua frequentazione con la Settima musa. Chinaglia cantante che arriva ad Hit parade con il brano "Football crazy" scritto dai fratelli De Angelis (pezzo peraltro composto per il film "L'arbitro" con Lando Buzzanca) lo sanno tutti, ma del Chinaglia attore a cui piacevano i film di Alberto Sordi (con lui nella foto di Marcello Geppetti) e quelli d'azione? Si sa poco e soprattutto non se ne parla.

Probabilmente perchè le pellicole a cui ha partecipato lo vedono protagonista in veste attiva di calciatore, ossia sono dei film particolari, tematici, che raccontano calcio e grandi giocatori. Ci riferiamo infatti a "Il profeta del gol (Joahn Cruyiff Story)" realizzato da Sandro Ciotti e a "Once in a Lifetime: The Extraordinary Story of the New York Cosmos" del 2006 di Paul Crowder, in cui compare con Pelè e Bekenbauer.

Chinaglia e Sandro <Ciotti nel film su Cruijff

Poi c'è "Squadra antimafia" di Bruno Corbucci del 1978, pellicola d'azione e ricca di battute come tutte quelle interpretate da Tomas Milian, qui con Enzo Cannavale, dove in una scena ambientata a New York, si vede mentre gioca con i Cosmos. Tutto qua. Poi, poi ce n'è un'altra. Dimenticata. Sconosciuta ai più. Ignorata persino dai libri e siti che si occupano di Lazio e dei suoi protagonisti.

Film girato, visto, recensito e applaudito a suo tempo, ma su cui è sceso l'oblio per incomprensibili motivi, un film in cui Giorgione interpreta sì se stesso, ma questa volta recita, cioè non gioca a calcio come nelle altre occasioni. Una vera e propria parte insomma. Una cosa insolita per un calciatore, tanto più che il film in questione è addirittura un giallo.

Chinaglia è stato attore insomma, ma nessuno lo sa o in ogni caso fra quanti all'epoca dell'uscita nelle sale del film c'erano, lo ricorda e l'ha raccontato. Incredibile ma vero. Figurarsi quindi se qualcuno lo possa aver citato negli articoli o biografie su Long John quanto meno come curiosità, una ghiotta curiosità quale in effetti è. Il recupero di questa chicca cinematografica che ho fatto perciò è importante e si aggiunge così senza ombra di dubbio ai tanti episodi e aneddoti di una vicenda umana e professionale unica quale è stata quella dell'"Invincibile guerriero".

Veniamo alla "scoperta" dunque. Il film in questione s'intitola "La farfalla con le ali insanguinate" ed è firmato da Duccio Tessari, regista versatile e di grande mestiere, padre insieme a Sergio Leone degli Spaghetti-Western (è lui che ha lanciato Giuliano Gemma come Ringo) e autore di tante pellicole di successo. Il film fa parte di un determinato filone che andò per la maggiore agli inizi degli anni Settanta, prima dell'avvento del genere poliziottesco con i vari Maurizio Merli, Luc Merenda e Tomas Milian.
 

Siamo nel pieno boom del giallo “argentiano” e quindi, sulla scia dell'enorme exploit al botteghino, una moltitudine di pellicole di stampo giallo/thriller iniziano a invadere letteralmente le sale italiane. L’elemento zoologico nel titolo della pellicola di Tessari è chiaramente una forzatura legata al successo della trilogia iniziata da Dario Argento con L’uccello dalle piume di cristallo” (e proseguita con “Il gatto a nove code” e “4 mosche di velluto grigio”) ma in questo caso i punti di contatto con il capostipite sono pochi.

Anzi, forse ce n’è uno solo e consiste nella telefonata del killer che parla con una voce artefatta annunciando nuovi delitti. Per il resto gli omicidi avvengono sempre fuori campo (mentre per Argento ogni assassinio era un momento da filmare con estrema cura e attenzione) e la sceneggiatura (firmata da Tessari e da Gianfranco Clerici) non presenta buchi narrativi o salti logici particolari ma un incalzante susseguirsi di colpi di scena.

“Una farfalla con le ali insanguinate” infatti è considerato uno dei gialli più originali dell’intero filone di quel periodo (e sono tanti), con un omicidio iniziale e una lunga parte centrale dedicata al processo al presunto colpevole (sembra quasi un legal thriller americano alla Patricia Cornwell con gli interrogatori, le arringhe degli avvocati e le deposizioni dei testimoni) per poi tornare a confondere le acque con nuovi delitti che sparigliano le carte e atmosfere cupe e intriganti che catturano l'interesse.

Il tweet sul film

Il cast è di livello e va dalla bellissima Carole Andrè (la famosa Perla di Labuan nel Sandokan televisivo) all' affascinante Evelyn Stewart (al secolo Ida Galli), passando per Dana Ghia e l'ex "Povera ma bella" Lorella De Luca mentre per il comparto maschile ricordiamo il pupillo di Luchino Visconti Helmut Berger, il bravo Silvano Tranquilli (il Commissario Berardi), il grande attore teatrale Giancarlo Sbragia (il giornalista sportivo Alessandro Marchi) e il togato Gunther Stoll.

E Giorgione? Appare in una intervista condotta da Sbragia in uno studio televisivo. Il  buon “Long John” (doppiato da Giampiero Albertini futura voce italiana di Peter Falk nel Tenente Colombo ) si lascia andare ad uno sfogo sui bassi ingaggi dei calciatori e sulla necessità di rivendicazioni sindacali che portino i protagonisti del calcio a guadagnare di più. Ovviamente discorsi riferentisi a quegli anni e che al giorno d'oggi non sarebbero necessari viste le cifre stratosferiche che girano.

Quello di Giorgio è un cameo che arricchisce la pellicola e che "serve" alla narrazione per far vedere il lavoro del protagonsita della storia, Sbragia, prima dell'arresto con l'accusa di omicidio. Una partecipazione straordinaria insomma che non aggiunge nulla alla dinamica del giallo in sè e proprio per questo, per la sua presenza insolita, doveva essere ricordata come vera e propria curiosità nella carriera del più amato calciatore laziale di tutti i tempi.

Ma così non è stato, fino a che con un tweet che ovviamente ha riscosso un interesse notevole, ho rilanciato questa notizia, che poi ho segnalato ad Enrico Ruggeri che stava preparando una puntata del suo programma "Il falco e il gabbiano" (Radio 24) su Giorgio Chinaglia.

Naturalmente il Chinaglia attore in "Una farfalla con le ali insanguinate" dimenticato da tutti, è comparso subito dopo nel sito più importante del mondo e fonte di ricerche per tutti, Wikipedia, che ha ripreso la notizia che avevo dato facendola sua, arricchendo così la biografia di Giorgione con un apposito paragrafo, peraltro incompleto.

Ci sono però due cose che Wikipedia nella semplice indicazione della partecipazione di Chinaglia al film non ha notato, nella sua fredda e asettica riproposizione della notizia che avevo diffuso via Twitter. Un paio di considerazioni che fanno riflettere e che solo chi è al dentro della notizia può fare e non certo chi furbescamente esercita l'opzione "copia e incolla" senza neanche capire quello che fa.

l'intervista di Tortora a Chinaglia

La prima è relativa a Giorgio. Quando il film è stato ideato e poi girato, 1970/1971, lui era ancora agli inizi della carriera, in quella stagione addirittura giocava in B con la Lazio e la sua popolarità era prettamente romana così come il suo riscontro mediatico. Purtuttavia nel film viene accostato a campioni già affermati come Riva, Rivera, Boninsegna, calciatori cioè già famosi a livello nazionale a conferma di come venisse considerato nonostante la giovane età dagli sceneggiatori che puntavano su di lui per dare lustro al cast. Un'intuizione la loro, rivelatasi azzeccata nel tempo.

La seconda riguarda più direttamente la pellicola. Sbragia interpreta un giornalista sportivo, che viene ingiustamente arrestato e condannnato, anticipando clamorosamente nella finzione scenica quello che tanti anni dopo avverrà all'indimenticato Enzo Tortora, accusato e e condannato pur essendo innocente, in uno dei casi più famosi di malagiustizia italiana. E la cosa incredibile che dà un ulteriore tocco di inquietante casualità alla vicenda, è che Tortora proprio negli anni della realizzazione del film, aveva condotto la Domenica Sportiva e scriveva di calcio sull'Intrepido intervistando tra i tanti anche Chinaglia. 

martedì 5 marzo 2019

Lazio, scudetto del 74: il video inedito

di FRANCESCO TRONCARELLI
 

Emozioni, brividi. spettacolo. E' veramente un documento eccezionale, una testimonianza che sa di passione, tifo, Lazio, di ricordi indelebili per chi li ha vissuti e imagini appassionanti per chi è venuto dopo. Una "cosa" bellissima, inaspettata e proprio per questo ancora più bella. Un regalo incredibile che parla di storia e racconta di un giorno memorabile.

Il regalo che arriva al popolo biancoceleste a sorpresa dall'album dei ricordi di una famiglia, è un video in super 8 a colori girato dal giornalista sportivo Paolo Carbone, un filmato che documenta la storica giornata del 12 maggio 1974, "la" data per antonomasia per i fedelissimi biancocelesti perchè è quella in cui la Prima squadra della Capitale battendo il Foggia, conquistò il suo primo scudetto.

Carbone ha trascorso la sua intera carriera in Rai, collaborando per quindici anni al famoso programma radiofonico "Tutto il Calcio minuto per Minuto" come inviato speciale e radiocronista. Era un storico del calcio e negli anni aveva creato un archivio statistico tra i più grandi e completi, che gli servì poi per la pubblicazione della storia enciclopedica del calcio italiano.

Dopo la sua scomparsa nel 2007, fu rinvenuta nel suo archivio una pellicola super 8 con la dicitura "Scudetto Lazio 1974" poi rimasta custodita dalle figlie Alessia e Anna Maria per anni. Ora grazie al nipote Ferdinando che l'ha messa in rete dopo la digitalizzazione è possibile condividerla con tutti i tifosi della Lazio e con tutti gli appassionati di calcio.

Il video è stato girato dalla postazione utilizzata in quel periodo dai radiocronisti Rai, ovvero nelle cabine piazzate nella parte più alta della Tribuna Monte Mario dell’Olimpico, da dove tra l'altro venivano effettuati i collegamenti durante le partite. Una posizione privilegiata, perchè offriva una sguardo a 360 gradi dello stadio permettendo delle riprese insolite per quei tempi, quasi a livello di un drone.

L'inizio è subito col botto: una panoramica dello stadio pieno di tifosi entusiasti. L'insieme di spettatori assiepati sulle tribune è impressionante. Non c'è uno spazio libero. Le immagini ci raccontano di uno stadio stracolmo e pieno di passione. La gente laziale infatti non voleva perdersi quell’appuntamento decisivo e cosi si registrò il tutto esaurito con il record di spettatori paganti rimasto imbattuto negli anni.



60.494 biglietti venduti, più 18.315 abbonati, senza contare le migliaia di persone prive di tagliando che scavalcarono la recinzione in Curva e in Tevere, per un totale di oltre 80mila presenti, sono numeri che parlano da soli e danno il senso di quello che accadde in occasione di Lazio-Foggia.

E le imagini del filmato confermano quel record di presenze rimasto ineguagliato. Nè con il drammatico Lazio-Vicenza, nè tantomeno con il Lazio-Reggina del 14 maggio del 2000 che aveva un Olimpico ridimensionato nella capienza dopo i lavori per i mondiali di Italia 90.

I cancelli non a caso furono aperti eccezionalmente alle 9 per permettere alla gente di entrare per tempo e senza problemi, nonostante l’incontro iniziasse alle 16. E le riprese degli spalti confermano appunto la moltitudine di spettatori presenti e in attesa della partita. A un certo punto della ripresa però l'obiettivo si concentra su un gruppo di persone che si stanno muovendo.

E' Umberto Lenzini accompagnato da Tonino Di Vizio dei Lazio Club, il fedelissimo Franchino, altri tifosi e alcuni raccattapalle, che fa il giro d'onore sulla pista di atletica per ringraziare la gente accorsa in massa e ricevere il meritato applauso. Una passerella che la dice lunga sull'affetto verso un uomo buono, lo chiamavano Papà Lenzini, che alla Lazio ha dato tutto rimettendoci di tasca propria.


Il filmato continua nelle cabine della postazione Rai. Si riconoscono due "voci" che hanno fatto la storia del calcio radiofonico, Claudio Ferretti ed Enrico Ameri. Ferretti si abbraccia con Duccio Guida, cronista di razza del Giornale radio, lazialissimo e genero di Antonio Sbardella, Ameri, prima voce di "Tutto il calcio" sorride e dice "Lazio Lazio" a Carbone che riprende e poi con l'alfabeto muto, risponde "Sì", probabilmente alla domanda "sarà la partita scudetto?".

Poi entrano le squadre in campo, arrivano direttamente dagli spogliatoi tramite il tunnel posizionato sotto la Sud. Esplode l'Olimpico. In questo preciso istante si ha la percezione esatta della folla presente per partecipare a quello che diventerà un evento. Lo slogan lanciato dalla Curva era "un tifoso una bandiera", e questo è quello che si vede dalle riprese.


Sono migliaia le bandiere che sventolano all'ingresso di Chinaglia e gli altri, l'entusiasmo è alle stelle, uno spettacolo nello spettacolo che sta per iniziare, una festa in attesa della festa, una gioia generale in vista della gioia finale.

Da quel momento parlano le immagini che ognuno può vedere e assaporare per una quindicina di minuti fino all'apoteosi del triplice fischio dell'arbitro Panzino di Catanzaro e l'invasione di campo. Ma qualche flash lo vogliamo sottolineare per fotografare attimi indimenticabili di una giornata meravigliosa.

La tre bandiere (Foggia, Italia, Lazio) sui pennoni della Tevere, il tabellone con le formazioni delle squadre, il grande scudetto di compensato che sale nel cielo grazie a 50 palloncini azzurri, le sgroppate di Chinaglia, i tackle di Wilson, le discese di Re Cecconi, le parate di Pulici, l'uscita anticipata di Garlaschelli, Maestrelli, Ziaco e Bezzi che si alzano dalla panchina, il rigore di Giorgione, i tifosi che da tutti i settori scavalcano il fossato e invadono il terreno di gioco.

Erano le 17 e 45 del 12 maggio 1974 la Lazio era campione d’Italia, come annunciava Enrico Ameri in collegamento dall’Olimpico dai microfoni di “Tutto il calcio minuto per minuto” e come testimoniano queste immagini bellissime e struggenti ritrovate.


giovedì 7 febbraio 2019

Peppino di Capri, è il pubblico che lo premia

di FRANCESCO TRONCARELLI 


 A Peppino di Capri il premio alla carriera glielo ha dato il pubblico. E' questa la migliore risposta a quanto è successo a Sanremo, dove a sorpresa e incredibilmente, è stato negato un riconoscimento che doveva invece essere assegnato. Come aveva non solo annunciato, ma addirittura deliberato la Giunta comunale di Sanremo alla presenza del Sindaco.

Lo stesso Baglioni nella conferenza stampa di presentazione del festival aveva affermato che Peppino di Capri "il premio se lo merita, ma deve essere d'accordo il comune di Sanremo" cosa appunto accaduta con la citata delibera plateamente poi annunciata a “Porta a porta “ dall'assessore preposto a Bruno Vespa che aveva allestito una puntata ad hoc della sua trasmissione sul premio a di Capri.

Poi, poi...sapete tutti quello che è accaduto, qualcuno ha detto no ed il premio alla carriera è stato conferito a sorpresa a Pino Daniele, grandissimo e indiscusso artista che però non ha mai partecipato in gara al festival e, soprattutto, è deceduto 4 anni fa. Perchè non dargli un premio alla memoria si sono chiesti in molti? Mistero.

E poi, fra i grandi artisti defunti perché proprio a lui e non, per esempio, a Modugno, Battisti, Rino Gaetano, Lucio Dalla, tutti in passato in gara a Sanremo con successi storici? O, considerato il trentennale della partecipazione di Mia Martini con "Almeno tu nell'universo", su cui tra l'altro la stessa Rai ha prodotto un film per la tv con Serena Rossi, perchè non darlo alla brava e compianta cantante? Altro mistero.

C'è chi ha avanzato anche per questa scelta inaspettata la possibilità di un conflitto d'interessi (anche Daniele faceva parte dell'agenzia di Baglioni e di tanti cantanti in gara e ospiti), ma a noi non interessano questi sussuri e grida che circolano sui social per dare una spiegazione a un fatto che ormai è acquisito e a cui ognuno può dare l'interpretazione che vuole.

Quello che ci interessa invece, è sottolineare che Peppino di Capri il premio alla carriera lo ha vinto lo stesso perchè glielo hanno dato metaforicamente una marea di persone, quelle che lo hanno chiesto al Direttore artistico del festival, una circostanza che non si è mai verificata sino ad ora per i premiati sul palco dell'Ariston in precedenza.

Sono stati migliaia infatti i sostenitori dell'appello che abbiamo rivolto a Baglioni e che hanno esternato questa adesione sulle pagine dedicate all'iniziativa, a cui si deve aggiungere un numero considerevolissimo di personaggi dello spettacolo che hanno manifestato apertamente e concretamente il loro appoggio.



Nomi del calibro di Carlo Verdone, Renzo Arbore, Maurizio Costanzo, Cristian De Sica, Enzo Avitabile, Edoardo Bennato, Lillo e Greg, Carla Vistarini, Alberto Salerno, Michele La Ginestra, Massimiliano Bruno, Dodi Battaglia, Lorena Bianchetti, Gerry Bruno, Pino Strabioli, Mimmo Di Francia, Al Bano, Depsa e a cui si sono aggiunti quelli dei giornalisti Paolo Giordano, Giorgio Verdelli e Michele Bovi.

Un vero e proprio movimento d'opinione che ha chiesto a gran voce il premio alla carriera per un cantante che da 60 anni è sulla breccia con la sua classe e il suo pianoforte, per un entertainer che ha dedicato la sua vita al pubblico per regalare emozioni, per un artista che ha segnato il costume lanciando balli e mode, modernizzando la canzone napoletana e accompagnando generazioni su generazioni con i suoi brani intramontabili.

Gran signore, antidivo, bella persona più che personaggio da rotocalco Peppino di Capri ha vinto anche nella sconfitta prendendo atto della decisione di Baglioni e non facendo polemiche. Anzi, il giorno dell'inizio del festival ha augurato a Baglioni e a tutti i partecipanti alla competizione un buon Sanremo. Con 15 festival all'attivo esaltati da due vittorie, 10 dischi d'oro, trionfi al Cantagiro e a Canzonissima e concerti e tournèe in tutto il mondo (è in partenza per il Brasile per tre date sold out da mesi) Peppino non ha bisogno di battere i pugni sul tavolo, ma solo dell'applauso del pubblico, quello che certifica il successo e il premio che ha meritato lo stesso.



Teddy Reno, 100 anni cantando

  di FRANCESCO TRONCARELLI Teddy Reno oggi entra nella storia della canzone e non solo. Il motivo? Compie 100 anni, un traguardo importante ...